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“Clandestino tra Messico e Stati Uniti: il mio viaggio su una Bestia insieme ai migranti che inseguono il sogno americano”

CrediT: RONALDO SCHEMIDT / AFP
Di Marta Facchini
Pubblicato il 7 Gen. 2019 alle 15:37 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:34

Aymar Blanco, peruviano, ha uno zaino sulle spalle: dentro ci sono acqua, biscotti, carta igienica e uno spazzolino per i denti. I soldi li tiene nascosti nelle mutande. I documenti, invece, non li ha. Parte dal Guatemala e arriva in Arizona. Un viaggio che dura ventuno giorni, quasi tutti passati a bordo della “Bestia”, il treno merci che taglia il continente e avvicina al sogno americano. Centoventi vagoni per più di quattromila chilometri di percorso. Aymar viaggia sul tetto o tra i vagoni, legato con un spago per non cadere sulle rotaie. Parla poco con i compagni di viaggio perché, per chi inizia l’esodo, una delle regole è non fidarsi mai.

Aymar è Flaviano Bianchini – ricercatore, attivista per i diritti umani e fondatore della Ong Source International –  che indossa i vestiti dell’altro da sé per capirlo e raccontare la rotta che dal Centroamerica porta negli Stati Uniti. Bianchini, italiano, cambia accento e crea un personaggio. Diventa un uomo peruviano, originario di Pucallpa. I documenti li ha spediti a un amico che vive a Città del Messico. Impara a memoria il suo numero di cellulare e ha un piano d’emergenza: recuperare un pesos, trovare un cabina telefonica e chiamarlo in caso di necessità.

E il suo viaggio Bianchini l’ha raccontato nel romanzo Migrantes. Clandestino verso il sogno americano, edito da Bfs edizioni, da poco trasformato in una graphic novel per le edizioni Shockdom grazie ai disegni di Giovanni Ballati.

Il viaggio. Aymar parte a bordo di un treno merci. È “La Bestia”, il simbolo di un esodo e della speranza di raggiungere una mejor vida. Un insieme di vagoni che parte dal Centroamerica e porta negli Stati Uniti. E che insegna la prima regola del viaggio: non addormentarsi per non finire massacrati sulle rotaie. Perché su La Bestia non si viaggia dentro un vagone ma ai vagoni, al tetto, ci si lega con le corde per non cadere giù. 

E ce ne sono molte di regole. L’altra: non fidarsi. “Non sai mai se chi viaggia con te è un vero migrante. Potrebbe essere uno dei narcos e potrebbe cercare di venderti”, racconta Bianchini. E ancora: “non guardare l’orologio, il tempo che altrimenti non passa. E non chiedere mai niente che non sia scontato. Il viaggio ti porta a preoccuparti solo di te stesso”.

Messico e contraddizioni. “L’esodo verso gli Stati Uniti è un viaggio tra due estremi: la mancanza di aiuto da parte di chi è con te e il sostegno della popolazione. E il Messico li rappresenta entrambi”, racconta Bianchini. “Nel paese i narcos e i trafficanti di esseri umani approfittano della situazione ma dalla popolazione vengono grandi gesti di solidarietà”.

Ci sono Las Patronas, un gruppo di donne che da più di vent’anni distribuisce cibo e acqua a chi viaggia su La Bestia lanciando sacchetti di plastica verso i finestrini nel punto in cui il treno merci inizia a rallentare. C’è la Casa del migrante, parte di una rete di trenta centri di assistenza alla frontiera nord del Messico, che si occupa di accogliere i migranti che arrivano a Tijuana, al confine con gli Stati Uniti.

“Un giorno abbiamo sbagliato la linea del treno e ci siamo ritrovati a dovere attraversare le montagne a piedi. Faceva freddo, pioveva. All’alba, dopo avere camminato tutta la notte al buio e solo per scaldarci, abbiamo trovato una casa e il proprietario, un contadino, ci ha accolto”, racconta Bianchini.

“Ci ha dato da mangiare, ha acceso il fuoco. Ha lavato i nostri vestiti e le coperte. Ci ha lasciato da soli a casa sua mentre andava a lavorare nei campi. E ha rischiato fino a vent’anni di carcere, la pena per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Il deserto di Sonora. Aymar attraversa il deserto di Sonora, una delle tappe forzate per raggiungere gli Stati Uniti. Il punto fin dove Trump aveva promesso, durante la campagna elettorale, che avrebbe esteso il muro che oggi separa il Sud dagli States. E non lo attraversa da solo ma con altri ventitré migranti e una guida. “Si cammina di notte e ci si nasconde durante il giorno. Si va avanti con le luci spente perché il deserto è pattugliato da droni, elicotteri, poliziotti. Siamo arrivati alla fine in diciannove”, racconta Bianchini.

I dati sulle violenze subite durante il viaggio sono allarmanti. Secondo la denuncia del Movimiento migrante mesoamericano, organizzazione umanitaria in prima linea nella difesa dei diritti dei migranti, quando attraversano il Messico il 70 per cento delle donne provenienti da paesi dell’America centrale sono vittime di stupro, o altre violenze, e difficilmente sporgono denuncia. Il corpo diventa spesso l’unica moneta di scambio di fronte a poliziotti corrotti per superare i posti di blocco, sempre più numerosi. 

Il sogno americano. “Quando ho vissuto in Amazzonia, vedevo i ragazzi più giovani partire, farsi anche quattro ore di traversata su una barchetta lungo il Rio delle Amazzoni per arrivare in un paesello dove c’era l’elettricità quattro ore al giorno per vedere un film hollywoodiano”, racconta Bianchini.

“Il sogno americano è trasmesso dal cinema, i film, le serie tv. Il messaggio è uno: chiunque può diventare ricco e ce la può fare. Ma una volta arrivati è l’opposto: nove su dieci iniziano a fare lavori miserabili e sottopagati, in particolare negli stati del sud”. 

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