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    La Cedu condanna la Turchia per la detenzione di due giornalisti

    Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan

    L'Onu ha diffuso un rapporto in cui accusa Ankara di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di centinaia di migliaia di persone

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 20 Mar. 2018 alle 12:31 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:24

    La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato la Turchia per la detenzione di due giornalisti, sottolineando che il trattamento loro riservato in carcere non può essere considerato “normale” e “gestito con mezzi legali”.

    La sentenza è stata emessa oggi, martedì 20 marzo. I due giornalisti detenuti sono Mehmet Altan e Sahin Alpay, entrambi arrestati sulla scia dei fatti conseguenti al tentato colpo di stato del 15 luglio 2016.

    La Corte osserva che il rifiuto da parte di due tribunali di Istanbul di applicare la decisione della Corte costituzionale turca, che a gennaio aveva ordinato il rilascio dei due giornalisti, “va contro i principi fondamentali dello Stato di diritto e di certezza del diritto”.

    Mehmet Altan, 65 anni, era stato condannato all’ergastolo per “aver tentato di rovesciare l’ordine costituzionale” insieme al fratello,  lo scrittore e giornalista Ahmet Altan.

    Sahin Alpay, 73 anni, giornalista del quotidiano Zaman, chiuso dalle autorità turche, secondo l’accusa, era un sostenitore del predicatore Fethullah Gülen, a cui Ankara attribuisce la responsabilità del tentato golpe.

    A gennaio la Corte costituzionale turca aveva ordinato il rilascio di entrambi. Alpay era stato rilasciato lo scorso venerdì 16 marzo, rimanendo però sottoposto agli arresti domiciliari.

    La Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene che tenere in carcere due giornalisti per l’espressione delle loro opinioni sia “un passo pesante che non può essere considerato un’interferenza necessaria e proporzionata in una società democratica”.

    La notizia della sentenza della Corte di Strasburgo arriva nello stesso giorno in cui le Nazioni Unite hanno diffuso un rapporto secondo cui l’estensione dello stato di emergenza in Turchia ha portato a violazioni “gravi” dei diritti umani nei confronti di “centinaia di migliaia di persone”.

    Il documento, lungo 29 pagine, si riferisce all’intero 2017. L’Alto Commissariato per i diritti umani riferisce di casi di “tortura e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria, privazione arbitraria del diritto al lavoro e alla libertà di movimento e attacchi alla libertà di associazione e di espressione”.

    Il rapporto denuncia ” il deterioramento della situazione dei diritti umani e l’erosione dello stato di diritto in Turchia” e chiede la fine dello stato di emergenza.

    Dura la reazione di Ankara: in una dichiarazione ufficiale il ministero degli Esteri turco ha detto che l’indagine dell’Onu “contiene informazioni distorte e false”, “inaccettabili per la Turchia”.

    Lo stato di emergenza è stato introdotto in Turchia pochi giorni dopo il tentato di colpo di stato del 15 luglio 2016,  che le autorità turche attribuiscono al predicatore Fethullah Gülen, che vive negli Stati Uniti e che nega ogni coinvolgimento.

    I numeri citati nel documento delle Nazioni Unite parlano di quasi 160mila persone arrestate nel corso di 18 mesi di emergenza. Secondo il rapporto, molti insegnanti, giudici e avvocati sono stati licenziati o perseguiti, molti giornalisti detenuti e media online bloccati.

    “È chiaro che i successivi stati di emergenza dichiarati in Turchia sono stati usati per limitare severamente e arbitrariamente i diritti umani di un numero molto elevato di persone”, ha dichiarato Zeid Ra’ad Al Husseinh, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

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