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    Ecco come la strategia della Turchia in Siria rischia di condannare i curdi all’isolamento

    L'operazione militare ad Afrin si inserisce in un gioco di alleanze con cui la Turchia punta ad aumentare la sua influenza nella regione. L'analisi di Matteo Colombo e Eugenio Dacrema per Ispi

    Di Luca Serafini
    Pubblicato il 24 Gen. 2018 alle 22:39 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 17:44

    Le truppe turche hanno attraversato il confine con la Siria nella zona di Afrin. L’operazione ha l’obiettivo di sconfiggere le Unità di Protezione Popolare (YPG), legate al Partito dell’Unione Democratica (PYD).

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    La Turchia considera le milizie curde una minaccia per la propria sicurezza nazionale, a causa della vicinanza, se non contiguità, al Partito Curdo dei Lavoratori (PKK).

    Il PKK infatti ha combattuto contro la Turchia per ottenere l’indipendenza del Kurdistan, in un conflitto che, secondo le stime più accreditate, da 1984 sarebbe costato la vita a circa 30mila persone.

    Dal 2013 Le unità di Protezione Popolare, che fanno capo al partito PYD (considerato da molti il braccio siriano del PKK) hanno preso il possesso di alcune zone nel Nord della Siria e dal 2014, anche grazie al sostegno politico e militare degli Stati Uniti, della Russia, e di altri paesi europei, le milizie curde hanno contribuito alla sconfitta di ISIS.

    Oggi, oltre alla regione di Afrin, controllano una vasta area della Siria orientale.

     

     

    Come è possibile vedere dalla mappa, Afrin si trova in una posizione isolata rispetto al resto del territorio controllato dal YPG e dalle Forze Democratiche Siriane.

    E, a differenza dell’area orientale della Siria, dove gli Stati Uniti hanno fornito supporto alle milizie curde per sconfiggere ISIS, i gruppi combattenti nella zona di Afrin sono stati sostenuti soprattutto da parte della Russia, che nei mesi scorsi aveva inviato nella zona un contingente di osservatori militari (guarda la mappa 1).

    Tale elemento è particolarmente significativo perché l’attuale intervento militare turco è da inquadrarsi nel ribaltamento delle relazioni diplomatiche avvenuto in quest’ultimo anno, che ha visto un netto riavvicinamento tra Mosca e Ankara e il deterioramento costante nei rapporti tra Ankara e Washington.

    Dal 2016 la Turchia si è infatti impegnata a migliorare le relazioni con la Russia, anche attraverso la partecipazione lungo tutto il 2017 ai negoziati di Astana che hanno portato agli accordi sulle aree di de-escalation.

    I rinnovati rapporti tra Russia e Ankara, e indirettamente tra Ankara e Damasco, fanno da background alle due grandi operazioni militari lanciate in questi giorni: da una parte, l’offensiva del regime (sostenuto da forze russe e iraniane) sull’enclave ribelle di Idlib e, dall’altra, l’offensiva turca su Afrin (guarda la mappa 2).

    Questi movimenti coincidono infatti con gli attuali interessi di Turchia, Russia, Iran e del regime di Damasco, portando a una netta semplificazione dello scacchiere nord-occidentale siriano.

    L’offensiva su Idlib mirerebbe infatti a eradicare la presenza dei jihadisti di Tahrir al-Sham (ex Al-Nusra) diventati la fazione ribelle più potente nell’area e difficilmente controllabile da Ankara.

    Allo stesso tempo, la campagna di Afrin eliminerebbe i curdi del YPG dai giochi della Siria nord-occidentale, allargando notevolmente il territorio controllato direttamente dalla Turchia e dai gruppi ribelli siriani ad essa legati, i quali al momento occupano solo il piccolo triangolo tra Al-Bab, Jarablous e Azaz, conquistato nel 2017 durante l’operazione Euphrates Shield.

    Ciò permetterebbe la riallocazione delle milizie ribelli “moderate” operanti ora su Idlib verso Afrin, sotto la tutela diretta di Ankara, mentre Tahrir al-Sham rimarrebbe isolata (e intrappolata) a Idlib.

