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    Lettera a Calenda: caro Carlo sull’Ilva tu difendi Arcelor Mittal, io gli italiani (di L. Telese)

    Carlo Calenda e Luca Telese

    Meglio essere la Meloni del giornalismo che il Montezemolo della politica

    Di Luca Telese
    Pubblicato il 11 Nov. 2019 alle 12:55 Aggiornato il 18 Nov. 2019 alle 16:23

    Calenda Telese: la lettera dopo il duro scontro da Giletti su La7

    Secondo me Carlo Calenda fa benissimo a fare quello che fa. Fa bene a difendere Mittal ovunque vada. Sente la responsabilità di aver gestito una partita importante, ha sicuramente operato in buona fede, difende la multinazionale franco-indiana anche per difendere se stesso, cioè il suo lavoro nell’accezione migliore del termine.

    Si sente legato a quel patto siglato quando lui era ministro. Non c’è nulla di male, per lui. Ma certo non può pretendere che lo stesso ragionamento debba valere anche per noi.

    Purtroppo, siccome il conflitto di interessi è una brutta bestia, anche quando è “buono”, forse Calenda non si rende conto fino in fondo che, così facendo, regala la sua credibilità ad una azienda che in queste ore sta ricattando i lavoratori, una intera città, il governo e il nostro paese (Ilva vale – come è noto – un punto e mezzo del nostro Pil).

    Se Mittal stesse spegnendo l’1,5 per cento del Pil tedesco i tedeschi sarebbero già mobilitati, se stesse spegnendo l’1,5 per cento del Pil francese i Jilet jaunes sarebbero già in piazza.

    Da noi invece prendere a schiaffi le istituzioni sembra una cosa molto chic e qualcuno addirittura applaude. Per motivi imperscrutabili che riguardano chi assortisce gli inviti nel talk, Calenda ed io ci siamo trovati ospiti insieme già in tre programmi a discutere di Ilva, e – chissà perché – sempre accompagnati da Alessandro Sallusti (che gli fa – dadaisticamente – da spalla).

    Ovviamente eravamo sempre su posizioni contrapposte. Fateci caso: in nessuna di queste ospitate, come negli altri interventi sull’Ilva, Calenda spende la sua passione per difendere i diritti di chi di veleni in questi anni è morto.

    C’è sempre Mittal nella sua testa e nel suo cuore, e gli altri temi, o gli altri soggetti sono solo comparse: nei suoi chiodi fissi ci sono gli odiati Grillini, ovviamente. Poi la Lezzi che per lui è ovviamente una analfabeta (“Si vuole candidare alle regione Puglia”) e avrebbe la colpa insanabile di essere “una segretaria”.

    Quindi c’è “il governo degli incompetenti” che “cala le braghe”. E poi anche Conte “che non sa che pesci pigliare” (intervista a Il Foglio). Tutte definizioni testuali sue, ovviamente.

    Poi se gli dici che lui fa “l’avvocato difensore” si arrabbia e ti da del “tribuno”, del “demagogo”, del “populista”. Lui può definirti “bambino d’asilo” e offrirti “il ciuccio”, ma se gli dici – è innegabile – che in questa storia si sta comportando “come l’oste che reclamizza il suo vino dicendo che è buono” si imbufalisce.

    Ciò non toglie che Calenda sia una persona perbene, io credo intellettualmente onesto appassionato e saturnino, perché faccio parte della scuola che non ama dileggiare quelli con cui litiga. Tuttavia Calenda cambia sempre versione, lo fa con grande e istintiva naturalezza, anche con abilità.

    Io non guadagno o perdo nulla, in questa discussione, se non le mie idee di cittadino. Lui invece deve tutelare la sua immagine: così a volte è splendidamente demiurgico. Lui ha fatto la gara e ha addirittura “inventato” (parola testuale che utilizza) la cordata concorrente.

    Poi, magari, solo dieci minuti dopo ti dice: “la gara non l’ho fatta io, ma i commissari sotto il controllo dell’Europa”. Da Lilli Gruber voleva dare lezioni di diritto a Gianrico Carofiglio che gli ha risposto (“Su questo tema è meglio che non parli”).

    Da Nicola Porro attaccava il suo (ex) partito, il Pd. Ed è curioso che manchi di rispetto a ministri come Giuseppe Provenzano e Francesco Boccia che fino a ieri erano suoi colleghi riformisti e che ora – probabilmente – ai suoi occhi sono colpevoli di mettere in dubbio le verità di Mittal, di sostenere che quella di andarsene è una pretesa insensata, un abuso.

    Di Michele Emiliano, poi , dice ogni volta peste e corna: perché ha il torto di essersi convinto che l’altra cordata, che prometteva di decarbonizzare era meglio di Mittal. E io mi faccio una domanda: ma se quella cordata con Jindal l’ha inventata Calenda, non dovrebbe essere contento del fatto che Emiliano preferisse il suo progetto?

    Calenda attacca tutti e ripete ovunque: “Bisogna rimettere subito lo scudo”. Ma può esistere uno scudo “Ad aziendam”? E se lo ottiene Mittal, perché non lo devono ottenere tutte le altre aziende impegnate in opere di risanamento ambientale?

    Io farei una legge non ritagliata su di un singolo soggetto ma su di un principio (ma è ovvio, io non capisco nulla, e dovrei solo occuparmi del ciuccio che Carlo generosamente mi offre).

