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    Vi racconto la fuga di Bayan dalla Siria all’Europa passando per Giordania e Turchia

    La giornalista siriana Hiba Dlewati parla della vicenda di una sua connazionale, Bayan. L'Europa non era nei suoi piani, ma nemmeno diventare un obiettivo dell'Isis

    Di TPI
    Pubblicato il 14 Giu. 2016 alle 17:00 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 18:08

    Bayan è stata una dei primi volti accoglienti che ho incontrato in Giordania, e l’unico viso familiare.

    Ci eravamo incontrate cinque anni prima per le strade di Damasco, durante quello che allora era ancora un sollevamento pacifico contro il regime di Assad. 

    Discutevamo su dove organizzare le proteste, e ci incontravamo prima dell’alba per appendere la bandiera anti-governativa nel nostro quartiere insieme agli altri attivisti locali, sperando che gli uomini dei servizi di sicurezza dormissero ancora.

    Come lo smog sospeso sulla città, un senso di furtività permeava ogni nostra interazione. Nessuno usava il proprio vero nome, neanche sui social media. Era troppo rischioso. 

    Entrambe abbiamo lasciato la Siria nel 2012, e abbiamo gettato la maschera dei nostri pseudonimi poco tempo dopo. È così che ho conosciuto Bayan al-Adawi.

    Non ci siamo riviste di persona fino al settembre del 2015, ad Amman. Dopo aver passato più di tre anni nella capitale giordana, Bayan si stava nuovamente preparando a trasferirsi, questa volta verso la Turchia, dove sperava di trovare lavoro e stabilità. 

    L’Europa non era sul suo orizzonte, ma nemmeno diventare un obiettivo dell’Isis lo era.

    Circondata dagli amici che erano venuti a salutarla alla vigilia della sua partenza, Bayan aveva raccontato com’era stato lasciare la Siria. 

    Il regime aveva stretto la sua morsa sui manifestanti e gli attivisti. Molti erano stati arrestati, erano scomparsi, o erano stati uccisi, e spesso anche le loro famiglie erano diventate obiettivi.

    Quando aveva realizzato che poteva essere la prossima e temendo per la sicurezza della propria famiglia, Bayan era riuscita a lasciare la Siria e a introdursi di nascosto in Giordania.

    “È stata una decisione presa molto in fretta, e non una scelta facile. Pensavo fosse un incubo dal quale mi sarei svegliata, trovandomi di nuovo a casa, ma sfortunatamente non lo era”.

    Gli accenti e le nazionalità si confondono sugli affollati sette colli di Amman. La maggior parte dei rifugiati siriani in Giordania – 1,4 milioni secondo le stime – vivono fuori dai campi rifugiati, in contesti urbani.

    Tuttavia, la loro cittadinanza diventa penosamente ovvia nella vita quotidiana, dato che non hanno il diritto di lavorare in un paese sempre più costoso dove i servizi dedicati ai rifugiati sono in declino.

    “Sono passata dall’essere una persona molto attiva in Siria all’essere una persona che non faceva assolutamente nulla”, si lamentava Bayan.

    A Damasco, Bayan lavorava nel reparto commerciale di una società di informatica, e passava il tempo libero partecipando alle proteste e aiutando gli sfollati costretti a lasciare le proprie case per colpa della guerra. In Giordania era caduta in una sorta di stato depressivo perché non poteva più lavorare.

    Non è la sola. Molti attivisti siriani costretti a rifugiarsi in Giordania si sono ritrovati nelle stesse condizioni. Senza lavoro pur essendo altamente qualificati, hanno reagito e hanno cominciato a fare volontariato con organizzazioni che aiutano il numero crescente di rifugiati siriani.

    Bayan e i suoi amici hanno creato il loro piccolo gruppo, Molham Volunteering Team. In arabo “molham” significa “ispirato” ed era anche il nome di Molham Traifi, un attivista siriano e operatore umanitario arrestato, torturato e infine rimasto ucciso sotto i bombardamenti del regime. Hanno dedicato il loro lavoro a Traifi e ai rifugiati.

