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Il fratello di Che Guevara a TPI: “È necessario cambiare la società, l’obiettivo è l’equità”

Di Vincenzo Fiore
Pubblicato il 8 Ott. 2019 alle 21:54 Aggiornato il 9 Ott. 2019 alle 18:52

Il fratello di Che Guevara a TPI: “È necessario cambiare la società, l’obiettivo è l’equità”

“Ricordatevi che la rivoluzione è quello che conta, e che ognuno di noi, da solo, non conta niente. Ma più di ogni cosa, imparate a sentire profondamente tutte le ingiustizie compiute contro chiunque, in qualunque posto al mondo. Questa è la qualità più importante di un rivoluzionario”, con queste parole d’addio, Ernesto Guevara lasciava il proprio testamento politico ai suoi figli. Consapevole che probabilmente non avrebbe fatto ritorno a casa, il Che, un uomo che esasperò la propria coerenza fino alla morte, sperò fino in fondo che le generazioni successive avrebbero “tremato d’indignazione” dinanzi a ogni tipo di sfruttamento.

A cinquantadue anni dalla morte, avvenuta il 9 ottobre 1967 a La Higuera, piccolo villaggio boliviano oggi abitato soltanto da circa cento anime, il giudizio storico sulla sua figura è ancora oggetto di feroci dispute. Fatto sta, che il Che è diventato un vero e proprio mito, una leggenda senza tempo. Se Jean-Paul Sartre lo descrisse come l’essere umano più completo del suo tempo, John Berger paragonò l’immagine del suo corpo esamine al dipinto del “Cristo morto” del Mantegna.

A restituire un’immagine quotidiana e più intima di Ernesto, l’uomo dietro il mito del Che, è stato il più giovane dei suoi fratelli, Juan Martin Guevara, con il suo libro Il Che, mio fratello, pubblicato in Italia da Giunti. Quello che ne viene fuori, è il ritratto di un ragazzo che trascorse la sua gioventù fra i libri, l’amore per la famiglia e la passione per il rugby; uno studente di medicina che, viaggiando per l’America Latina, sognava un mondo senza più oppressori e oppressi.

TPI ha intervistato Juan Martin, l’uomo che durante la dittatura militare argentina di Videla è stato in carcere per 8 anni, 3 mesi e 23 giorni, a causa delle sue idee scomode e, soprattutto, per il peso di un cognome che continua a far rumore.

Qual è il contesto familiare in cui è nato e cresciuto Ernesto Guevara?

Innanzitutto, devo dire che Ernesto aveva quindici anni quando sono nato. Io sono l’ultimo dei cinque fratelli Guevara. La sua infanzia, dunque, non è stata perfettamente uguale alla mia. I miei genitori appena sposati andarono a vivere in mezzo alla giungla Misiones, sulle rive del fiume Paraná, a 1.300 km da Buenos Aires. Mio padre allora si dedicò alla coltivazione della erba mate. Qui mio fratello visse i suoi primi due anni. Poi si spostarono proprio a Buenos Aires, dove sono nati Celia e Roberto, successivamente ad Alta Gracia e Córdoba dove siamo nati Ana Maria e io. Una famiglia itinerante, quasi nomade. Così è cresciuto Ernesto, viaggiando.

La politica era molto sentita a casa vostra?

A casa molta lettura, molta politica, molte discussioni. Ognuno di noi è cresciuto sviluppando un proprio pensiero critico e autonomo.

Lei ha raccontato che a casa sua poteva mancare il cibo, ma non mancavano mai i libri. Quali erano gli autori che Ernesto leggeva da ragazzino?

Mia madre era una lettrice accanita e la casa era piena di libri. Anche mio padre, ma lui in particolare amava la poesia e la fotografia. Ernesto leggeva gli autori per bambini e ragazzi di quel tempo e poi libri di filosofia, di politica, di psicologia, ecc. Per citare alcuni autori a lui cari: Sigmund Freud, Jules Verne, Alexandre Dumas, Robert Louis Stevenson, Miguel de Cervantes ed Emilio Salgari.

Perché a casa Guevara non entravano né preti né militari?

Mia madre trascorse un anno scolastico dalle suore. Forse è per questo che non le piacevano gli uomini di chiesa. In generale, il pensiero strutturato e la vita di ordine e di comando non avevano posto in casa.

Qual è, a suo avviso, un aspetto poco conosciuto di Ernesto Guevara?

Ha scritto più di 4.000 pagine. E ciò che è più noto sono soltanto il diario boliviano e un paio di biografie. Gran parte del suo pensiero è saltato dalla scena mediatica.

