Fine agli aiuti militari a Israele, ma non al sostegno da parte degli Stati Uniti. In futuro l’assistenza militare di Washington non dovrà più dipendere da trasferimenti di miliardi di dollari, autorizzati dal Congresso, ma sarà sancita per legge. È questa la risposta bipartisan all’ondata di malcontento che ha portato la popolarità dello Stato ebraico ai minimi storici e promette di abbattersi su Washington alle midterm.
Le accuse di genocidio, oltre che la perdurante impopolarità delle «guerre eterne», hanno già contribuito a lacerare il rapporto tra la base e l’establishment del Partito Democratico, mettendo in forte difficoltà i candidati centristi, diversi dei quali sono stati sconfitti alle primarie da esponenti che criticano il sostegno a Israele, fino a pochi anni fa pilastro della politica estera sia dei dem sia dei repubblicani. Anche tra i sostenitori del Grand Old Party la popolarità dello Stato ebraico è ai minimi. Una spia di allarme per lo stato di salute della «relazione speciale» con Israele, dove molti iniziano a interrogarsi sulla disponibilità statunitense a intervenire anche in futuro a difesa di Tel Aviv.
Anche per questo la priorità è diventata quella di riorganizzare il sostegno militare dagli Stati Uniti prima che gli equilibri politici cambino, in maniera forse duratura. Rinunciando ai miliardi trasferiti ogni anno per una soluzione che garantisca più stabilità. A proporla, in un’intervista dello scorso maggio, è stato direttamente Benjamin Netanyahu, che ha chiesto di «azzerare il sostegno finanziario americano» e la «componente finanziaria della cooperazione militare», attualmente pari a 3,8 miliardi di dollari all’anno: «Penso che sia ora di abituarci a farne a meno».
La risoluzione Bibi
Una richiesta che non è rimasta inascoltata. A farla propria è stato un deputato trumpiano, Marlin Stutzman, che a giugno ha presentato la «risoluzione Netanyahu», chiedendo la fine del memorandum d’intesa in scadenza nel 2028, in base al quale gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire a Israele 38 miliardi di dollari in dieci anni, e il passaggio a un rapporto di tipo diverso, improntato alla «mutua cooperazione alla difesa e a investimenti economici reciproci» tra i due Paesi.
Sia la Camera che il Senato hanno incluso una proposta simile nel disegno di legge annuale sulla politica di difesa: il testo approvato alla Camera prevede l’istituzione di un ufficio all’interno del Pentagono che avrebbe il compito, previsto per legge, di «sincronizzare» la «cooperazione tra gli Stati Uniti e Israele, al fine di espandere e accelerare la ricerca, lo sviluppo, la sperimentazione, la valutazione e la cooperazione industriale bilaterale in materia di tecnologie di difesa».
Dal punto di vista di Netanyahu l’obiettivo è inaugurare il nuovo corso immediatamente, prima che i cambiamenti nell’opinione pubblica si traducano in equilibri più sfavorevoli per Israele. «Non voglio aspettare il prossimo Congresso. Voglio iniziare subito», aveva detto nell’intervista.
La linea Netanyahu mette d’accordo anche organizzazioni liberal, come J Street, gruppo di pressione ebraico che si propone come alternativa per i democratici che sostengono Israele ma sono in disaccordo con le politiche dei governi Netanyahu e le posizioni della più influente Aipac. L’organizzazione ha detto di accogliere positivamente «il consenso» che sta emergendo nel Paese ebraico e negli Stati Uniti a favore della cessazione degli aiuti per l’acquisto di armi da parte di Israele, sostenendo che «la sicurezza di Israele è, e deve rimanere, un interesse americano».
Nell’opposizione e nella società civile crescono però i malumori per queste proposte che garantirebbero il sostegno militare statunitense senza più passare dall’approvazione del Congresso al rinnovo del memorandum d’intesa e, secondo i critici, renderebbero impossibile in futuro districarsi dal rapporto con Israele.
Critiche
A inizio settembre 56 organizzazioni per i diritti civili hanno inviato una lettera ai presidenti delle commissioni per le forze armate della Camera e del Senato sostenendo che una maggiore integrazione con il settore della difesa israeliano creerebbe «nuovi canali di influenza per Israele nell’ecosistema difensivo-tecnologico statunitense», giudicandolo uno sviluppo «estremamente pericoloso», secondo quanto riportato da Reuters.
Amnesty International, uno dei firmatari, ha parlato di proposta «profondamente preoccupante», chiedendo sia rimossa dal testo della legge annuale sulla difesa e che il governo statunitense sospenda la fornitura di armi a Israele. L’ong ha citato il rischio «concreto» che qualsiasi sostegno militare fornito dagli Stati Uniti al governo israeliano «possa essere utilizzato per commettere genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, nonché altre gravi violazioni del diritto internazionale», ricordando che a Gaza, dove «il genocidio di Israele contro i palestinesi continua senza sosta», la «distruzione illegale e indiscriminata di edifici e infrastrutture civili da parte di Israele continua ad avere conseguenze devastanti», con più di tre quarti delle abitazioni presenti nella Striscia danneggiate o distrutte.
