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    “Non fatevi prendere in giro, l’Italia non ha mai fatto nulla per Giulio Regeni”

    Parlano un legale della famiglia del ricercatore trovato morto al Cairo nel febbraio 2016 e altri attivisti egiziani per i diritti umani

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 28 Ago. 2017 alle 14:33 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:02

    “Procrastinare, finché tutti dimenticano”. Sul caso Regeni i servizi segreti egiziani stanno seguendo questa strategia, come spiega a TPI Wael Abbas. Tergiversare e temporeggiare, fino a quando nessuno si domanderà più perché un ragazzo italiano di 28 anni fu trovato morto il 3 febbraio 2016 in un fosso alla periferia del Cairo, con il corpo che mostrava evidenti segni di tortura.

    I genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, sembrano gli unici a voler andare a fondo di questa storia e presto, ai primi di ottobre, partiranno per il Cairo per proseguire con le indagini. Riusciranno a trovare la verità? 

    Gli interessi dell’Italia in Egitto

    Le ultime azioni strategiche dell’Italia vanno in un’unica direzione: distendere i rapporti con l’Egitto, riprendendo le normali attività economiche e politiche tra i due paesi.

    L’obiettivo è bloccare i flussi migratori dal Niger e dalla Libia diretti in Italia, rafforzando il dialogo con il presidente egiziano al-Sisi, che con la Libia e il governo del generale Khalifa Haftar ha un rapporto privilegiato.

    Come ricostruisce l’inchiesta dell’Espresso, è proprio Haftar il beneficiario di armi e sostegno politico da parte del Cairo e degli Emirati Arabi Uniti, nonché l’uomo decisivo che controlla le partenze dei gommoni dalla Libia orientale. Ingraziarsi il sostegno del presidente egiziano significa ottenere un lasciapassare per attivare le trattative con il generale libico.

    Dall’omicidio Regeni in poi i rapporti tra il Cairo e Roma si sono raffreddati, ancor di più dopo l’8 aprile 2016, giorno del ritiro dall’Egitto dell’ambasciatore italiano Maurizio Massari.

    C’è poi la questione economica. Il Mediterraneo si sta configurando come un’area di enorme interesse per l’industria dell’energia. Il giacimento di gas Zohr, al largo dell’Egitto, può alimentare il business delle compagnie energetiche per molti anni ed è fonte di grande interesse per il colosso Eni, che non intende rinunciare alla partita contro la francese Total.

    Nel 2016, la Francia, con l’allora presidente Hollande, si era avvantaggiata delle tensioni tra Italia ed Egitto sulla morte di Regeni precipitandosi a fare affari con al-Sisi.

    Il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo – che avverrà il 14 settembre con Giampaolo Cantini – significa ripresa dei dialoghi e dei rapporti commerciali con il paese arabo, con cui l’Italia non ha mai rinunciato a stringere accordi economici. Nonostante la sospensione imposta nel 2015 dall’Unione europea di non trasferire armi all’Egitto, il nostro paese infatti non ha mai smesso di rifornirlo con armamenti e munizioni.

    Secondo il diciassettesimo rapporto annuale dell’Unione europea, nel 2015, l’Italia ha inviato in Egitto 3.661 fucili e accessori per un valore di oltre 4 milioni di euro; 66 pistole o rivoltelle del valore di 26.520 euro insieme a 965.557 euro di parti ed accessori per pistole e rivoltelle.

    Secondo i dati Istat resi noti dall’Espresso, nel 2016, le esportazioni italiane verso l’Egitto sono state pari a 3.089,11 milioni di euro e dunque superiori ai due anni precedenti nel 2014 circa 2,7 milioni di euro e 2,9 milioni di euro nel 2015. Un flusso che non si è interrotto nemmeno dopo l’incidente diplomatico provocato dalla misteriosa morte di Giulio Regeni.

    Il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo era solo una questione di tempo, un evento ineluttabile, non visto di buon occhio né dalla famiglia Regeni, né dai sostenitori e amici di Giulio che in Egitto continuano a chiedere verità.

