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    La sindrome di Washington: ecco perché il Patto della Mecca non segna la fine dell’ordine Usa

    Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Credit: Daniel Torok / Avalon - AGF

    Gli Usa non vogliono più essere coinvolti per primi in ogni crisi. Ma non cedono la regione a Riad, Ankara e Islamabad. Chiedono loro di pagare di più per la propria sicurezza. Riservandosi così il diritto di decidere se, come e quando l’America dovrà intervenire

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 11 Set. 2026 alle 14:21

    Il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il “Patto della Mecca”, impegnandosi a considerare un attacco armato contro uno dei tre come un attacco contro tutti. Trump ha accolto l’intesa con favore. Per Washington non rappresenta tanto una battuta d’arresto quanto un possibile tassello della sua strategia: spingere gli alleati a farsi carico della sicurezza regionale, senza che gli Stati Uniti rinuncino al loro peso in Medio Oriente.

    La strategia della Casa bianca
    La seconda amministrazione Trump, infatti, parte da una regola semplice: gli Stati Uniti non devono pagare da soli per la sicurezza degli alleati. La strategia di sicurezza nazionale chiede ai partner di assumersi una quota maggiore del costo e della responsabilità. Ma, attenzione, non è isolamento. Washington vuole ancora proteggere le rotte energetiche e impedire che una potenza ostile domini il Medio Oriente. Ma non vuole più essere chiamata a risolvere ogni crisi con uomini e risorse proprie. È qui che il richiamo a Woodrow Wilson diventa utile. Il wilsonismo immaginava gli Stati Uniti come una potenza che difendeva un ordine internazionale anche in nome di principi universali, democrazia e diritto. Nella pratica, naturalmente, la politica estera americana ha sempre avuto anche interessi materiali: petrolio, alleanze e forza militare. Ma Trump sposta il baricentro. Non parte più dalla domanda “quale ordine dobbiamo difendere?”, bensì da un’altra: “che cosa ci guadagnano gli Stati Uniti e quanto sono disposti a fare gli altri?”.
    La differenza si vede nei documenti e nel linguaggio dell’amministrazione. Analizzando la Strategia di sicurezza nazionale del 2025, il New York Times ha osservato che «la Casa Bianca presenta un’America più interessata agli affari e meno propensa a giudicare gli autoritarismi o a diffondere la democrazia». La Cnn rileva che la strategia tratta le alleanze come strumenti utili, non come un valore in sé. E il Washington Post ha raccontato i primi cento giorni del secondo mandato di Trump come una revisione delle alleanze tradizionali e dell’ordine economico internazionale. Non significa che il presidente Usa adotti una dottrina lineare o che voglia abbandonare tutti i partner. Significa però che le alleanze devono rendere: portare soldi, basi, accordi commerciali, spazio di manovra o un vantaggio contro i rivali. In Medio Oriente questa logica prende la forma di un bilanciamento di poteri. Gli Stati Uniti non promettono di proteggere tutti da tutto; cercano invece di mettere gli attori regionali nelle condizioni di contenere minacce e rivali, intervenendo in prima persona soltanto quando ritengono che ne valga la pena.

