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    Invece di uccidere il Cashback sarebbe bastato annullare solo il Super Cashback

    Credit: Ansa
    Di Franco Bagnasco
    Pubblicato il 30 Giu. 2021 alle 12:31 Aggiornato il 30 Giu. 2021 alle 12:39

    Si chiude alla mezzanotte di oggi, dopo sei mesi (dei 18 inizialmente previsti) e forse per sempre, l’esperienza del Cashback di Stato. Introdotto da Giuseppe Conte, tuttora caldeggiato da M5S e Pd – che hanno contestato lo stop deciso da Mario Draghi -, e inviso a Fratelli d’Italia, alla Lega e a Forza Italia; insomma a quel Centrodestra che ammicca (anche) a un elettorato impreditorial-commerciale che non di rado guarda con simpatia l’evasione fiscale, è stato presentato da qualcuno come la panacea di tutti i mali, e da altri come un mostro a sette teste. Soprattutto da Giorgia Meloni che, giocando la partita dell’opposizione dichiarata e non quella della fronda furbetta da insider di Matteo Salvini, coglie qualsiasi palla al balzo per polemizzare. Anche quelle che rimbalzano pochino.

    In realtà, il cashback non è né l’Angelo della Provvidenza né il Demonio, ma uno strumento semplice e agile che, se usato e messo in opera in modo intelligente, può dare qualche beneficio all’economia restituendo un po’ di quel bene ai consumatori, i quali – soprattutto in tempi di crisihanno bisogno di una mano. E se la contropartita per lo Stato sono un minimo aumento dei consumi e una riduzione della piccola evasione che si proietti stabilmente anche sul futuro, i presupposti perché stia in piedi ci sono tutti. Certo, bisogna dargli un po’ di tempo, a questo benedetto Cashback, non soffocarlo in culla. Si pensi del resto al successo che hanno avuto app come Satispay, che funzionano in larga parte con lo stesso principio, e che si stanno diffondendo da tempo di smartphone in smartphone generando a volte reale risparmio o guadagno. In modo molto mirato, a beneficio di consumatori e negozianti stessi.

    L’operazione Cashback di Stato non è stata un fallimento, almeno in larga parte (vedremo in dettaglio luci e ombre), ma andava concepita con maggior criterio. Non imbastita come una competitiva gara a premi un po’ trash che ha finito con lo stimolare l’atavica furbizia degli italiani. Ma come uno strumento per ridare al consumatore il 10% garantito di quanto speso (sino a un massimo di 150 euro a semestre, che sono anche pochi soldi ma meglio di niente, sulla base di almeno 50 operazioni), invogliandolo a pagare con carte di credito, bancomat e ogni strumento elettronico, compreso il già citato Satispay.

    L’errore è stato introdurre, modulandolo male, il Super cashback aggiuntivo. Ovvero altri 1.500 euro da assegnare forfettariamente ai primi 100 mila consumatori capaci di generare nel semestre il maggior numero di scontrini da almeno 1 euro. Se da un lato appare equo premiare in qualche modo i più spendenti, perché aumentano i consumi, la soglia d’ingresso troppo bassa di questa seconda parte dell’operazione ha fatto precipitare tutto nella commedia all’italiana. Mi spiego meglio: se per avere uno scontrino valido per il “gioco” ti basta un euro, ecco che invece di spendere come prima o più, tanti si sono inventati la micro spesa. Ovvero invece di comprare 5 articoli al supermercato, entravano in 5 supermercati o mini-market diversi (o nello stesso più volte) ad acquistare un articolo per volta: uno shampoo, un euro e trenta, e uno scontrino è andato; una confezione di carta igienica, un euro e cinquanta, e un’altra operazione valida è fatta; una confezione da 12 di bottigliette di acqua naturale, 2 euro, e via elencando.

    Furbesco ma incontestabile, anche se fa infuriare i commercianti, che si trovano così a pagare più volte la tanto odiata commissione fissa ai circuiti delle carte di credito per introiti ridicoli. Per non parlare di chi si accordava con l’amico gestore del bar per pagare (poniamo il caso) il prezzo di 10 caffè, con altrettanti scontrini validi, al posto del menù fisso del pranzo appena consumato del costo di 15 euro. Se mi fai vincere, 1000 a me, 500 a te. Una mano lava l’altra. Ma i trucchetti di cui si è venuti a conoscenza sono non dico infiniti, ma numerosi: quanto costa il pieno di un’auto, mediamente? 60-70 euro? Basta riempirla al distributore automatico ogni volta che la si sposta anche solo per pochi chilometri, ed ecco che un numero notevole di scontrini da più di un euro viene emesso senza generare il minimo consumo in più a beneficio dell’economia.

    Certo, alla fine del semestre saranno sempre 100 mila le persone premiate con i 1.500 euro, ma così facendo si penalizzano artatamente coloro che giocano (per così dire) correttamente, senza ricorrere agli italian jobs, non dando a loro alcuna speranza di equità a fronte di una marea di furbetti che salgono in classifica. Invece di uccidere il Cashback sarebbe bastato annullare solo il super cashback portando l’importo di rimborso per quello normale garantito per esempio a 250 euro, oppure introdurre una soglia minima d’ingresso per le singole operazioni del Super cashback: almeno 5 euro a scontrino (se 10 potevano sembrare troppi) sarebbero bastati a disincentivare la maggior parte dei giochetti e delle micro-spese, rendendoli nel complesso antieconomici.

    C’è poi il terzo capitolo, quello della Lotteria degli scontrini abbinata al Cashback. Un buco nell’acqua, si è detto, e in gran parte è vero. Ma va anche precisato che comportava un adeguamento tecnico dei registratori di cassa da parte dei negozianti (spesa fra i 50 e i 140 euro circa, per chi si è dotato anche della “pistola” che legge i codici a barre), già stressati per l’infinita burocrazia italiana e propensi da subito a non adempiere alla richiesta dello Stato, stroncandola sul nascere. Bastava girare per esercizi commerciali (soprattutto quelli medio-piccoli, naturalmente) in questi ultimi sei mesi citando la Lotteria degli scontrini per ricevere come risposta il più variopinto campionario di rifiuti, temporeggiamenti, alzate di sopracciglio o di spalle, proteste e spiegazioni polemiche sul perché il commerciante non avesse alcuna intenzione di adeguare il proprio sistema alla nuova mirabolante (ironico) trovata del Governo di turno. Con frasi come: “Tanto dura poco e niente, è stato un flop, l’hanno detto in tv, la toglieranno subito”. Essendo in Italia, il tempo (breve) ha dato loro ragione. Che fosse un flop però lo dicevano ad appena una settimana dal varo dell’iniziativa o poco più, aiutati da alcuni media che guarda caso soffiavano vento contrario.

    Ciò detto, la Lotteria degli scontrini è stata comunque un errore di valutazione e di prospettiva: si è immaginato che gli italiani, amanti della Dea bendata, delle scommesse, dei giochini sempre e comunque, e col miraggio di ricchi premi e cotillons a estrazione decidessero di spendere di più per avere così maggiori possibilità di vincita. Invece si sono limitati a richiedere il beneficio della Lotteria degli scontrini per gli importi che già avevano preventivato di spendere. Un’opportunità in più, insomma. Trovando per giunta le porte chiuse da parte della gran parte degli esercenti. In uno scenario così, come avrebbe potuto funzionare? Neanche Houdini sarebbe riuscito nell’impresa.

    Eliminando tutto il Cashback di Stato e non solo la parte di esso che non ha funzionato, si getta il bambino con l’acqua sporca, per usare un’immagine abusata ma calzante.

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