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    TikTok, nella guerra di Trump alla Cina a vincere sarà la “dittatura digitale” della Silicon Valley

    Illustrazione di Emanuele Fucecchi

    Il presidente Usa ha imposto l'americanizzazione di TikTok, social cinese. Dietro questa scelta c'è la competizione geopolitica con Pechino, ma l'effetto è anche quello di eliminare un argine allo strapotere monopolistico delle big tech americane. Un dominio incontrastato che in passato ha avvantaggiato proprio Trump e messo in pericolo alcuni principi cardine della democrazia, dentro e fuori la rete

    Di Luca Serafini
    Pubblicato il 11 Ago. 2020 alle 15:48 Aggiornato il 12 Ago. 2020 alle 08:21

    Forse non è un caso che l’offensiva del presidente americano Donald Trump contro TikTok, il social network simbolo della generazione Z, arrivi a ridosso delle elezioni presidenziali in cui il tycoon è chiamato alla (difficile) riconferma alla Casa Bianca. Al giro precedente, nel 2016, furono proprio le elezioni che lo videro protagonista (e vincitore) a passare alla storia per aver scoperchiato l’intreccio propagandistico (e spesso truffaldino) tra i giganti del web e la politica. Ci fu il caso Cambridge Analytica, la società fondata da Steve Bannon che si era impossessata dei dati di 87 miloni di utenti Facebook per poi influenzarne le scelte elettorali attraverso annunci politici personalizzati. Ci fu, più in generale, la scoperta di come la gestione monopolistica del web da parte degli imperi tecnologici della Silicon Valley rendesse queste stesse compagnie più potenti di Stati, istituzioni sovranazionali, ponendole nella condizione di poter influenzare (e mettere in pericolo) persino il funzionamento della democrazia.

    A quattro anni di distanza, tante cose sembrano cambiate nel rapporto tra Trump e alcuni di quei colossi, Facebook e Twitter in primis, che proprio di recente hanno oscurato contenuti della campagna elettorale del tycoon. E tuttavia, oggi il controllo di Internet è diventata l’arma di una nuova battaglia tecno-politica che resta legata a doppio filo proprio con quanto avvenuto nel 2016. Certo, ora in primo piano c’è lo scontro geopolitico con la Cina, da cui muove l’offensiva di Trump. Il presidente Usa ha infatti imposto a ByteDance, la compagnia che ha in pancia TikTok, una scadenza ben precisa: ha tempo fino al 15 settembre per vendere la piattaforma a una società americana. L’alternativa è essere bannati dagli Usa, analogamente a quanto fa Pechino con i social occidentali. Dietro la minaccia del ban (che Trump ha esteso anche a WeChat, la versione cinese di WhatsApp) c’è la convinzione che TikTok, analogamente a Huawei, sia un “cavallo di troia” con cui la Cina si impossessa dei dati degli utenti americani per poi piegarli ai propri fini politici.

    Ma lo scontro con Pechino, come detto, va visto anche in controluce e sulla base delle implicazioni che avrebbe la “americanizzazione” dell’unico social network che finora aveva ha rotto gli argini tra due mondi separati, il web “occidentale” e quello cinese. TikTok, proprio per la sua natura ibrida di piattaforma detenuta da una compagnia cinese ma con una fortissima penetrazione in tutto il mondo, un management in parte statunitense e l’intenzione già professata del fondatore Zhang Yiming di spostare la sede a Londra, aveva rappresentato finora il primo vero ponte tra quei due mondi, che ora crollerebbe.

    Ma c’è di più: nello scenario attuale, in cui 4-5 mega-compagnie americane controllano l’economia della rete, paralizzando di fatto la concorrenza che pure dovrebbe essere un baluardo tanto dell’ideologia di Internet quanto di quella del libero mercato, un social non occidentale rappresenta in qualche modo l’unico vero argine a questo strapotere, proprio nella misura in cui è più difficile per gli Over-The-Top a stelle e strisce inglobarlo e farlo proprio.

    Facebook, come è noto, nel corso del tempo ha spazzato via la concorrenza comprandosela, come avvenuto prima con Instagram e poi con WhatsApp. Eliminare la concorrenza significa proprio poter derogare agli standard di trasparenza ed efficienza che invece, in una competizione al rialzo per guadagnare la fiducia degli utenti, si è obbligati a mantenere e migliorare costantemente. Lo scandalo Cambridge Analytica e le altre vicende che hanno minato la credibilità di questi giganti del web nascono proprio da qui, da un mercato ingessato in cui un utente, se non gradisce il modo in cui Facebook tratta i propri dati, ha come unica opzione quella di passare a un altro social network controllato sempre da Facebook.

    Le autorità antitrust hanno da tempo acceso i fari su questi monopoli, e appena una decina di giorni fa il Congresso Usa ha convocato i Ceo di Facebook (Mark Zuckerberg), Amazon (Jeff Bezos), Apple (Tim Cook) e Google Alphabet (Sundar Pichai) per sottoporli alle domande di una commissione che li ha accusati di abuso di posizione dominante nei rispettivi settori di competenza. L’offensiva della politica americana segue di qualche anno quella dell’Unione Europea, che attraverso l’azione del commissario per la concorrenza Margrethe Verstager sta da tempo provando a implementare contromisure anti-monipolistiche di varia natura.

    Ma già in passato, a difendere i big della Silicon Valley almeno sul fronte commerciale era sceso puntualmente in campo proprio Donald Trump. Lo aveva fatto ad esempio contro la web tax, volta a regolamentare la tassazione per le multinazionali della rete ma considerata dal tycoon discriminatoria verso le aziende Usa. A Trump il primato della politica sui colossi privati del web, il fatto che questi ultimi possano condizionare elezioni e mettere a repentaglio il buon funzionamento della democrazia in virtù del loro dominio incontrastato, sembra interessare ben poco. Forse perché, nonostante le schermaglie con Twitter e Facebook, il presidente Usa è convinto che un funzionamento opaco della rete, oggi come ieri, possa alla fine essere più utile a servire i propri interessi politici rispetto a quelli dei suoi avversari.

    Il caso TikTok va quindi letto anche in questa battaglia sulla concorrenza nel mondo digitale. Che la Cina utilizzi i dati degli utenti occidentali per i propri interessi politici (circostanza, per quanto riguarda TikTok, in realtà tutta da dimostrare) è certamente un pericolo. Ma analogamente pericoloso, come si è già ampiamente palesato in passato, è che quei dati vengano gestiti da un cartello di compagnie pronte a eliminare a suon di miliardi e acquisizioni ogni tentativo di competizione.

    Guarda caso, dopo la minaccia di Trump a ByteDance sono subito scese in campo per l’acquisizione di TikTok prima Microsoft e poi Twitter. Si tratta di due compagnie in cerca di rilancio, parzialmente oscurate negli ultimi anni dall’ascesa dei “competitor” ma, nella sostanza, analoghe espressioni di quel controllo totale e vorace sull’economia della rete. E così, paradossalmente, far fuori dal web i cinesi e la loro dittatura potrebbe addirittura peggiorare gli standard di trasparenza delle “democrature” digitali di casa nostra.

    Leggi anche: Trump contro Twitter: la “guerra per la verità” che nessuno merita di vincere 

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