    Un segnale politico
    Il “Patto della Mecca” va letto dentro questo quadro. I tre firmatari si sentono più esposti, ma non temono le stesse cose. Per Riad la priorità è proteggere il territorio, gli impianti energetici e le rotte del Golfo e del Mar Rosso. Ankara vuole confermarsi come potenza capace di offrire sicurezza, dalla Siria al Mediterraneo orientale. Il Pakistan vuole pesare di più nella regione, senza smettere di guardare alla rivalità con l’India. I tre Paesi hanno risorse diverse. L’Arabia Saudita ha denaro e peso politico. La Turchia ha un’industria della difesa in crescita, esperienza militare all’estero e un esercito inserito nella Nato. Il Pakistan ha forze armate numerose, rapporti militari di lunga data con Riad e l’unica arma nucleare fra i Paesi a maggioranza musulmana. Questo non significa però che abbiano già costruito una garanzia pari a quella americana. Il testo completo dell’accordo non è pubblico. I firmatari non hanno spiegato con precisione chi dovrebbe fare cosa in caso di attacco, né hanno creato un comando comune. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha detto che il tipo di aiuto andrebbe deciso di volta in volta: intelligence, logistica, munizioni o, se necessario, reparti militari. La promessa di difesa comune c’è, ma bisogna ancora capire come funzionerebbe davvero.
    Parlando a TPI, Piero Boccardo, professore ordinario di Geomatica presso il Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio del Politecnico di Torino e coautore con Nicolò Russo Perez dell’analisi “Il Patto della Mecca, in numeri”, pubblicata dalla Fondazione Centro Studi sul Federalismo (CSF), indica la soglia che dovrebbe essere superata perché l’intesa assuma un valore operativo. Il Peninsula Shield cui si riferisce è la forza congiunta del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG): «Il Patto resta oggi soprattutto un segnale politico proprio perché, come mostrano i numeri che abbiamo raccolto, i tre eserciti non condividono né dottrina né logistica: Islamabad guarda all’India più che al Golfo, Riad alla propria sicurezza interna e allo Yemen, Ankara proietta potenza su tre continenti con mezzi che gli altri due non hanno. Perché diventi una vera architettura di difesa servirebbero passi verificabili, non solo dichiarativi: esercitazioni congiunte ricorrenti, non occasionali; protocolli di interoperabilità tra sistemi d’arma oggi incompatibili tra loro (la Turchia opera su standard NATO, il Pakistan su una flotta mista occidentale e cinese, l’Arabia Saudita quasi interamente su equipaggiamento statunitense); e soprattutto una struttura di comando comune, anche minima, sul modello del Peninsula Shield del CCG. Finché non si vede nulla di tutto questo, resta un ombrello diplomatico più che un’alleanza operativa».

    Questione di deterrenza
    È anche la conclusione di Emily Tasinato, visiting fellow della Fondazione CSF. Secondo Tasinato, il Patto serve soprattutto a mandare un segnale politico e ad aumentare la deterrenza. Non è una Nato regionale. La sua vaghezza permette ai tre governi di mostrarsi uniti senza promettere di entrare nelle guerre degli altri. In un articolo per E-International Relations, il ricercatore e consulente geopolitico israeliano Roie Yellinek fa una distinzione utile. Un conto è lasciare nel dubbio l’avversario su quale risposta riceverà: questo può rafforzare la deterrenza. Un altro è non avere regole comuni tra alleati: questo è un problema. Il Patto sarà credibile solo se avrà organismi stabili, esercitazioni e procedure per consultarsi. Trump può apprezzare un’alleanza flessibile, ma non può risparmiare davvero se gli alleati non riescono a decidere insieme. Ecco perché il Patto non è per forza in contrasto con la presenza americana. Arabia Saudita e Turchia restano dentro una rete di basi, armi e rapporti militari in cui Washington conta molto. La nuova alleanza non sostituisce quella rete, l’affianca. Se gli alleati investono e si prendono una parte del rischio, il Pentagono può decidere con più libertà quando intervenire.
    Nello stesso commento rilasciato a TPI, Boccardo definisce così il significato dell’accordo nel presente: «Sulla base dei dati mappati nel nostro lavoro, la lettura più solida oggi è la prima: condivisione degli oneri, non allontanamento da Washington. Rias ospita ancora la Prince Sultan Air Base, di fatto una struttura americana; Ankara ospita a Incirlik le armi nucleari Nato nell’ambito del “nuclear sharing”. Nessuno dei tre Paesi ha, allo stato attuale, un incentivo a rompere quell’ombrello: lo status quo garantisce protezione senza doverne sostenere per intero il costo. Questo non esclude che nel tempo, se l’amministrazione Trump continuasse a spingere per un disimpegno diretto dal Golfo, il Patto possa diventare il contenitore istituzionale dentro cui la regione impara progressivamente a fare da sé. Ma oggi lo definirei una copertura assicurativa aggiuntiva, non un’alternativa».

