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    A Roma Tre un seminario sul Sud Globale: “Può aiutarci a riflettere anche sull’Occidente”

    Il 12 e 13 febbraio al Dipartimento di Studi umanistici: interverranno studiosi, intellettuali e policy-makers di calibro internazionale

    Di Redazione TPI
    Pubblicato il 11 Feb. 2026 alle 13:59

    Giovedì 12 e venerdì 13 febbraio al Dipartimento di Studi umanistici dell’Università Roma Tre si terrà il “Roma Tre Global South Seminar”, una due-giorni di interventi e conferenze che vedrà studiosi, intellettuali e policy-makers confrontarsi sulle principali questioni culturali, politiche ed economiche legate all’emergere del cosiddetto Sud Globale.

    Parteciperanno relatori di calibro internazionale: la sociologa Maya Adereth (London School of Economics) e Phenomenal World),  l’economista Yuefen Li (The South Centre di Ginevra), l’ex ministro degli Esteri Mario Giro (Comunità di Sant’Egidio), l’economista Kako Nubukpo (ex ministro del Togo) e poi l’attivista David Adler (Progressive International), l’ex ministro del Petrolio del Venezuela Rafael Ramirez, la politologa Adriana Abdenur (consigliera del presidente brasiliano Lula e co-presidente del Global Fund for a New Economy) e l’economista Mario Pezzini (già direttore del centro sviluppo dell’Ocse) [a questo link il programma completo].

    Il mondo è molto cambiato dal punto di vista dei rapporti di forza economici internazionali: sono cambiate le strutture dell’economia internazionale e della della politica internazionale”, sottolinea a TPI il regista dell’evento, Giuliano Garavini, professore associato di Storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre.

    “Dal punto di vista economico, spicca in particolare l’ascesa dei Paesi asiatici: oggi Cina, India e Indonesia da sole producono più del 30% della ricchezza mondiale. Dal punto di vista della governance, vediamo inoltre che tutte le principali istituzioni multilaterali nate ottant’anni fa sono messe in discussione. La stessa conformazione del Consiglio di sicurezza Onu – fa notare Garavini – non rappresenta più l’effettiva forza politica dei Paesi del mondo: ci sono ancora Francia e Gran Bretagna, ma non c’è l’India, non c’è nessun paese africano… Anche nelle istituzioni economiche internazionali nate da Bretton Woods, penso al Fondo Monetario Internazionale o alla Banca Mondiale, la distribuzione dei diritti di voto non riflette più il reale peso delle diverse economie mondiali”.

    “Ecco allora – prosegue il professore – che si vengono a creare delle organizzazioni multilaterali alternative: penso ad esempio ai Brics, gruppo che, per quanto fatichi a trovare una propria coerenza di azione, esiste come organizzazione e raggruppa Paesi che complessivamente rappresentano il 60% della popolazione mondiale”.

    “In questa grande fase di cambiamento, negli Stati Uniti e nei Paesi europei è riemerso molto forte il discorso sull’Occidente e su un suo nuovo protagonismo necessario dal punto di vista militare, politico, economico, culturale. Credo però – osserva Garavini – che occorra fare una riflessione critica su cos’è l’Occidente e su come è cambiato il concetto di Occidente rispetto a quando fu coniato, alla fine dell’Ottocento”.

    “Oggi si tende a configurare l’Occidente come un blocco in conflitto con il Sud Globale: non solo dal punto di vista della politica internazionale (in contrapposizione a Paesi come Cina o Russia), ma anche dal punto di vista interno di un conflitto con il Sud Globale che si consuma all’interno dello stesso Occidente (il riferimento agli immigrati che raggiungono gli Usa e i Paesi europei). Ciò – secondo il professore – rischia di profilare un Occidente caratterizzato da un’elevata propensione alla forza militare e da un alto tasso di violenza nelle proprie società. È importante allora che i Paesi europei e gli Stati Uniti si pongano nei confronti di questi cambiamenti delle relazioni internazionali in modo costruttivo e cooperativo, anziché in modo militarizzato. In questo senso, il Sud Globale è un concetto che può essere utile all’Occidente come strumento per proiettare o immaginare una politica estera non militarizzata.

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