    Tuttavia non c’è dubbio che Calenda sia più competente di chiunque altro sulla gara, visto che, quando si è celebrata, occuparsene era il suo lavoro, ed era pagato da tutti noi per fare questo.

    Non ho nessun bisogno di imbastire duelli a chi si misura gli attributi: gli do partita vinta a tavolino. Ma non so se oggi Carlo si renda conto di che regalo sia sostenere ovunque che Mittal ha ragione ad andarsene perché il suo diritto allo scudo è stato violato.

    Questo è anche il chiodo della campagna di fake news del partito filo franco-indiano. Ma non è un fatto: è una opinione. Non esiste nessun diritto allo scudo. E solo un giudice appurerà se il contratto sia riferito allo scudo o alla variazione della normativa.

    Dicendo questo – piuttosto – si nasconde il fatto innegabile che tutto l’atteggiamento degli indiani prima e dopo spiega che loro se ne vanno non perché “gli si è regalato un pretesto”, ma perché da mesi lavorano a questo obiettivo.

    Casomai andrebbe detto così: da un anno cercavano un pretesto (il che è molto diverso di dire che per caso lo hanno trovato). Nessuno dice, per esempio, che Mittal si è presentata – ben prima del voto sullo scudo – violando il patto occupazionale che aveva sottoscritto, solo pochi giorni dopo averlo fatto.

    Ma pochi hanno gridato allo scandalo, perché gli anglo-francesi sono in buona compagnia. Decine di aziende ottengono beni e società in gestione, sottoscrivono protocolli, e poi se ne vanno. Adesso la società vuole addirittura fare carta straccia dell’accordo.

    Parte dei soldi utilizzati per gli interventi ambientali Mittal li ha ottenuti dal fondo confiscato dalla magistratura ai Riva. Nulla di male fino a ieri. Molto male – però – se poi te ne vai.

    I tanti difensori di Mittal – in queste ore – dicono che le quotazioni dell’acciaio hanno cambiato le condizioni del piano. E allora? Pensiamo davvero che un progetto che prevedeva l’acquisizione della più grande acciaieria d’Europa e interventi fino al 2023 possa essere distrutto da qualche mese di oscillazioni di mercato (che ci sono e ci saranno sempre).

    Ma torniamo a Calenda che adesso, come abbiamo visto, sostiene la linea del : “pretesto regalato”. Il regalo – invece – è dire che Mittal abbia sicuramente ragione, perché finché questa cosa non la decide un giudice, è solo una bella aspirazione di Mittal e dei suoi avvocati, non un fatto incontestabile o una realtà.

    Essendo una persona molto meno saggia e competente di Calenda posso dire queste tre cose: 1) qualsiasi buon italiano in questo momento dovrebbe tifare contro Mittal, non per astratto “nazionalismo” ma per quello che Mittal dice e annuncia nei suoi comunicati: ovvero l’intenzione di mettere in strada cinquemila persone e di spegnere la fabbrica.

    2) qualsiasi buon italiano, Calenda compreso, dovrebbe capire che “il diritto alla salute” non è il capriccio di qualche magistrato “giustizialista” (come dice, ad esempio, il suo “vicario” Sallusti), ma un problema che non può più essere rinviato e va conciliato – non subordinato – a qualsiasi progetto produttivo.

    3) se il calendario degli interventi lo fanno i magistrati non è una follia, dunque, ma una prescrizione che l’azienda dovrebbe tenere in conto e osservare.

    4) qualsiasi italiano adesso capisce che la battaglia per il lavoro e per l’ambiente si combatte su due tavoli: contro gli ecodementi che sono contenti perché chiedendo Ilva pensano di costruire un parco a tema al posto della fabbrica, ovvio. Ma anche contro i turbo-liberisti della domenica che sono contenti se si chiude l’azienda per il motivo opposto, cioè perché si sentono più vicini alle ragioni di una multinazionale piuttosto che a chi la richiama a rispettare i suoi impegni.

    5) Se Mittal disdice gli ordini di rifornimento, svuota i magazzini e non paga i fornitori (cosa che sta accadendo) a me sembra una scelta molto, molto grave.

    6) se Calenda ha costruito la cordata perdente, dovrebbe sapere che quell’offerta aveva un grande pregio: la presenza di Cassa depositi e prestiti, il che rappresenta tutela degli interessi collettivi. Forse bisognerebbe trarre – anche da questa storia – la lezione che in nessun altro paese un soggetto privato, assume senza nessuna forma di controllo, la guida di settori strategici del Paese. Non accade in Francia, non accade in Germania (vedi Fiat con Opel) non accade nemmeno un America (vedi Obama con Marchionne). Perché deve accadere da noi?

    Calenda in questo caso – ma anche tutti noi – deve semplicemente scegliere da che parte stare. In altri paesi chi sta contro l’interesse nazionale viene considerato “traditore”.

    Io, molto più laicamente, lo reputo semplicemente un grande e brillante avvocato: al servizio di una causa suicida.

    Ps. Vedo che Carlo, nella sua simpatica, immaginifica, scompostezza, mi accusa di essere “la Meloni del giornalismo”. Non so cosa intenda, visto che la Meloni su questo tema è d’accodo con lui. Ma è sicuramente meglio essere la Meloni del giornalismo che il Montezemolo della politica.

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