Il 1º gennaio 1950 partì per un viaggio in motocicletta. Quanto fu cambiato da quell’esperienza?

Sì, in effetti tutto ebbe inizio nel 1950. Prima del celebre viaggio, egli era già un avventuriero esperto, fece un giro con una bicicletta, dotata di un piccolo motore, di circa 4.500 km attraverso l’Argentina. Quindi si imbarcò come infermiere su delle petroliere, viaggiando dall’America centrale fino al Sud dell’Argentina. Poi arrivò la moto, nel 1952, e la storia che tutti sanno. Tutto ciò gli ha fatto conoscere di persona la realtà, gli ha dato la possibilità di viverla, di apprendere qual era la situazione delle persone in luoghi lontani, nelle favelas. Egli ha visto con i suoi occhi la povertà estrema, la fame, il dolore degli ultimi. Il clamoroso cambiamento in lui si ebbe in Guatemala, al momento del rovesciamento del governo del colonnello Jacobo Arbenz Guzmán. Egli comprese che il socialismo e la lotta fossero gli strumenti adatti per l’emancipazione dei popoli.

Dopo la liberazione de L’Avana, tutta la sua famiglia andò a Cuba per vivere quel momento storico. Cosa ricorda di quei giorni?

Lasciare “Ernestito” e incontrare il Comandante fu una sorpresa eccezionale. Ma forse la cosa più importante è stata vivere quei mesi, l’inizio della Rivoluzione con le costanti mobilitazioni popolari.

Nell’ultima apparizione pubblica il 24 febbraio 1965 ad Algeri, il Che denunciò l’Unione Sovietica come complice dello sfruttamento imperialista…

Disse precisamente: “Dobbiamo concordare sul fatto che i paesi socialisti sono, in un certo senso, complici dello sfruttamento imperialista…” Non intendeva soltanto l’Urss, ma parlava di tutti i paesi socialisti. Più tardi, in un altro scritto, parlando dell’internazionalismo affermò che non era stato interpretato dai paesi socialisti come avrebbero dovuto.

Nello stesso anno il Che lascia Cuba. Avrebbe potuto vivere una vita tranquilla da Ministro, invece scelse di lottare prima in Congo e poi in Bolivia. Cosa pensò quando seppe della sua nuova partenza?

In realtà, la sua partenza fu clandestina. Abbiamo avuto la certezza assoluta che fosse in Bolivia, solo quando fu assassinato dall’esercito.

Gli Stati Uniti da una parte, l’Urss dall’altra e, per finire, il silenzio di Fidel Castro. Che Guevara morì solo?

Se la domanda è se Fidel lo ha abbandonato, la risposta è decisamente no. Non lo abbandonò, c’era un accordo segreto tra loro da seguire. Il tradimento è stato di Monje, il segretario generale del PC boliviano.

Che effetto le fa, vedere il volto di suo fratello su magliette, cappelli, tazze e su ogni tipo di accessorio?

L’immagine del Che è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Tutto ciò che ha valore nel mercato, viene tradotto in una proposta commerciale. È il capitalismo! L’importante è vedere che il Che sia ancora presente.

Cosa ha pensato quando il 21 marzo 2016 Raoul Castro e Obama si sono stretti la mano?

È stato un atto politico che ha in qualche modo normalizzato le relazioni esistenti. Ricordo cosa rispose il Che a una giornalista statunitense che negli anni ’60 gli chiese cosa avrebbe dovuto fare Washington nei confronti di Cuba: “Niente, né a favore, né contro. Soltanto lasciarci in pace”.

Secondo l’Oxfam, nel mondo, l’1% della popolazione più ricca possiede di più rispetto al restante 99%. Come commenterebbe oggi, secondo lei, questi dati il Che?

È ancora necessario oggi, come 52 anni fa, un profondo cambiamento della società. L’equità deve diventare realtà. Il capitalismo non equilibra il mondo, al contrario, lo sbilancia. Questo è un grave problema.

I maggiori partiti di sinistra europei hanno eliminato dal loro programma la battaglia anticapitalista. A suo avviso, questa è stata una transizione programmatica necessaria o un errore di cui si pentiranno in futuro?

È difficile definire questo, quando la Cina è una grande potenza, così come la Russia… Cos’è la sinistra oggi?

Il Comunismo sembra morto e il Che?

Mio fratello era un marxista-leninista. Oggi i giovani aggiungerebbero anche l’aggettivo “guevarista”. Certo, è vivo!

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