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    Dentro le stanze della tortura nelle prigioni segrete della CIA

    Credit: Massoud Hossaini

    Nell'agosto 2017 la famiglia di Gul Rahman, un prigioniero di un carcere della CIA in Afghanistan, ed altri due sopravvissuti alle violenze, hanno ottenuto un risarcimento per le torture subite

    Di Laura Melissari
    Pubblicato il 9 Ott. 2017 alle 16:10 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 00:35

    C’erano venti celle nella prigione Cobalto, in Afghanistan. In sedici di queste, quelle regolari, i prigionieri erano legati alle pareti con anelli di metallo. Nelle altre 4 celle speciali, destinate alla tortura della privazione del sonno, i prigionieri erano incatenati per i polsi a una barra di metallo sopra la loro testa. Quelli nelle celle regolari avevano un secchio di plastica, gli altri indossavano un pannolino. E quando i pannolini non erano disponibili, le guardie li sostituivano con del nastro adesivo, o semplicemente facevano spogliare nudi i detenuti. Le celle non erano riscaldate, vi era un buio pesto e musica sparata a tutto volume.

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    John “Bruce” Jessen è uno dei due psicologi che progettò, insieme a James Mitchell, le cosiddette “tecniche di interrogatorio avanzate” della CIA, e che nel 2002 si trovava nel carcere segreto della CIA vicino Kabul, in Afghanistan. Cinque giorni dopo essere andato via da quel luogo, Gul Rahman, un prigioniero, fu trovato morto in cella per ipotermia, nudo dalla vita giù e sdraiato sul pavimento di cemento freddo.

    Nel mese di agosto 2017, la famiglia di Gul Rahman, insieme a Mohamed Ben Soud e Suleiman Abdullah Salim, due prigionieri sopravvissuti alla prigione afghana, hanno raggiunto un accordo extragiudiziale contro Jessen e James Mitchell, ottenendo un risarcimento per le torture.

    Con questo accordo, Mitchell e Jessen hanno evitato un processo in un tribunale americano, che avrebbe fatto luce su quello che accadeva nel carcere dal nome in codice Cobalto, conosciuto semplicemente come “l’oscurità” dai suoi prigionieri.

    Ma quello che succedeva in quel luogo, può essere comunque trovato in 274 documenti che la CIA e il Pentagono sono stati costretti a declassificare e a rendere pubblici.

    Questi documenti, molti dei quali programmati per essere inseriti come esposizioni al processo, forniscono ancora l’immagine più completa di ciò che i tre uomini hanno sofferto in quella prigione segreta della CIA e di quanto la loro vita si intersecasse con l’ascesa e la caduta di James Mitchell e Bruce Jessen, gli uomini che hanno progettato il regime di tortura.

    Il Guardian, in un lungo articolo dal titolo “Dentro le stanze di tortura della CIA” di Larry Siems, ha ricostruito quelle vicende che risalgono ormai a 15 anni fa, ma che sono ancora una macchia pesante nella storia degli Stati Uniti d’America.

    Aperto nel settembre del 2002 e riempito in un mese, il carcere segreto è stato gestito con un mix di pianificazione attenta e decisioni impulsive e improvvise. Le celle sono state progettate per la deprivazione sensoriale, la pratica che consiste nel privare un essere umano della possibilità di percepire una o più tipologie di stimoli sensoriali, con qualche aggiunta “originale”, come ad esempio la stereofonia.

    La struttura era completamente buia, per precisa scelta di coloro che gestivano il carcere.

    Gli psicologi James Mitchell e Bruce Jessen hanno avuto un ruolo determinante nella morte di Gul Rahman, lasciato nudo, con pochissimo cibo, privato del sonno e al freddo in cella per la maggior parte della sua permanenza in prigione.

    Quando Jessen lasciò la prigione, il 14 novembre 2002, consigliò a Matthew Zirbel di usare altre tecniche per convincerlo a parlare, prevedendo che ci sarebbero voluti mesi per farlo “collaborare”.

    Cinque giorni dopo, alle ore 15 del 19 novembre 2002, Rahman moriva.

    Jessen e Mitchell in quel periodo scrissero un documento intitolato “Contromisure alla resistenza di Al Qaeda alle tecniche di interrogatorio”. Il documento prometteva di far luce sui metodi per riconoscere quando i prigionieri usavano le sofisticate tecniche di resistenza che avevano appreso dall’organizzazione. Queste tecniche erano elencate nel Manuale di Manchester, redatto dai terroristi, e che includeva una sezione di consigli per affrontare le torture in prigione.

    Sia Jessen che Mitchell hanno dichiarato nelle loro deposizioni che i metodi per sconfiggere la resistenza degli interrogati, non includevano pressioni fisiche ed erano coerenti con la Convenzione di Ginevra. Eppure, entrambi stavano lavorando a un piano che includeva la detenzione dei prigionieri in celle insonorizzate costruite in strutture segrete “invisibili” alla Croce Rossa, alla stampa e agli osservatori internazionali.

    Abu Zubaydah, uno dei due sopravvissuti che hanno ottenuto il risarcimento da Jessen e Mitchell, è stato sottoposto almeno 83 volte alla tortura del waterboarding, che consiste nell’immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia.

    Un memorandum della Cia risalente a un mese dopo l’apertura della prigione, descrive il ruolo che i due psicologi hanno avuto nel programma di interrogatori dell’agenzia statunitense. “La valutazione diretta, chiamata esame di stato mentale, può essere fatta poco dopo la cattura iniziale da parte di Jim o Bruce”, si legge. Ciò permetterà loro di “determinare le migliori pressioni fisiche e psicologiche necessarie per ottenere che questo individuo giunga a uno stato conforme il più rapidamente possibile”.

    Dopo la morte di Rahman, vennero state installate dieci stufe a gas nelle celle, ma poco cambiò per quanto riguarda le altre pratiche di tortura, dalla privazione del sonno alle docce gelate, passando per il confinamento in strette scatole per lunghe ore.

    Nel 2003 però la stella di Mitchell e Jessen era già in declino. I memorandum interni della CIA in quei mesi parlano di arroganza e narcisismo dei due psicologi, oltre che di un chiaro disprezzo del codice etico.

    Abu Zubaydah e un altro piccolo gruppo di prigionieri furono trasferiti a Guantanamo nel settembre 2003, e poi trasferiti all’estero sei mesi più tardi verso strutture controllate dalla CIA.

    Tra il 2003 e il 2007 l’autorizzazione a utilizzare le tecniche di Mitchell e Jessen è stata sospesa più volte e la loro legittimità e efficacia sono state riesaminate.

    Molti funzionari della CIA che hanno partecipato al programma di tortura a Cobalto furono successivamente assunti da Mitchell Jessen e Associates, che continuava a fatturare con la CIA milioni di dollari per servizi di interrogatorio anche molto tempo dopo il termine del programma.

    L’accordo raggiunto nell’agosto 2017 ha portato al primo riconoscimento ufficiale del fatto che dei prigionieri siano stati danneggiati da “interrogatori avanzati” nelle prigioni della CIA.

    Mitchell e Jessen hanno affermato di non essere a conoscenza degli abusi specifici che alla fine hanno causato la morte di Rahman e si sono detti “non responsabili di tali azioni”.

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