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    Virginia l’eterna divisa

    Alla scoperta della Virginia, uno stato in bilico tra tensioni razziali e tagli alla difesa

    Di Luigi Spinola
    Pubblicato il 7 Nov. 2012 alle 00:27 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 11:47

    Virginia l’eterna divisa

    “Eravamo preparati al peggio, ma il passaggio dell’uragano Sandy qui a Norfolk ha avuto un impatto minimo” racconta Denis Finley, direttore del Virginian Pilot, il primo quotidiano della Virginia. Irrilevanti, o quasi, anche gli effetti sulla campagna elettorale: “La tempesta ci ha concesso un po’ di tranquillità, costringendo i due candidati a fermarsi mentre il presidente provava a fare il suo lavoro”.

    La pausa è durata poco. Non poteva essere diversamente nell’unico ‘swing state’ che si trovava sulla strada di Sandy, dove stando ai sondaggi la partita presidenziale potrebbe decidersi per un pugno di voti. Finley però esclude che possa essere la tempesta a spostarli, magari inducendo ad apprezzare le virtù del ‘Big Government’ interventista inviso ai Repubblicani, o a ritrovare il miglior Barack Obama nelle vesti di comandante in capo. “La tempesta non avrà la minima influenza politica” sentenzia. “Di fronte a un disastro nazionale noi americani lavoriamo tutti insieme per evitare il peggio, conta poco che il presidente sia Democratico o Repubblicano”.

    Anche in Virginia, dove l’economia tiene bene e il tasso di disoccupazione è due punti sotto la media nazionale, sarà la crisi secondo Finley a determinare la scelta degli elettori. “Perché se il Congresso non troverà un accordo sulla riduzione del budget, a gennaio scatteranno i tagli automatici al bilancio della difesa. E le conseguenze da noi saranno disastrose”.

    La Virginia è terra di militari. Ospita il Pentagono nella contea di Arlington e a Norfolk, a pochi chilometri dalla redazione centrale del Virginian Pilot, la base navale più grande degli Stati Uniti. “Siamo molto vicini ai nostri soldati, questa è una delle città più patriottiche d’America” afferma Finley. Anche perché l’esercito e il suo indotto rappresentano una quota importante dell’economia. “È in buona parte grazie all’industria della difesa che abbiamo una percentuale di disoccupati più bassa degli altri stati” conferma Finley. “Fin qui siamo stati risparmiati dalla crisi. Ora però siamo a rischio”.

    Questo può favorire Romney? “In realtà toccherebbe al Congresso trovare una soluzione, più che al presidente, ma il Repubblicano ha promesso di non fare tagli al bilancio della difesa e di costruire nuove navi. E Romney è considerato in generale il candidato più vicino ai militari”. A Norfolk in pochi hanno riso alla battuta di Obama che nell’ultimo dibattito televisivo ha associato navi, cavalli e baionette per deridere l’anacronistica concezione strategica del Repubblicano. Ripetere l’exploit del 2008 per il presidente qui sarà dura.

    “La Virginia di solito vota per i Repubblicani nelle elezioni nazionali” ricorda Finley. L’ultimo Democratico a farcela è stato Lyndon Johnson nel 1964, poi la sua svolta sui diritti civili spinse i bianchi sudisti a trasmigrare nel Grand Old Party. La Virginia non è uno stato qualunque, soprattutto per un candidato afroamericano. Gli Stati Uniti sono nati qui: la Virginia è la prima colonia permanente britannica nel nuovo mondo, e qui (a Yorktown, nell’ottobre 1781) si è combattuta l’ultima ‘battaglia rivoluzionaria’. Ma è sempre in Virginia che 150 anni fa l’Unione si è spaccata. Richmond, la capitale della Confederazione, un paio d’ore di macchina da Norfolk, era il cuore dell’America sudista e schiavista. Questo è il popolo degli sconfitti. E non lo hanno dimenticato.

    “Sono ossessionati dalla Guerra Civile” dice Finley, che è arrivato in Virginia 25 anni fa da Philadelphia. “Noi a nord abbiamo vinto e siamo andati avanti. Ma per molti qui la guerra non è mai finita. ‘Non ti fidare mai di uno yankee’: non sa quante volte me lo hanno detto. Scherzano, ma fino a un certo punto”. E l’insediamento di un nero alla Casa Bianca non ha chiuso la questione razziale.

    “Ogni settimana ricevo e-mail razziste Ho appena assunto un columnist nero e subito sono arrivate telefonate di protesta. E quando metto un nero in copertina scontento tutti: i bianchi mi chiedono se il Pilot sia diventato un giornale ‘nero’ e gli afroamericani mi dicono che i neri vanno in copertina solo se sono criminali o stelle dello sport”. Così raccontava Finley due anni fa. Poi il direttore del Virginian Pilot è finito nel mirino della televisione conservatrice Fox News, che lo ha accusato di “razzismo al contrario” per non aver dato copertura giornalistica all’aggressione di due giornalisti bianchi da parte di teppisti neri. Ora Finley si limita a segnalare che in Virginia i dati sono in linea con il recente sondaggio nazionale del Washington Post, che disegna un elettorato mai così spaccato dal 1984 su linee razziali.

    Come Finley però sono tanti gli yankee che lavorano qui, e tantissimi quelli che affollano l’hinterland di Washington che si trova entro i confini dello stato, contribuendo così a cambiare demografia e cultura della Virginia. E a rendere più ‘swinging’ che mai il suo elettorato. Dopo la vittoria di Obama nel 2008, l’anno successivo la Virginia ha scelto un governatore repubblicano (Robert F. McDonnell) e ha premiato il Gop anche alle elezioni di midterm nel 2010. Per la poltrona più importante la competizione è ancora aperta. E il 6 novembre potrebbero essere proprio i dati in arrivo da Norfolk e dintorni a far capire come andrà la nottata.

    Quattro anni fa anche i Democratici più prudenti iniziarono a cantare vittoria nel momento in cui la Virginia fu assegnata a Obama. A Romney non basterà conquistare i suoi 13 ‘grandi elettori’ – se Obama tiene l’Ohio, la strada sarà in salita per il Repubblicano – ma è partendo da Norfolk e dintorni che potrebbe allungare la notte elettorale. E magari costringere l’America a risvegliarsi l’indomani senza conoscere ancora il nome del presidente. Ne è convinto Finley: “Credo che la Virginia tornerà a votare Repubblicano scegliendo Romney. La gara però sarà molto combattuta qui e anche a livello nazionale, al punto che potremmo dover aspettare alcuni giorni prima di sapere chi ha vinto. Ma alla fine penso che sarà Mitt Romney a spuntarla”.

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