    L’Italia ha scelto di chiudere gli occhi sulla verità

    “Non penso che il ritorno dell’ambiasciatore aiuterà a trovare la verità. È una bugia quella della cooperazione tra Italia ed Egitto, sulla morte di Giulio non vi è alcuna cooperazione”, spiega a TPI un rappresentante del team legale della famiglia Regeni al Cairo, il cui nome, per questioni di sicurezza, non può essere rivelato.

    “Il governo egiziano ha il controllo di tutto, persino delle procedure legali per ottenere i documenti. Non capisco come la venuta dell’ambasciatore italiano possa cambiare le cose. Le persone sanno, gli egiziani e gli italiani conoscono la verità, nonostante le bugie che nel corso dei mesi sono state diffuse dal governo egiziano che controlla diversi organi di informazione”.

    “Pur non essendo il mandante della morte di Giulio, sappiamo che al-Sisi è coinvolto in questo omicidio perché era a conoscenza dei fatti”, prosegue la nostra fonte. “Sappiamo i nomi degli ufficiali responsabili e anche di chi ha dato la telecamera a Mohamed Abdullah”, il finto responsabile del sindacato dei venditori ambulanti, che voleva incastrare Giulio con una ripresa video.

    I due nomi cui probabilmente si riferisce il legale sono il colonnello della National Security egiziana Sharif Magdi Ibrqaim Abdlaal, che avrebbe coordinato l’operazione di spionaggio su Giulio, e il colonnello Mahmud Hendy che aveva collocato i documenti di Giulio nella casa del capo della banda dei cinque uomini uccisi il 24 marzo 2016.

    “Nessuno può dirsi al sicuro con il regime, tutti gli attivisti stanno chiedendo la verità per Giulio, ma la situazione è molto pericolosa adesso. Centinaia di attivisti sono in prigione per ragioni politiche e ci vuole coraggio per muoversi e ottenere informazioni”, spiega il legale. “Le persone hanno paura: io stesso non posso fornire tante informazioni perché sono controllato”.

    “L’Italia ha scelto di chiudere gli occhi sulla verità. L’intelligence egiziana sa tutto quello che viene scritto su Regeni, ogni cosa, anche sui giornali stranieri, specie quelli italiani, monitora tutti i media, traduce e invia le informazioni agli apparati di sicurezza. Siamo molto cauti, vogliamo trattare con loro, abbiamo bisogno della documentazione necessaria e non vogliamo che utilizzino le nostre esternazioni in modo strumentale”, conclude il rappresentante del team legale.

    Ci stiamo dimenticando di Giulio?

    Ma se in Egitto si avverte la paura e si verifica ogni giorno il potere di al-Sisi sul controllo della libertà delle persone, in Italia tutto questo sembra molto distante.

    “Sembra che a poco a poco non farà più scalpore che un italiano viene ucciso e torturato in un altro paese”, dice a a TPI il portavoce del Movimento 6 aprile, Ibrahim Heggi. “La realtà è che al-Sisi è riuscito a bloccare ogni sussulto per la verità e l’Italia in questo periodo non ha fatto nulla”.

    Secondo Heggi, anche il viaggio dei genitori di Giulio si rivelerà inutile: “Cosa faranno al Cairo? Anche se dovessero riuscire a trovare delle prove concrete, saranno realmente supportati dal governo italiano? Io credo che qualunque partito si trovi al governo non avrà la forza di condannare e denunciare quanto accaduto. Amnesty che aveva chiesto a gran voce di far luce sul ruolo degli ufficiali egiziani e i genitori di Giulio sono stati presi in giro”.

    “Paola Deffendi e Claudio Regeni sono due persone in gamba, molto intelligenti e combattivi, ma si trovano a fronteggiare un caso troppo più grande di loro e non riescono a fare nulla da soli. Se il governo italiano decidesse di cambiare politica allora le cose sarebbero diverse, ma contro un governo feroce come quello egiziano nessuno può far nulla”, spiega Heggi.

    Il portavoce del Movimento per i diritti civili dei giovani d’Egitto ricorda come la prima manifestazione in Italia per Giulio fu indetta proprio dalla sua organizzazione.

