A distanza di un anno dall’armistizio e dalla creazione del Board of Peace, la realizzazione del piano di pace in tre fasi non è decollata, e la situazione umanitaria a Gaza è catastrofica, anche se non si muore più di fame. In questo anno i quotidiani attacchi israeliani hanno fatto circa 1.400 morti (compresi 340 bambini), più che l’orrenda strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre 2023. Nelle ultime settimane due exploits di giornalismo investigativo hanno attirato l’attenzione delle opinioni pubbliche sul conflitto, mettendo in luce singoli aspetti della sua gestione da parte israeliana (ma non l’attuale situazione umanitaria): le rivelazioni di Haaretz sulle messe in guardia ignorate da Netanyahu e dagli apparati di sicurezza nelle settimane precedenti l’attacco del 7 ottobre, e l’uscita del docufilm NAZA sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle uccisioni mirate e l’indicazione di alti numeri di vittime civili ammessi come «danni collaterali».
L’attentato si poteva evitare?
La vicenda degli avvertimenti ignorati suscita interrogativi cui è difficile dare risposte: anzitutto, come è possibile che Netanyahu abbia archiviato la telefonata del presidente degli emirati Mohamed bin Zayed (lui nega di averla ricevuta) senza informarne i servizi e i capi militari? Se vogliamo respingere l’ipotesi (in odore di complottismo) secondo cui non avrebbe impedito l’attacco per avere un casus belli, dobbiamo ripiegare sulla tesi del grossolano errore di valutazione. Non solo da parte del premier, ma anche dei capi della difesa e dell’intelligence. Tutti – si sapeva da tempo – avevano preso sottogamba, anzi irriso, i rapporti delle “vedette”, le ragazze in servizio nei posti di osservazione che avevano riferito delle strane esercitazioni in corso. E ora sappiamo che quei dirigenti non hanno poi preso sul serio il messaggio portato da un ex ministro palestinese, dettato parola per parola da Yahya Sinwar, il capo militare di Hamas. Vi si minacciava «un terremoto». La sottovalutazione israeliana di questa minaccia aveva allarmato non solo l’Emiro ma anche il governo egiziano, che (come ha ora ammesso Bibi) aveva spedito il capo del controspionaggio a Tel Aviv a parlare con i suoi omologhi. Ancora invano. Se dunque si è trattato di un tragico errore di valutazione, non del solo capo politico ma di tutti i responsabili della sicurezza (che credevamo infallibili!) ne vanno tratte le logiche conclusioni: il massacro del 7 ottobre si poteva evitare; e la fissazione su Hezbollah e sull’annessione strisciante della Cisgiordania ha fatto premio sulla protezione dei villaggi vicini alla frontiera con Gaza.
Gli obiettivi
Il terremoto era stato minacciato da Sinwar nel contesto dei negoziati segreti allora in corso per la liberazione di centinaia di detenuti palestinesi in cambio di due prigionieri israeliani (e le spoglie di altri due). Se ne deduce che Gerusalemme non era disposta a pagare un prezzo così sproporzionato (in passato lo aveva fatto); e allora il leader di Gaza era pronto a procurarsi centinaia di ostaggi come merce di scambio per ottenere la liberazione di migliaia di palestinesi (anche di Cisgiordania). Il suo obiettivo primario sembrerebbero dunque essere stati gli ostaggi, l’uccisione di 1.200 civili potrebbe essere un eccesso dei miliziani. Ma è altrettanto plausibile che il massacro fosse voluto al fine di silurare gli “Accordi di Abramo“ (normalizzazione dei rapporti fra alcuni Stati arabi e Israele) e soprattutto la adesione di Riad. Il calcolo di Sinwar, corretto su quest’ultimo aspetto, si è invece rivelato sbagliato a proposito del valore attribuito dal premier israeliano alla vita degli ostaggi. I negoziati per la loro liberazione sono infatti stati costantemente messi in secondo piano rispetto alla punizione collettiva.
Alla punizione collettiva si è subito aggiunta un’altra finalità: la pulizia etnica e l’annessione della Striscia, un’inversione di rotta rispetto alla storica decisione presa nel 2005 da Ariel Sharon (pure lui allora leader del Likud). E anche rispetto alla linea seguita dallo stesso Netanyahu fino alla vigilia del massacro: rafforzare Hamas facilitando il flusso di sussidi dal Qatar, in modo da indebolire la Autorità Palestinese guidata dall’Olp, sua rivale.
