Negli Stati Uniti torna ciclicamente il dibattito sull’impeachment, soprattutto quando emergono tensioni interne al Partito Repubblicano o segnali di crescente disagio da parte della destra tradizionale. E se l’ipotesi di una nuova procedura contro Donald Trump sembra al momento politicamente remota, non per questo è irrilevante: rivela, anzi, linee di frattura profonde nel sistema politico americano. Testate internazionali come The Guardian hanno evidenziato come l’impeachment, più che un mero strumento giuridico, abbia una funzione simbolica: difendere l’integrità istituzionale della democrazia americana, anche quando la condanna è improbabile. The Economist, dal canto suo, ricorda che la vera barriera non è costituzionale ma matematica: la maggioranza di due terzi al Senato è oggi quasi impossibile da raggiungere. Per capire cosa questo significhi sul piano istituzionale, abbiamo parlato Andrea Pin, docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova, dottore di ricerca in Diritto pubblico (Università di Torino), e con Giuseppe Martinico professore associato di diritto pubblico comparato presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
Procedimento politico
Sul piano costituzionale, l’impeachment resta un meccanismo chiaro nelle sue linee essenziali, ma complesso nella sua natura, spiega Pin: «L’impeachment è il procedimento previsto dalla Costituzione americana. In pratica, l’organo che svolge la funzione di pubblico ministero — ciò che noi potremmo chiamare “amministratore d’accusa” — può essere messo sotto impeachment dal Parlamento, riunito in seduta comune. Si tratta quindi di un procedimento che riguarda l’istituzione e le sue più gravi relazioni costituzionali: è un consesso politico».
La dimensione politica è decisiva: l’impeachment non nasce per punire reati comuni, ma per sanzionare abusi del potere esecutivo. È un giudizio politico travestito da processo. La domanda cruciale riguarda la fattibilità di un nuovo procedimento contro Trump. Pin non ha dubbi: non basta la violazione, serve un clima politico quasi insurrezionale. «Bisogna considerare la direzione politica che caratterizza le Camere. Servirebbe non solo la volontà di intervenire, ma anche una particolare situazione “emozionale”, un clima che renda possibile la condanna. Occorrerebbe un’attenzione maggioritaria contro il Presidente degli Stati Uniti: non è solo una questione tecnica, ma politica.» È lo stesso ostacolo evidenziato da The Economist: la Camera può anche avviare la procedura, ma raggiungere una maggioranza di due terzi al Senato è praticamente impossibile in un’epoca di polarizzazione estrema.
Frattura interna
Il vero tema, come sottolinea The Guardian, non è solo la fattibilità dell’impeachment, ma ciò che la discussione rivela: il malessere di una parte della destra americana verso Trump. Pin conferma che il mondo conservatore non è affatto compatto: «Si può dire che il Presidente non sia più in grado di operare come prima: spostarlo potrebbe essere un’opzione, ma la divisione interna — basti pensare a figure come Giuliani — mostra come il sistema nel suo complesso non sia affatto unito. Ci sono due linee, come accade anche tra i Democratici: pensi alle differenze tra Sanders e altri. Nel frattempo questi due contenitori politici si sono molto polarizzati. Questo incide sull’intero sistema: è sempre lo stesso alveo politico, ma poi l’alternativa resta chiara — se vince un Repubblicano o se vince un Democratico». A questa frattura si aggiungono voci conservatrici critiche. L’ex deputato repubblicano Justin Amash, ad esempio, ha dichiarato che Trump ha tenuto comportamenti “impeachable” secondo i principi costituzionali, pur riconoscendo che non sono numerosi. Un giudizio che non nasce da sinistra, ma dall’interno del mondo repubblicano: un segnale del disagio crescente nelle componenti più tradizionali del partito.
E l’elettorato radicale?
