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    Cosa succederà in Siria quando (e se) la guerra finirà?

    L'analisi di Alon Ben-Meir, che si interroga sul futuro della Siria, su un eventuale governo di transizione e su cosa succederà alle istituzioni dello stato

    Di TPI
    Pubblicato il 30 Mar. 2016 alle 00:40 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 18:11

    Sulla scia dell’inimmaginabile orrore della Seconda Guerra Mondiale, la comunità internazionale si era impegnata a impedire che atrocità simili potessero ripetersi senza impunità. Ma, come per tanti altri genocidi che sono successi da allora, inclusi Bosnia e Ruanda, essere testimoni in tempo reale della sistematica distruzione di una nazione e del suo popolo senza suscitare la rabbia della coscienza umana è una vergogna con cui ogni singolo capo di stato deve convivere. 

    La Siria è diventata nient’altro che una pedina nelle mani di mercanti di morte, degli stati e dei vari gruppi estremisti che usano le vite dei siriani senza pietà per portare avanti le loro misere strategie politiche. Il fatto che più di 300mila siriani siano morti, che almeno il doppio siano feriti, e che più di 12 milioni siano rifugiati o dislocati internamente non sembra turbare né la Russia né l’Iran, che hanno sostenuto risolutamente il regime di Assad. 

    Continuano anzi a supportare la macchina assassina di Assad solo per assicurare i propri interessi, obiettivo che avrebbero potuto raggiungere senza la perdita di una singola vita umana di nazionalità siriana. In questo modo Khamenei dimostra la sua politica di pietà e compassione e Putin si preoccupa per il popolo siriano. 

    Il corpo e l’anima di due generazioni di siriani sono stati spezzati, le loro speranze e i loro sogni infranti, la loro dignità e orgoglio sono stati derubati. Milioni sono stati abbandonati alle proprie sofferenze nella speranza, ogni mattina, di svegliarsi da un incubo per rendersi conto che in realtà il loro destino è orribile.

    È difficile comprendere quanti gruppi di estremisti violenti convergano in Siria, in competizione l’uno con l’altro, e come tanta follia possa distorcere le loro menti e lasciare che la pazzia regni. Cosa c’è nel dna di questi gruppi crudeli e irrecuperabili, in particolare nell’esercito di Assad e dell’Isis, che li ha spinti a commettere tanti azioni brutali a sangue freddo?

    Viviamo in un mondo senza leader, in un’epoca in cui la noncuranza è diventata una virtù, l’indifferenza un sollievo, la mancanza di coraggio una manovra attenta, e l’assenza di determinazione una salvezza.

    L’intera comunità internazionale non ha potuto adunare le risorse e l’impegno morale per porre fine al massacro di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini. C’è da meravigliarsi se questo genere di atrocità possono accadere ancora? Sviluppare un piano di azione e una strategia per porre fine alla guerra civile al più presto avrebbe potuto impedire che accadesse la carneficina in Siria. 

    Quando la comunità delle nazioni fallisce la prova del tempo e l’inadeguatezza diventa la guida per il futuro, perché una nazione dovrebbe sottomettere la sua sicurezza nazionale ai capricci di altri stati o delle Nazioni Unite, dove è la politica e non l’umanità a dettare l’ordine del giorno?

    Ora che gli Stati Uniti e la Russia sono d’accordo nel porre fine alla tragedia siriana, devono assicurarsi che qualsiasi soluzione futura consideri attentamente lo stato psicologico in cui i diversi gruppi e sette si trovano.

    Prima di tutto, un governo rappresentativo di transizione dovrebbe essere stabilito in modo da riflettere la composizione demografica della Siria, costituito da burocrati professionisti che rimanga al potere per almeno cinque o sette anni. Questo tipo di autorità di governo deve focalizzarsi sulla ricostruzione delle infrastrutture, degli ospedali, deve mantenere la sicurezza interna, e impegnarsi sistematicamente in un processo di riconciliazione per impedire le vendette e le punizioni.

    In secondo luogo, per quanto il presidente Assad possa essere crudele, dovrebbe prendere parte a qualsiasi soluzione per due o tre anni durante il periodo di transizione. Questo non aiuterà solamente a facilitare la risoluzione ma permetterà alle maggiori istituzioni siriane, specialmente quelle militari, la sicurezza interna, all’intelligence e alla burocrazia di essere pronti a impedire la disintegrazione della nazione fino a che queste entità non saranno subordinate al governo di transizione centrale.

    Terzo, in questa circostanza non c’è spazio per provare a incorporare in alcun tipo di risoluzione l’idea di stabilire una costituzione attraverso la stesura di una nuova e indicendo elezioni generali prima della scadenza del mandato del governo di transizione. 

    Gli Stati Uniti e l’Unione Europea non possono semplicemente dare per scontato che i valori della politica occidentale possano essere trapiantati o che un’idea del genere potrebbe funzionare a lungo termine. Gli sforzi statunitensi per stabilire in modo prematuro la democrazia in Libia, Egitto e Iraq hanno fallito miseramente e non dovrebbero essere ripetuti.

    Quarto, la soluzione deve evitare la pia illusione che la Siria possa rimettersi insieme miracolosamente se la riconciliazione tra le sette, che sono nemiche giurate, non avverrà attraverso un processo naturale. Ciascun gruppo ha necessità di tempo per riflettere e risanarsi. Ai sunniti, alawiti, cristiani e curdi, in particolare, devono essere assegnati spazi e latitudini per riorganizzarsi.

    Quinto, l’Occidente e Russia devono sviluppare simultaneamente una strategia esauriente, inclusa l’introduzione di un esercito di terra significativo per sconfiggere l’Isis, aiutando anche a sradicare i conflitti ininterrotti nella regione. Al contrario, la sua continua presenza in Siria potrebbe mandare in fumo facilmente qualsiasi forma di accordo di pace, motivazione che rende la distruzione dell’ISIS il prerequisito per una soluzione vincente.

    Sesto, la prolungata guerra tra sunniti e sciiti in Iraq potrebbe continuare potenzialmente per un lungo periodo di tempo, forse decenni. La Siria è servita da campo di battaglia tra le due fazioni, e la competizione tra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita per il controllo regionale non cesserà molto presto. 

    Le due nazioni dovrebbero giocare un ruolo importante in qualsiasi tipo di soluzione per porre fine alla guerra civile in Siria senza cedere necessariamente i loro interessi sul paese. Altrimenti, finirà che entrambe perderanno dal momento che non ci sono prospettive per nessuna delle due di uscirne illese.

    Inoltre, una soluzione alla guerra civile in Siria dovrebbe servire a mitigare, forse in larga misura, il conflitto sunnita-sciita. Entrambe le fazioni potrebbero ricostruirsi e restaurare potenzialmente il precedente status quo che esisteva prima della guerra in Iraq.

    Il sacrificio inimmaginabile che il popolo siriano ha compiuto non deve essere vano. L’ordine internazionale, la civiltà, la morale sono in gioco. Se la comunità internazionale non sarà in grado di agire immediatamente, le future generazioni ricorderanno come la comunità delle nazioni ha perso la morale e l’umanità, e ha assoggettato il mondo intero ai giorni cupi che devono ancora giungere.


    — Analisi di Alon Ben-Meir, professore di relazioni internazionali ed esperto di Medio Oriente alla New York University

    — Traduzione a cura di Irene Fusilli

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