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    La crisi di Hormuz ci dice che le regole del petrolio sono cambiate

    Credit: Pixabay

    Per impattare sul mercato globale non serve più tagliare la produzione, basta poter interrompere il transito: un cambio di paradigma che gli investitori hanno già metabolizzato

    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 21 Mag. 2026 alle 11:47

    Per almeno mezzo secolo abbiamo letto il mercato del petrolio in modo univoco. Contava in larga parte quasi solo quanto se ne riuscisse a estrarre e quanto se ne consumasse. Oltre, naturalmente, al prezzo quale punto d’incontro tra queste due curve. Era un mondo tutto sommato prevedibile, governato da un indice e dalle sue quotazioni, in cui le crisi erano l’eccezione e la stabilità la regola.

    Oggi quel mondo parrebbe non esistere più. L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, e la minaccia costante sullo Stretto di Hormuz, hanno mostrato qualcosa di più profondo. Hanno disvelato cioè che un singolo attore, agendo su un singolo punto della mappa, può “prezzare” il mercato globale.

    Non serve, in effetti, tagliare la produzione, basta poter interrompere il transito. È un cambio di paradigma che gli investitori, paradossalmente, hanno già metabolizzato. Fa parte del processo di transizione che stiamo affrontando.

    Il Brent è salito, anche se meno di quanto le cancellerie temessero. Un segnale importante che ci dice che lo shock energetico non è più un evento straordinario ma una condizione strutturale messa in preventivo.

    Sui vincitori e i vinti di questa fase, i numeri parlano da soli. Mosca ha incassato, in aprile, nove miliardi di dollari dalla vendita di greggio (il doppio rispetto a prima del conflitto in Ucraina) e con quei proventi finanzia la propria guerra. Pechino consolida la posizione di partner affidabile per chi cerca alternative all’Occidente. Washington, intanto, ha bruciato in due mesi il 45 per cento del proprio arsenale di missili di precisione.

    E l’Europa? Ad oggi paga il conto: cinquecento milioni di euro al giorno, in un’asimmetria che pesa sulle imprese e sulle famiglie. Tutte, indistintamente.

    L’Italia, occorre ricordarlo, regge meglio di quanto si sia spesso argomentato, sotto il profilo strettamente energetico, benché sia ancora in forte ritardo specie in relazione ad altri partner europei (il costo dell’energia è decisamente superiore a quello che si registra in Spagna e la dipendenza dai combustibili fossili è ancora eccessiva). Seguendo le nuove regole del gioco di stoccaggio, le scorte di gas superano il 52 per cento della capacità. Abbiamo novanta giorni di riserve di greggio. E i fornitori alternativi tengono.

    Il nostro problema, per paradosso, non è l’approvvigionamento ma il prezzo. Importiamo dai Paesi del Golfo oltre metà del gasolio che consumiamo, produciamo il 44 per cento della corrente bruciando gas (quasi il triplo della media europea) e così ogni crisi internazionale finisce puntualmente, e inevitabilmente, in bolletta. È qui che la domanda diventa industriale, non più solo geopolitica.

    Per anni abbiamo discusso di diversificazione delle fonti. Giusto, legittimo e doveroso. Oggi il tema è (anche) un altro: diversificazione delle rotte e capacità di assorbire shock energetici. Se i “choke point” restano gli stessi, cambiare fornitore serve solo fino a un certo punto.

    La sicurezza energetica non è più una questione di soli pozzi e giacimenti. Da upstream è diventata midstream: stoccaggi pieni, rigassificatori operativi, infrastrutture capaci di reindirizzare i flussi quando la “normalità” salta. Il fatto che l’Europa cominci a ragionare sulla condivisione delle scorte di jet fuel – questione di disponibilità materiale, non di prezzo – rivela esattamente questo.

    Resta naturalmente in ballo, come un elefante nella stanza, il tema delle rinnovabili. Pannelli fotovoltaici e pale eoliche sarebbero la via maestra per affrancarci da un sistema sempre più esposto alle intemperie geopolitiche. Ma anche qui la realtà è più complessa: chi suggerisce di fare come la Cina ha forse ragione sulla scala dell’investimento; chi mette in guardia sulla dipendenza da Pechino per pannelli, batterie e terre rare ha invece ragione sulla non risoluzione, in nuce, del problema in sé nel concentrare tutte le risorse su un solo pilastro.

    Diversificare è l’unica via possibile oggi per non rimanere appesi a questa o quella filiera, a questo o quell’interlocutore. Un sistema multipolare, complesso e articolato basato su interdipendenza e capacità di assorbimento e stoccaggio strategico.

    Il punto, per chi guida imprese, governi e infrastrutture, è smettere di trattare ogni crisi come un’eccezione e cominciare a progettare basandosi sulla possibilità di una turbolenza energetica permanente. Le nostre reti, i nostri stoccaggi, i nostri contratti sono pensati per funzionare quando tutto va bene o, anche, per reggere quando tutto salta? Nei prossimi anni è plausibile che sarà la seconda la condizione più frequente. Le regole del gioco, semplicemente, sono cambiate.

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