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    Rock in Kabul

    La musica, proibita ai tempi dei talebani, è tornata sotto nuove vesti

    Di Tommaso Natoli
    Pubblicato il 27 Mar. 2014 alle 09:52 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:59

    Sembra che in alcune ore del giorno, per le strade polverose di Herat, regni un silenzio assordante. Eppure camminando rasenti ai muri malridotti dei palazzi può capitare di cogliere un ronzio di sottofondo, una serie di vibrazioni ovattate che, a un ascolto ancora più attento, lasciano intuire una cadenza musicale. Qualche anno fa, nello studio improvvisato in un appartamento nel quartiere ovest della città, quattro ragazzi hanno dato vita a una rock band. Hanno scelto di chiamarsi Morcha (formiche) e di partecipare così al risveglio musicale che sta gradualmente conquistando le giovani generazioni afghane.

    Oggi Shekib Musadeq (cantante), Shafiq Najafi (batterista) e i due bassisti Hassanzada e Behroz Shujahi, si esercitano in vista di un grande evento che si terrà a fine estate nel centro della città. Versi in lingua inglese e insolite sonorità “occidentali”, elettriche e gracchianti, inondano quotidianamente l’androne del loro edificio e gli appartamenti adiacenti. “Fifteen died in Helmand, the drought ended in Herat… Nato conducted a rapid air strike on a wedding party”, Hassanzada accenna la strofa di uno dei loro pezzi. Spiega come questi non parlino di amori e tradimenti, bensì descrivano la realtà quotidiana nella quale vivono: esplosioni notturne, corruzione nei palazzi del potere, traffico di droga e armi, carestie.

    Loro si definiscono la prima rock band del paese. In realtà White Page, Kabul Dreams e District Unknown sono esempi di altri gruppi musicali afghani formatisi nel corso degli ultimi dieci anni. Sulla spinta di un moto di ribellione, di un bisogno di liberazione e di fuoriuscita da un lungo isolamento, la loro nascita ha marcato una profonda rottura con la tradizione. Nell’Afghanistan martoriato dalle guerre senza fine la libera espressione musicale è stata un diritto negato per molti anni. In alcune aree del paese è ancora considerato un privilegio per pochi temerari che, nell’inseguire una passione, diventano bersaglio dei gruppi integralisti avversi alla modernità.

    Durante il quinquennio di governo talebano (1996-2001) la musica era considerata alla stregua di un peccato da bandire. Un atto impuro da imbavagliare in nome di Allah, in qualunque sua forma, con l’unica eccezione dei canti religiosi. Oggi, in questo anomalo “rinascimento musicale”, persino gli stessi talebani hanno dato vita ad un loro stile: poemi religiosi intonati a cappella su ritmi tradizionali, che glorificano i martiri suicidi e i combattenti impegnati nell’insurrezione contro le forze governative e i 130 mila soldati della Nato ancora nel paese.

    In alcune aree dell’Afghanistan meridionale, cuore dell’insorgenza, può capitare che dalla suoneria di un cellulare provengano strofe come questa: “The lion cubs can’t be tamed… you’ll be crying, lost, unable to find your way home, your child will never see you again… leave our home before it’s too late or Afghanistan will become your second Vietnam.” Ma c’è una profonda differenza tra i pezzi intrisi di fanatismo religioso venduti di nascosto nei banchi di cd al mercato di Herat e la tradizione lirica centro-asiatica, ricca di canti eroici e poesie epiche. Un patrimonio di narrazioni leggendarie di guerra e amore che ha dato vita a melodie ormai inscritte nel patrimonio musicale nazionale.

    Testi che una volta si concedevano immagini sensuali, quasi erotiche. “Je pouvais encore sentir ton parfum dans mon lit, tes lèvres partout sur moi“, cantava Ahmad Zahir, soprannominato “il diamante dell’Est” o “l’Elvis Afghano”, in un Paese dove pochi anni dopo il burqa tradizionale sarebbe diventato obbligatorio. Undici anni di presenza occidentale, l’afflusso di espatriati e il ritorno dei rifugiati, hanno favorito la fusione tra questi motivi romantici tradizionali e “nuove” forme musicali: pop, rock, blues in tutte le loro possibili varianti. “The beat is back” affermano sorridenti i giovani musicisti afghani.

    Una vivacità culturale che il paese non conosceva dagli anni Settanta, quando l’Afghanistan, in pace e frequentato da gruppi di hippie occidentali, godeva della reputazione di paese relativamente tranquillo e progressista. Dai chioschi di kebab e dalle casse delle auto parcheggiate al bordo della strada si possono cogliere chiari i segnali di queste inedite contaminazioni musicali. Alcuni canali radiofonici trasmettono già i “nuovi generi”, dando così voce alla scena alternativa.

    Un momento di svolta di questo risveglio musicale si è avuto l’ottobre scorso, con il Sound Central Music Festival di Kabul, un evento organizzato da un collettivo indipendente di musicisti e attivisti che ha riunito tutte le realtà emergenti della scena centro asiatica, dall’elettronica al death metal. “Abbiamo tenuto segreta la location per lungo tempo, per ragioni di sicurezza”, racconta l’organizzatore del festival, Travis Beard. “Solo pochi giorni prima dell’evento abbiamo comunicato a tutti che lo show si sarebbe svolto ai Giardini di Babur, uno splendido parco storico della capitale”

    Per la cantante Sabina Ablyaskina, della rock band uzbeka Tears of the Sun, “è stata una vera sorpresa suonare davanti ad un pubblico così pieno di giovani afghani. C’erano anche anziani in abito tradizionale, ragazze e giovani donne, ma tutti erano stupefatti dell’energia positiva che sprigionavano i ragazzi di Kabul davanti al palco”. L’idea è quella di rendere il Sound Central Music Festival un evento annuale, un punto di riferimento per tutti gli afghani amanti della musica. Gli organizzatori lavorano da mesi all’organizzazione della sua seconda edizione, prevista per ottobre 2012.

    “Suonare musica rock è rischioso, ma la nostra gente è stanca di ascoltare il sibilo dei missili, hanno bisogno di suoni nuovi” afferma Sulaymon Qardosh, leader dei Kabul Dreams. “I concerti rock porteranno nuova energia e speranza al popolo afgano”. A parte i fanatici religiosi però, qualcun altro non vede di buon occhio queste nuove tendenze. Abdul Satar Qasimi, 45 anni, cantante e suonatore professionista di rubab, è fuggito in Pakistan nel 1996 dopo che alcuni militanti avevano distrutto il suo negozio.

    “Sempre più persone si stanno aprendo a queste forme musicali moderne”, ammette, “e molti artisti tradizionali sono stati accantonati con l’arrivo degli stili occidentali”. Oggi, dopo aver fatto ritorno nella sua città a seguito dell’intervento statunitense, gestisce un negozio di strumenti musicali tradizionali in una delle vie centrali di Kabul. “La musica è rifiorita, è vero, ma non per tutti”.

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