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    Dalla vittoria al referendum al governo il passo non è breve

    Credit: AGF

    Il centrosinistra ha preso atto che battere la destra è possibile. Ma la strada verso le politiche è lunga. Ora bisogna in primis definire il perimetro della coalizione

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 8 Mag. 2026 alle 12:29

    Giorgia Meloni ha perso il referendum e la sinistra al gran completo canta vittoria. La battaglia, non vi è dubbio, è stata vinta, ma da Schlein a Conte fino a Landini passando per Bonelli e Fratoianni, comprensibili grida di giubilo a parte, ora dovrebbe farsi strada una consapevolezza più profonda: archiviato il traguardo referendario, la strada che porta al governo del Paese resta lunga e tutt’altro che lineare. 

    Tra gioiose macchine da guerra e giaguari da smacchiare, il centrosinistra, la sinistra, i progressisti… insomma quella parte politica che oggi sembra identificarsi nell’espressione «campo largo», vanta una lunga tradizione di ostacoli sottovalutati, pratiche tafazziane, sconfitte e non vittorie estratte improvvisamente dal cilindro. Anche questa volta, con gli elettori che hanno mostrato in maggioranza di essere disposti a votare contro Meloni al referendum, le insidie sono dietro l’angolo. 

    È bene dirlo con chiarezza: votare contro il governo su un singolo quesito non equivale automaticamente a votare l’opposizione alle politiche, in qualsiasi formato essa si presenti. Ci troviamo, infatti, nella consueta fase in cui le forze del centrosinistra, preso atto che vincere è possibile, si cimentano in quel ciclico “cantiere”, visto e rivisto quando si avvicinano le elezioni politiche. 

    Se c’è un tratto, in Italia, che distingue il centrodestra dal centrosinistra è proprio la chiarezza del perimetro del primo: cambiano i nomi, qualcuno si concede un giro di valzer solitario, ma i partiti di oggi sono gli eredi di quell’assetto inventato da Silvio Berlusconi nel 1994. Non può dirsi lo stesso per il centrosinistra, che deve anche scontare la tradizionale difficoltà a individuare un nome unitario come leader, superata in parte dal meccanismo delle primarie. Neppure questo, però, risolve sempre il problema, perché il dibattito può essere «Conte o Schlein?» ma anche «primarie sì o primarie no» o sfociare in questioni ancora più tecniche: «Chi si può candidare?», «voto secco o doppio turno?», in un dibattito che rischia di apparire esoterico agli occhi di milioni di elettori. 

    Ad oggi, siamo nella fase in cui tra i ranghi del campo largo si ripetono mantra del tipo «prima il programma, poi i nomi», che al netto del significato letterale ognuno può interpretare come vuole, ma esula dal fatto che, in assenza di decisioni, si rinviano le scelte sia sul programma che sui nomi.

    Oggi, tra gli esponenti del centrosinistra deve essere chiaro prima di tutto che la vittoria è possibile, ma non è acquisita. Occorre in primis definire con chiarezza il perimetro della coalizione, senza pregiudizi e senza steccati invalicabili verso un alleato: il referendum dimostra che per battere il governo il centrosinistra deve essere unito. Poi si stabilisca il processo per andare avanti, scegliere il leader e il programma, evitando di perdersi in tecnicismi. Con un promemoria essenziale: in ogni coalizione l’alleato decisivo non è né i moderati né gli estremisti, ma prima di tutto gli elettori.

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