    Il piccolo gruppo di volontari che forniva materiale scolastico e giochi ai bambini è diventato un network internazionale che conta oltre 100 volontari. Forniscono aiuti e sostegno agli sfollati in Siria, e ai profughi in Libano, Giordania e Turchia.

    “Questi tre anni sono stati i più importanti della mia vita, ho imparato cosa significa essere un volontario”, aveva detto Bayan. “Qui posso aiutare i rifugiati, ma non posso crescere professionalmente”.

    Così, Bayan aveva di nuovo fatto i bagagli, questa volta sperando di trovare lavoro e pace in Turchia, e si preparava a lasciare ad Amman familiari e amici.

    Osservando i suoi compagni del Molham Team che preparavano la cena, ripeteva che non avrebbe mai lasciato la Giordania se avesse potuto trovare lavoro.

    “La Giordania ha un posto nel mio cuore, non posso negarlo. Spero di trovare quello che sto cercando”.

    Le chiesi se avesse mai pensato di proseguire per l’Europa, come molti dei nostri amici. Aveva risposto scuotendo la testa, dicendo che non era affatto nei suoi piani.

    “Sarebbe troppo difficile per me vivere in un paese così lontano dalla Siria”.

    Turchia, quattro mesi dopo. Bayan e io siamo sedute in un caffè di Istanbul.

    La sua espressione cupa contrastava nettamente con una giornata invernale luminosa e il rumoroso cicaleggio intorno a noi. Una settimana prima avevo ricevuto un suo messaggio su Facebook.

    Le avevo chiesto se si trovava ancora a Gaziantep, la città nel sudest della Turchia dove risiedono molti degli attivisti siriani e dove credevo che lavorasse.

    “Sono a Istanbul. Potrei lasciare presto la Turchia”.

    Preoccupata di non arrivare in tempo per vederla, prenotai immediatamente un volo per Istanbul. Dopo aver lasciato Amman, Bayan aveva ottenuto un lavoro a Gaziantep come traduttrice per un’organizzazione, Raqqa is Being Slaughtered Silently (Rbss).

    Le cose sembravano andare come dovevano, aveva trovato un lavoro e una nuova comunità in Turchia. Dopo appena un mese, però, tutto era cambiato.

    Fondata nell’aprile del 2014 da un gruppo di cittadini-giornalisti, Rbss documenta gli abusi commessi dall’Isis a Raqqa da quando l’auto-proclamato califfato ha preso il controllo della città siriana nel gennaio 2014. 

    I suoi membri registrano anche le vittime civili dei bombardamenti del regime di Assad, dei gruppi ribelli, della coalizione guidata dagli Stati Uniti. 

    Rbss lavora nell’anonimato. I suoi membri in Siria filmano e documentano di nascosto gli abusi, li spediscono ai membri che si trovano fuori dal paese e questi ultimi li diffondono. 

    Sono diventati una fonte attendibile di notizie da un paese in cui entrano pochissimi giornalisti e nel 2015 hanno vinto il Premio internazionale per la Libertà di stampa conferito dal Comitato per la protezione dei giornalisti. L’Isis ha dichiarato Rbss “nemico di dio”.

    Divenuta un obiettivo dell’Isis, che ha giustiziato almeno due dei suoi membri in Siria, Rbss si trova adesso a dover affrontare il rischio di essere colpita anche sul suolo turco.

    Il 30 ottobre 2015, Ibrahim Abd al-Qader, 20 anni, e Fares Hamadi, 17 anni, sono stati uccisi nel loro appartamento di Urfa, nel sudest della Turchia.

    Abd al-Qader lavorava con Rbss sin dall’inizio e sia lui che Hamadi erano membri del gruppo di informazione siriano Eye on the Homeland.

    Due giorni dopo il duplice omicidio, l’Isis aveva diffuso un video di rivendicazione dichiarando che si trattava di un avvertimento per tutti gli apostati. La paura si sparse rapidamente.

    “La mia prima reazione è stata egoistica”, disse Bayan. “È successo in Turchia, e lavoravano con Rbss da solo un mese. Gli ho detto che volevo andarmene”.