    “Abbiamo capito subito che c’entrava la polizia egiziana e ne conosciamo i modi, per questo abbiamo chiesto fin da subito la verità”, dice Heggi. “Mi spaventa vedere come il popolo italiano si stia abituando a tutto questo ma occorre pensare che il caso di Giulio potrebbe non essere l’ultimo: gli italiani sono ricercatori curiosi e ce ne saranno altri di studi come quello che stava conducendo Giulio in modo splendido”.

    Procrastinare, per far dimenticare

    Sulla pericolosità del governo egiziano e sulle misure adottate dai loro servizi segreti si è espresso anche Wael Abbas, noto giornalista e blogger egiziano con un account Twitter da 350mila follower, secondo il quale L’Egitto è diventato un paese xenofobo, dove “tutti i sostenitori delle sinistre sono spie, tutti gli stranieri sono spie che vogliono preparare un’invasione materiale o immaginaria del paese”.

    “Non sarà possibile trovare la verità: ci sono molte persone in Egitto che scompaiono o muoiono e nessuno sa cosa sia successo loro, ma è la prima volta che uno straniero viene ucciso in modo così atroce. Normalmente gli egiziani non colpiscono gli stranieri, e non vogliono creare crisi con altri paesi, ma adesso forse è diverso”, spiega Wael Abbas a TPI.

    “Migliaia di attivisti e giornalisti sono in prigione: le stime si aggirano intorno a 40mila persone e in tutto questo l’Italia non ha mai aiutato nessuno, anzi, ha supportato le dittature. Ha supportato Mubarak per le risorse di gas e per il petrolio e ora con al-Sisi vuole normalizzare i rapporti. Ecco perché l’ambasciatore italiano è tornato al Cairo, non certo per aiutare le ricerche, quanto piuttosto per questioni commerciali: si tratta di un ‘business back’. Il governo italiano fa ciò che segue ogni governo al mondo: pensa ai propri interessi, a quelli degli investitori e delle grandi compagnie”.

    Secondo il blogger egiziano, l’opinione pubblica è molto attiva in alcuni momenti, chiede giustizia, ma poi pian piano dimentica, e tutto torna alla normalità. Così agiscono i servizi segreti: aspettano.

    La verità è sotto gli occhi di tutti

    L’unico a essere più ottimista sulla sorte delle ricerche dei coniugi Regeni è Mohamed Lotfy, responsabile della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (ECRF), che a TPI ha spiegato come tutto dipenderà dal modo in cui i genitori di Giulio si comporteranno al Cairo, non risparmiando critiche governo di al-Sisi.

    “Se faranno le giuste domande e incontreranno le giuste persone è possibile che la verità verrà a galla”, racconta Lotfy. “Certo non sarà facile e sarà pericoloso considerando che qui non esiste protezione per gli attivisti e per i diritti umani. La decisione di far tornare l’ambasciatore italiano è stata una scelta ingenua da parte dell’Italia che crede in questo modo di ottenere qualcosa in più dall’Egitto. Il governo egiziano vuole capitalizzare questa scelta, e pian piano far dimenticare ciò che accadde a Giulio”.

    “Gli egiziani non sono stupidi, sanno che il governo fa sparire e uccide le persone e mettendo insieme i pezzi si capisce che ci sono molti interessi coinvolti”, prosegue il responsabile di ECRF. “Il governo ha cercato di nascondere la verità, ma non bisogna essere molto astuti o chissà quanto istruiti per capire cosa è successo. Si vuole solo raffreddare il caso. Ci sono diverse prove per sospettare che il governo sia responsabile di aver ucciso Giulio Regeni”.

    “I genitori di Giulio hanno il supporto di molti simpatizzanti al Cairo che li aiuteranno, lo stesso presidente al-Sisi, in una dichiarazione del 2016, ha promesso di fare il necessario per le indagini”, conclude Lotfy.

    Paola Deffendi e Claudio Regeni, più volte contattati da TPI, non intendono rilasciare altre interviste e ottobre è ormai alle porte.

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