Fallito nel 2023 il tentativo di espulsione della popolazione da Gaza, per la mancata collaborazione dell’Egitto, rimane il proposito di infliggere insopportabili sofferenze alla popolazione, non solo per spirito di vendetta ma anche per spingerla nel medio termine ad emigrare. Perciò era illusorio l’accordo raggiunto nel luglio scorso dal capo del Board of Peace sul disarmo dei miliziani di Hamas parallelamente al graduale ritiro israeliano dalla Striscia, allo scopo di sbloccare il piano di pace. Hamas aveva finalmente accettato di cedere le armi pesanti (comprensibilmente, non quelle leggere per la difesa personale). Israele ha poi preteso il disarmo completo di Hamas prima di iniziare il proprio ritiro (sul quale si può comunque essere scettici dopo la arbitraria estensione della zona occupata, dal 53% al 65%). Affondando così l’accordo, Israele ha ottenuto di rinviare l’inizio della terza fase, quella della ricostruzione.
“Danni collaterali”
Il docufilm NAZA ha risvegliato l’interesse del mondo per il dramma di Gaza. In Israele è stato attaccato dai più (senza averlo visto, e’ vietato) in quanto considerato diffamatorio. In realtà non aggiunge nulla a quanto sapevamo sulle distruzioni e i crimini di guerra. Anzi, non mostra uccisioni di bambini a sangue freddo o altre scene cruente, salvo quella di una casa appena crollata: se lo avesse fatto, avrebbe suscitato nel mondo emozioni ancora più forti contro Israele. Si concentra invece sul ruolo della IA nella selezione dei bersagli e sull’alto numero di vittime civili considerato ammissibile, volta per volta, in quanto semplici “danni collaterali“ (questo il significato dell’acronimo NAZA); e documenta la insensibilità di molti dei militari israeliani interrogati al valore delle vite dei palestinesi e alle loro sofferenze.
Che i palestinesi innocenti, uccisi in questi tre anni, siano più di 74mila (il rapporto rispetto alle vittime del 7 ottobre è 60 a uno!) era ben noto, non è il film a denunciarlo. NAZA non dice che quelle uccisioni sono dettate da sete di vendetta o dal proposito di spingere gli abitanti ad andarsene (come a noi risulta): paradossalmente, corrobora invece la tesi ufficiale, secondo cui i civili uccisi non sono bersagli dettati da odio ma vittime di effetti collaterali non evitabili. E la decisione di colpire i dirigenti o militanti di Hamas nelle loro case, quando sono attorniati da familiari e parenti, non è attribuibile a singoli ufficiali, perché è presa dalla IA. Gli autori di NAZA sono certamente contro la guerra, ma criticano apertamente solo la disumanizzazione della guerra, la decisione politica di attribuire quel potere di vita o di morte a una macchina, fissando tetti molto alti al numero di prevedibili vittime. Hanno fatto un film di denuncia, ma senza infierire. Non hanno di certo denigrato il loro Paese. Chi, anche in Italia, mette in dubbio l’attendibilità del documentario in quanto gli intervistati sono anonimi dovrebbe sapere che anche così essi rischiano gravi sanzioni o attentati. Netanyahu ha infatti ordinato di individuarli, non certo per dar loro una medaglia.
Quando mancano pochi giorni alle elezioni in Israele, l’esito è quanto mai incerto. Nei sondaggi entrambi gli schieramenti si aggirano intorno ai 53 seggi su 120, avrebbero perciò bisogno dell’appoggio di almeno una parte dei partiti arabi, ma dichiarano di escluderlo. Anche qualora l’attuale opposizione, guidata dal generale Eisenkot, finisse per superare questo tabù e andasse al potere, si può sperare che non vengano scatenate nuove guerre, ma non ci si deve aspettare una svolta radicale su Gaza e la “questione palestinese”. Il partito di Eisenkot e buona parte dei suoi alleati sono contrari alla creazione di uno Stato palestinese e tuttora animati da un desiderio di vendetta per il 7 ottobre.