    Ma non lo fece. Bayan si considera un’attivista anti-regime, e crede che fin troppo spesso l’attenzione dei media si concentri su l’Isis e sulle sue nefandezze, anziché su quelle del regime.

    Ma tradurre i lunghi rapporti provenienti da Raqqa sulle atrocità commesse dall’Isis contro i civili e l’imperturbabilità dei suoi colleghi anche di fronte a una minaccia tanto grave avevano innescato in lei un senso di appartenenza e di lealtà verso il gruppo e verso il loro sforzo di documentare i crimini dell’Isis malgrado il pericolo.

    “Ho avuto molti momenti di debolezza durante i quali ho pensato è finita, non voglio più lavorare a questa campagna. Voglio tornare alla mia vita normale. Ma qualcosa mi fa restare”.

    Una domenica pomeriggio del dicembre 2015, il giornalista e regista siriano Naji Jerf è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a Gaziantep.

    Jerf è stato assassinato in pieno giorno nel centro del distretto commerciale dove hanno sede anche le organizzazioni non governative (ong) internazionali. Il suo omicidio ha fatto correre brividi di freddo e diffuso un senso di angoscia tra la coesa comunità siriana in esilio.

    Jerf era il direttore di una rivista mensile indipendente, Hentah, e aveva recentemente prodotto e diretto un documentario sull’Isis. Era anche un marito, e padre di due bambini, ed era un caro amico di molti attivisti di Gaziantep, incluso il gruppo di Rbss.

    Jerf è stato ucciso poche ore prima di trasferirsi in Francia con la sua famiglia. Nessuno ha rivendicato il suo omicidio, ma i sostenitori dell’Isis celebrarono la sua morte sui social media.

    “Non avremmo mai pensato che le cose sarebbero arrivate a un punto tale che l’Isis avrebbe cominciato a uccidere i giornalisti al di fuori della Siria”, mi disse Sarmad al-Jilane, uno dei membri fondatori di Rbss.

    Seduto di fronte a Bayan, Sarmad raccontò come inizialmente il gruppo si fosse sentito al sicuro a operare in Turchia. Disse che verso la fine del 2014 Urfa era indicata sarcasticamente come una provincia dell’Isis.

    Ma la battuta non era poi così lontana dalla verità. La città turca, a soli 160 chilometri da Raqqa, la capitale de facto dell’Isis in Siria, probabilmente ospita molte spie.

    Un operatore sociale siriano, che ha chiesto di rimanere anonimo, mi spiegò che l’Isis approfitta dei tanti rifugiati siriani che faticano ad arrivare a fine mese.

    I siriani bilingui e con esperienza nel campo umanitario trovano lavoro nelle ong, ma sono una minoranza. Il lavoro manuale non rende abbastanza da poter sopravvivere in Turchia, e oltre il confine la terra siriana è bombardata dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, dai russi, dal regime, e strangolata dal regno draconiano dell’Isis.

    Offrendo ad alcune delle persone in difficoltà delle entrate fisse, l’Isis ha creato una rete di informatori diretti e indiretti a Urfa.

    “Sono troppo poveri per cercare asilo altrove, e troppo spaventati per tornare in Siria. Per lo più forniscono informazioni su come rintracciare e minacciare i disertori dell’Isis, ma devono anche monitorare gli attivisti e le organizzazioni che contrastano l’Isis”.

    Secondo Sarmad, la brutalità e l’arroganza degli assassini sono stati uno shock, ma in un certo senso non una sorpresa.

    Rbss sapeva bene di essere sotto lo sguardo vigile del gruppo estremista anche in Turchia. Minacce di morte quotidiane sui social media e sui numeri di telefono personali erano diventati la norma.

    Il disinteresse delle autorità turche rendeva la questione ancora più allarmante.

    Un membro di Rbss, che ha chiesto di restare anonimo, raccontò di essere rientrato a casa nel sudest della Turchia e di aver trovato la serratura rotta.

    Dopo averla sostituita, aveva ricevuto una foto della nuova serratura con la didascalia “Ti stiamo osservando”. Si era recato allora dalla polizia turca per denunciare il fatto e gli era stato risposto che le forze dell’ordine si occupano solo delle indagini sui crimini avvenuti, non sulle minacce.