Anche all’interno dei gruppi parlamentari del Partito Democratico la fronda sta diventando sempre più rumorosa. A luglio quasi la metà dei deputati dem ha appoggiato un emendamento che avrebbe posto fine agli aiuti statunitensi a Israele. Anche se la proposta è stata approvata a larga maggioranza, la votazione ha confermato la presenza di una crescente spaccatura tra i sostenitori di Israele e i deputati che ascoltano il crescente malumore della base.
«L’intero Paese di Israele ha un Pil inferiore a quello di una singola città del mio distretto, eppure Netanyahu pensa di poter dire agli americani cosa dovremmo fare», ha attaccato il deputato californiano Ro Khanna, che sta valutando una candidatura alle presidenziali. Altri, come il senatore Chris Van Hollen, hanno messo in guardia dai vincoli introdotti dalle proposte. «Il governo degli Stati Uniti può sempre scegliere, caso per caso, di stipulare accordi di produzione congiunta», ha dichiarato al New York Times il democratico del Maryland, anch’egli possibile candidato alle primarie per il 2028. «Ciò che è davvero sconcertante è che lo renda obbligatorio».
L’effetto sul voto
Questo tipo di posizionamento sta diventando sempre meno raro all’interno del partito, dopo che le primarie democratiche hanno visto il successo di diversi candidati che si dicono critici del governo di Israele o anche anti-sionisti, contestando l’operato della precedente amministrazione democratica.
Il disinteresse della presidenza Biden verso la causa palestinese viene additato dai critici come uno dei fattori che ha contribuito alla perdita di entusiasmo della base nella fallimentare campagna del 2024. L’amministrazione, e la leadership democratica, vengono accusati di essersi resi quantomeno complici dei crimini commessi nella Striscia di Gaza e di aver addossato ogni responsabilità alla destra israeliana senza riconoscere il proprio ruolo nella campagna continuata quasi incessantemente per più di un anno. Fino alla scelta di impedire a voci filo-palestinesi di salire sul palco della stessa convention democratica che aveva accolto un repubblicano anti-abortista.
A suggellare la rottura tra la componente filo-palestinese della base, in quell’occasione, fu il discorso tenuto da Kamala Harris dopo la convention, in cui la candidata alla Casa bianca aveva tenuto a ribadire l’impegno che gli Stati Uniti disponessero della «forza combattente più potente e letale del mondo», senza offrire rassicurazioni sulla questione palestinese.
All’indomani della vittoria di Donald Trump, molti osservatori avevano puntato il dito sull’inattesa sconfitta democratica in Michigan, Stato con la più consistente comunità araba del Paese, in cui Trump era riuscito a prevalere con margini esigui. Ad agosto una delle vittorie più eclatanti della sinistra del Partito Democratico è arrivata proprio nello «Stato dei Grandi Laghi», dove Abdul El-Sayed, figlio di immigrati egiziani, si è aggiudicato le primarie per un seggio al Senato sconfiggendo una deputata sostenuta dalla leadership democratica e dalla lobby pro-Israele Aipac, da cui aveva ricevuto 32 milioni di dollari. Un successo che era seguito ad altre vittorie di alto profilo a New York da parte di candidati che hanno preso posizione contro il genocidio. Risultati associati inevitabilmente a Zohran Mamdani, diventato l’anno scorso il primo sindaco di religione musulmana nella storia della città, dove vive la più significativa comunità ebraica negli Stati Uniti, dopo aver fatto dell’opposizione al sostegno a Israele uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale.
Ma gli attacchi alla vecchia guardia e l’irremovibilità di molti attivisti che chiedono la fine del genocidio a Gaza non sembrano aver impedito a questa nuova fazione di cercare il sostegno della leadership. Durante una tappa della sua campagna elettorale, El Sayed ha tenuto un evento elettorale con Kamala Harris a Detroit. L’ex vicepresidente, che ha esortato a ricordare agli elettori che queste elezioni avranno «un impatto diretto sulle loro vite in molti modi», avrebbe dovuto aiutare El Sayed a superare le difficoltà con l’elettorato afroamericano, una componente maggioritaria nella contea di Wayne, roccaforte democratica di cui fa parte anche Detroit, che El-Sayed non è riuscito a conquistare durante le primarie di agosto. La sua presenza, invece, ha suscitato reazioni negative da parte di attivisti filo-palestinesi, che temono un tentativo di riabilitare figure che considerano compromesse. Nello spiegare la presenza dell’ex vicepresidente, El Sayed ha detto che Harris avrebbe parlato a «comunità che sono state davvero ispirate dalla sua voce durante tutta la sua carriera». «Stiamo costruendo una coalizione elettorale qui».
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