    L’obiettivo di Trump
    Gli Stati Uniti sanno di non poter affrontare allo stesso modo tutte le crisi del mondo. Trump dà priorità al continente americano e alla competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico. La Strategia di difesa nazionale del 2026 chiede agli alleati di guidare la risposta dove il pericolo riguarda prima di tutto loro, con un aiuto americano «critico ma più limitato». Il Medio Oriente rientra in questo schema. Per la Casa bianca il vantaggio è chiaro. Gli alleati possono occuparsi di più della loro sicurezza, mentre gli Stati Uniti continuano a pesare grazie a tecnologia, intelligence, basi e armamenti. E possono tornare decisivi se la crisi diventa troppo grande. Questo non vuol dire che Washington possa semplicemente fare un passo indietro e lasciare tutto agli altri. Gli eserciti della regione restano legati agli Stati Uniti per addestramento, equipaggiamenti, ricambi e informazioni. L’obiettivo di Trump sembra essere un altro: fare in modo che, davanti a una crisi limitata, siano gli alleati a sostenere per primi il costo politico e militare della risposta. Gli Stati Uniti resterebbero il partner decisivo, ma non dovrebbero essere automaticamente il primo a muoversi. Resta da capire se i tre alleati riusciranno davvero a reggere questo peso. Hanno priorità diverse. L’Arabia Saudita guarda soprattutto a Yemen, Houthi e Iran. La Turchia è concentrata anche sul confronto con Israele e sulla Siria. Per il Pakistan l’India resta un problema centrale. Un patto di difesa funziona quando la minaccia di uno viene considerata abbastanza importante anche dagli altri. Questo, per ora, il Patto non lo ha ancora dimostrato. C’è poi un fatto importante: il Patto non nasce dal Consiglio di cooperazione del Golfo, che sarebbe stato il luogo più naturale per una difesa comune delle monarchie arabe. Come osserva Tasinato, alle parole sull’unità non sono seguiti passi concreti. Riad ha quindi cercato altrove ciò che non trova tra i vicini: capacità militari pakistane e tecnologia turca. Questo mostra che il Golfo non è autosufficiente. Per sentirsi più autonomo deve legarsi a Paesi esterni alla Penisola, con interessi propri. E gli obiettivi di Ankara e Islamabad possono non coincidere con quelli sauditi. Trasferire gli oneri riduce una dipendenza, ma non crea automaticamente un ordine stabile. Anche il tema del nucleare pakistano va trattato con cautela. Il Pakistan dà al Patto un peso simbolico in più, ma non c’è un impegno pubblico a estendere la protezione nucleare a Riad o Ankara. Per farlo servirebbero fiducia e coordinamento che oggi non si vedono. La vaghezza può confondere gli avversari, ma può anche indebolire la promessa fatta agli alleati.

    Nuovi rischi
    Per ora, quindi, sarebbe sbagliato giudicare il Patto da una sola crisi o da un singolo attacco. La domanda da fare è più semplice: quando ci sarà una minaccia concreta, i tre governi si parleranno in modo rapido? Condivideranno informazioni? Decideranno di inviare mezzi, munizioni o difese aeree? Non è necessario che mandino subito truppe per dimostrare che l’intesa esiste. Ma senza passi visibili di questo tipo, il Patto rischia di restare una buona dichiarazione politica, senza cambiare davvero i calcoli degli avversari. Gli scettici diranno che il Patto mostra una debolezza: i tre Paesi non si fidano più del tutto degli Stati Uniti, ma non hanno ancora gli strumenti per sostituirli. È un’obiezione fondata. Però anche un accordo, soprattutto politico, può avere un effetto, se costringe i rivali a rivedere il costo di un’escalation.
    C’è però un rischio anche per gli Stati Uniti. Delegare una parte della sicurezza non vuol dire controllare quello che accade dopo. Un’Arabia Saudita più esposta, una Turchia più attiva e un Pakistan più coinvolto nel Golfo possono rafforzare la deterrenza, ma anche creare nuovi blocchi e nuove tensioni. Se la situazione sfuggisse di mano, Washington potrebbe dover intervenire proprio nella crisi che voleva gestire da lontano. Il Patto della Mecca non è né la fine dell’ordine americano né un semplice modo per risparmiare soldi. È un esperimento. Per i firmatari offre più opzioni in una regione dove la protezione esterna non sembra più sufficiente. Per Trump è un modo per chiedere agli alleati di prendersi più responsabilità. Il vero test arriverà quando dovranno decidere se mandare informazioni, armi o uomini, oppure non farlo. La sindrome di Washington sta qui. Gli Stati Uniti non rinunciano al potere, ma non vogliono più essere i primi a intervenire in ogni crisi. Non consegnano la regione a Riad, Ankara e Islamabad. Chiedono loro di pagare una quota più elevata dei costi per mantenere la loro sicurezza, riservandosi di decidere quando l’America dovrà intervenire davvero.

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