Resta aperto l’interrogativo sul comportamento di quella parte dell’elettorato che sostenne l’assalto a Capitol Hill nel 2021: reagirebbe allo stesso modo oggi? La risposta di Pin è disillusa: «Se guardiamo ciò che succede nelle strade, di solito non c’è distinzione netta tra le diverse categorie di persone. Gli Stati Uniti sono un Paese di immigrazione per definizione. Ogni voto è costruito su una narrazione, non c’è una “pulizia” netta del contesto. Le sanatorie ci sono state, ma l’episodio di Capitol Hill — pur tragico — non si spiega solo con questo». E ancora: «Può esserci una parte di persone che non giustifica l’episodio, ma non condanna nemmeno l’idea di “mettere ordine”. È sempre stato così, in un certo senso. Ora che questo fenomeno si ritorce sul sistema, testimonia un cambiamento profondo con cui non ci siamo ancora confrontati». È un modo per dire che una parte di quell’elettorato potrebbe restare fedele, ma il contesto è cambiato e non è prevedibile come reagirà una tensione istituzionale futura.
Arma retorica
Negli ultimi anni, il dibattito mediatico ha spesso evocato il 25° emendamento come alternativa all’impeachment. Ma per Pin si tratta di un’ipotesi priva di fondamento realistico: «Il 25° Emendamento riguarda l’incapacità fisica o mentale del Presidente. Di recente se ne è discusso molto, anche perché i media hanno alimentato la narrazione di un presidente che si addormenta, che non è più in grado di esercitare le sue funzioni. Ma non è così semplice.» E soprattutto: «Gli americani hanno un atteggiamento molto chiaro: se devono sbagliare, vogliono farlo per mano loro; e allo stesso modo, se fanno bene. È un loro profondo modo di vedere le cose, che viene ricondotto al patriottismo». È un nodo culturale: gli Stati Uniti percepiscono la Costituzione come la fonte della propria identità politica. Una differenza radicale rispetto all’Italia: «Per noi l’entità nazionale precede le istituzioni. Per loro è diverso: sentono come se fosse la Costituzione a fare il popolo, e non viceversa». Ed è anche per questo che strumenti estremi come il 25° emendamento rimangono teorici.
Anche il costituzionalista Giuseppe Martinico invita a guardare all’impeachment partendo dalla sua architettura istituzionale. Ricorda che le condizioni per avviare la procedura sono fissate dall’Articolo II, Sezione 4 della Costituzione, che parla di “tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti”, formula ampia di derivazione britannica che i Padri fondatori vollero distinguere dal semplice dissenso politico. «Si tratta di una procedura complessa e dalla natura prevalentemente politica, come aveva notato già Hamilton», spiega Martinico, sottolineando la centralità del Congresso: la Camera approva i capi d’accusa a maggioranza semplice, il Senato giudica e la condanna richiede i due terzi. Una soglia così elevata da non essere mai stata raggiunta nella storia americana: Nixon si dimise prima del voto, Johnson e Clinton furono assolti e Trump, più recentemente, è sfuggito alla condanna due volte.
Martinico invita anche a considerare la natura evolutiva della categoria dei “gravi crimini e misfatti”, che nella prassi ha incluso tre tipologie: abuso dei poteri, comportamenti incompatibili con la carica e impiego dell’ufficio per interessi personali. In un contesto fortemente polarizzato, nessuna di queste categorie può essere valutata prescindendo dall’equilibrio politico del Senato, che oggi rende quasi impossibile la condanna. Il dibattito pubblico ha ipotizzato persino un possibile uso dell’Insurrection Act da parte di Trump, ma Martinico precisa che non potrebbe annullare le elezioni: potrebbe però creare pressioni o interferenze, ad esempio presidiando i seggi. A questo si aggiungono le recenti decisioni della Corte Suprema, che hanno ampliato l’immunità presidenziale e respinto il ricorso al XIV emendamento per escludere Trump dalla candidatura. «La risposta non può che essere politica e passare dal coinvolgimento della società civile», osserva il costituzionalista, ricordando che strumenti come il XXV emendamento sono stati pensati per casi di incapacità fisica o mentale, non per crisi istituzionali di natura politica.
L’impeachment contro Trump, oggi, resta improbabile. Ma il fatto stesso che se ne discuta — negli Stati Uniti e nella stampa internazionale — è un indicatore prezioso. Rivela una destra spaccata, un sistema polarizzato, un elettorato radicalizzato e un’istituzione presidenziale sempre più fragile. Ed è proprio in questo spazio di tensione — più che nelle aule del Congresso — che passa la vera crisi costituzionale americana.