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    Gli attentati di Parigi vissuti il giorno dopo di fronte alla replica di una partita surreale

    Il commento sugli attentati di Parigi del giornalista italiano Matteo Marchetti

    Di TPI
    Pubblicato il 14 Nov. 2015 alle 14:49 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:32

    Su Sky Sport 3 fanno la replica di Francia-Germania. L’effetto che fa è… Non lo so nemmeno io. Ma so che sono solo, in casa, sul divano. Un laptop sulle ginocchia che mi collega al mondo, e sullo schermo una partita che passerà alla storia, ma non per la straripante prestazione di Martial.

    Fuori dallo stadio stava succedendo di tutto, spari, bombe, ostaggi e sangue. E io ora sto guardando la partita, ogni tanto passa un crawl di SkyTg24 che invita a girare su 100. Al 16esimo minuto del primo tempo si sente un botto. Non è una bomba carta. Al gol di Giroud, servito ancora da Martial dopo che questo si era bevuto mezza difesa, esultano tutti. Bandiere al vento e cori a tutto spiano. Non lo so.

    Tanti stanno scrivendo su Facebook e Twitter, insultano l’Islam o invitano a non perdere la calma. Salvini, come di consueto, flatula. Ma tutto è paradossale. La città gemellata con la mia (“Solo Parigi è degna di Roma, solo Roma è degna di Parigi”) è stata devastata da sette attentati contemporanei, e io stamattina sono a casa, a guardare Francia-Germania, sul divano. Potrei scrivere tipo #qualcosa, se fossi più smart. Ma non saprei cosa dire, men che mai in otto lettere o giù di lì.

    Anche stamattina, mentre stavo facendo la rassegna stampa, notavo l’impossibilità, per una società come la nostra, di adattarsi a quello che la storia sembra metterci davanti. Le parole usate sono le stesse del dopo Charlie Hebdo, le stesse del dopo Copenaghen. Non riusciamo più a trovare parole, perché le abbiamo già usate tutte, magari a sproposito. Una proliferazione di iperbole che oggi ci dovrebbe costringere al silenzio.

    Non possiamo dire “11 settembre d’Europa”, perché lo abbiamo già detto dopo Madrid e dopo Londra. Non possiamo dire “11 settembre di Francia”, perché lo abbiamo già detto dopo Charlie Hebdo. Non possiamo più dire “Ormai ogni luogo è a rischio”, perché lo abbiamo detto dopo Copenaghen. E allora questa società che sognava di aver espulso il conflitto dalla storia si trova senza parole, o meglio senza la possibilità di dire nulla di nuovo, perché già in passato, impreparata, era ricorsa a frasone a effetto pur di mascherare il vuoto pneumatico di elaborazione e di teoria che la affligge ormai da anni.

    Le lacrimucce e gli hashtag non possono nascondere quello che più che choc sembra sincero stupore. Ma come, sembrano dire le nostre bacheche, ma allora non è tutto finito? Non era bastata la marea di “Je suis Charlie”?

    No, non è bastata. Perché la storia è più complicata di Twitter. E perché, di fronte a un pericolo incarnato da decine e decine di migliaia di persone, non bastano risposte individuali (e individualiste), né lo slacktivism delle foto profilo. Serve una mobilitazione collettiva, contro una minaccia totale a tutto quello che siamo. Il nemico non è “l’Occidente dell’imperialismo” ma l’Occidente tutto, e quindi colpirà anche chi non si sente parte in causa.

    Le stragi di ieri segnano un cambio di passo: siamo all’eliminazione totale e indiscriminata. Più difficile da prevenire, più facile da mettere in pratica. I prossimi mesi saranno fatti di tensione e di lacrime. Forse i prossimi anni. Ma non ne usciremo con abbracci twittaroli. Ne usciremo mobilitandoci, per tutto quello in cui crediamo e per tutto quello che vorremmo essere.

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