    “Un poliziotto turco mi ha chiesto se fossi musulmano e gli ho risposto di sì. Allora mi ha domandato sarcasticamente perché non combattessi per lo Stato islamico. A volte sono più preoccupato dai turchi che dall’Isis”.

    Sherif Mansour il coordinatore del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa del Comitato per la Protezione dei Giornalisti, ha rilasciato una dichiarazione in cui sosteneva che i giornalisti siriani che si sono rifugiati in Turchia non sono al sicuro.

    Nella stessa, chiedeva alle autorità turche di incrementare le misure per proteggerli.

    Alcuni membri del gruppo hanno deciso di fare da soli. Dopo aver esaurito i mezzi legali per chiedere protezione, uno dei fondatori di Rbss decise che ne aveva abbastanza.

    Nel luglio 2015, Hussam Eesa si è imbarcato su un gommone alla volta della costa greca, mettendo il suo destino nelle mani di un trafficante e di un viaggio pericoloso che ha reclamato le vite di migliaia di persone.

    “I nostri amici potevano essere protetti e salvati se fossero stati aiutati a raggiungere l’Europa o qualsiasi altro posto più sicuro della Turchia”, aveva detto Eesa.

    La rotta che ha preso Hussam, insieme milioni di altri profughi, non è più percorribile. La rotta dei Balcani è chiusa e molti profughi sono intrappolati in un limbo in Grecia.

    Il 18 marzo, l’Unione Europea e la Turchia hanno siglato un accordo per ritrasferire sul suolo turco i migranti che hanno attraversato illegalmente il mare per approdare in Grecia, in cambio di concessioni politiche ad Ankara.

    Secondo questo accordo, La Turchia è un paese sicuro per i rifugiati. Tutto questo mentre si moltiplicano gli attacchi terroristici e Ankara combatte una vera e propria guerra con i curdi nel sud del paese.

    L’Unhcr ha criticato aspramente l’accordo, dicendo che non rispetta né il diritto comunitario europeo né quello internazionale.

    Medici senza frontiere (Msf) ha interrotto le proprie attività sull’isola greca di Lesbo perché non vuole essere associata in alcun modo con questo cinico meccanismo, il quale formalizza un sistema che mette in discussione il diritto all’asilo ignorando completamente le necessità umanitarie e il diritto alla protezione.

    Per i circa 3 milioni di profughi rimasti in Turchia, esso significa che non hanno altro posto dove andare.

    I tragici assassini di Urfa e Gaziantep hanno gettato luce sui pericoli che affrontano i membri di Rbss e convinto alcuni paesi europei a rilasciare loro dei visti di protezione.

    Forse meno a rischio di altri colleghi, Bayan è stata comunque considerata meritevole di protezione. Il sogno che aveva cullato di trovare una sistemazione stabile in Turchia, è stato ripiegato e messo nel bagaglio di un futuro incerto all’estero.

    “Sono stata costretta a lasciare la Siria, e adesso questa situazione sta riportando a galla le stesse sensazioni. Non voglio andarmene, ma devo”, aveva detto Bayan in quel caffè di Istanbul.

    Non è nemmeno il primo trasferimento di Sarmad. Dopo essere stato un profugo all’interno della Siria – fuggito prima da Deir ez-Zor per rifuggiarsi a Raqqa e poi da Raqqa a Gaziantep in Turchia – si chiedeva se quella sarebbe stata l’ultima volta e se avrebbe provato per Gaziantep la stessa nostalgia che prova per la Siria.

    “Il mio esilio non sta nello spostarmi da un posto all’altro. Il mio esilio sta nelle persone che continuo a perdere ogni giorno”.

    — L’analisi è stata pubblicata da National Geographic con il titolo ” Pushed across the border: When Europe is not a choice” e ripubblicata in accordo su TPI con il consenso dell’autrice.

    *Hiba Dlewati è una giornalista e scrittrice siriano-americana che viaggia tra Giordania, Turchia e Svezia per documentare e raccontare le storie della diaspora siriana. Twitter: @Hiba_Dlewati

    Traduzione a cura di Paola Lepori

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