    La semplificazione non avverrebbe solo a livello territoriale, ma anche a livello diplomatico. Se l’intero quadro sopradescritto si realizzasse, la Turchia si troverebbe infatti ad avere un controllo diretto sulle rimanenti forze dell’opposizione siriana nel nord-ovest del paese, ponendosi a questo punto come unico interlocutore diretto dei ribelli durante i prossimi round dei negoziati di pace, a cominciare dalla conferenza di Sochi del prossimo 30 gennaio.

    Questi sviluppi vanno letti soprattutto all’interno dell’attuale contesto mediorientale, che vede la Turchia sempre più vicina a Iran, Siria e Russia e perciò contrapposta a Stati Uniti, Israele e ai paesi del Golfo.

    È però anche importante sottolineare come le dinamiche tra i tre attori di Astana Russia, Turchia e Iran e, secondariamente, il regime si Assad, possano ancora riservare sorprese.

    Mentre infatti la Russia sembra aver accettato passivamente l’offensiva turca, spostando i propri osservatori militari da Afrin, sia il regime sia Teheran non sembrano particolarmente concordi a lasciare che i ribelli filo-turchi allarghino il territorio sotto il loro controllo.

    Le autorità curde di Afrin avrebbero infatti raccontato di come la Russia, per conto del regime, alla vigilia dell’offensiva abbia offerto al PYD di fermare le operazioni turche in cambio della consegna di Afrin direttamente al regime.

    Tale offerta potrebbe rimanere sul tavolo anche nei prossimi giorni, mentre l’offensiva turca è ancora in fase di avanzamento. Ciò permetterebbe infatti ad Assad di prendere due piccioni con una fava: completare l’offensiva su Idlib e contemporaneamente bloccare l’avanzata dei ribelli filo-turchi su Afrin, di fatto bloccandoli nella piccola fascia di Azaz, Jarablos e Al-Bab attualmente in loro possesso.

    Comunque vadano le cose, l’attuale situazione apre inoltre per Assad nuove prospettive rispetto alla riconquista di altre aree del paese.

    Una volta portata a termine l’offensiva di Idlib l’esercito siriano e i suoi alleati avrebbero mani libere per occuparsi finalmente del fronte Sud, dove i ribelli controllano ancora alcuni territori al confine con la Giordania.

    Infine, la decisione turca costringe gli Stati Uniti a prendere una posizione più netta per quanto riguarda la loro politica siriana. Da una parte, Washington, rimasta ora l’unico alleato internazionale rimasto al PYD, potrebbe decidere di continuare a puntare sul rafforzamento delle Forze Democratiche Siriane, in maggioranza formate dalle milizie curde.

    Tale scelta sarebbe confermata da una notizia di qualche giorno fa, secondo cui gli Stati Uniti vorrebbero contribuire a creare una forza di circa 30mila uomini nell’est del paese.

    L’obiettivo di Washington diverrebbe perciò il rafforzamento della propria influenza nell’est del paese, privando Assad del controllo di vaste parti di territorio essenziali per gli approvvigionamenti alimentari e petroliferi.

    Ancora una volta, tale scelta andrebbe letta all’interno dell’ottica di contrapposizione a Mosca e, in particolare, all’Iran. Controllare l’est della Siria significa, infatti, aggravare la dipendenza di Damasco da Mosca e, soprattutto, chiudere il corridoio diretto che negli obiettivi iraniani dovrebbe portare dall’Iran al Libano attraverso Iraq e Siria.

    Con l’attacco di Afrin la Turchia punta invece a convincere gli Stati Uniti ad abbandonare i curdi, rimasti un alleato fortemente isolato nel contesto regionale e forse non più in grado di avanzare gli interessi americani.

    Una tale decisione lascerebbe il via libera per Turchia, Siria e Iran di agire contro il comune nemico curdo anche nel nord-ovest siriano.

     

     

    L’analisi è stata pubblicata da ISPI con il titolo “Siria: la strana convergenza tra Ankara e Assad” e ripubblicata in accordo su TPI con il consenso degli autori.

    A cura di Matteo Colombo e Eugenio Dacrema, Ispi Associate Research Fellows

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
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