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    Brexit: cosa succederà adesso

    Il referendum del 23 giugno era di tipo consultivo, e di conseguenza non aveva valore vincolante. Sarà il Parlamento britannico a dover ratificare la decisione di uscire

    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 24 Giu. 2016 alle 08:32 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 00:14

    Con 17.410.742 di voti a favore e 16.141.241 contro, i cittadini britannici si sono espressi a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. 

    La storia del Regno Unito di porre fine al suo rapporto d’amore e odio con l’Europa che va avanti da 44 anni, rappresenta un punto di svolta nella storia britannica senza precedenti. 

    Partendo dal presupposto non si può tornare indietro, la Gran Bretagna dovrà convivere con le conseguenze politiche, costituzionali, diplomatiche ed economiche per almeno i prossimi dieci anni. 

    Il Regno Unito fa parte dell’Unione Europea (prima Comunità europea) dal 1972, dopo aver firmato il trattato di adesione il 22 gennaio di quell’anno.

    La ratifica del Trattato di adesione fu approvata dal Parlamento britannico il 16 ottobre 1972 e promulgata dalla Regina il giorno successivo.

    Il Regno Unito divenne membro della Comunità europea il 1 gennaio 1973, insieme alla Danimarca e all’Irlanda.

    In linea teorica anche se vincesse la Brexit, il parlamento potrebbe decidere di non uscire dall’Ue, ma andare contro il volere espresso dagli elettori non è un’idea razionalmente perseguibile. Il risultato del voto del referendum non è infatti direttamente vincolante.

    Presumibilmente, quindi, il parlamento ratificherà l’eventuale decisione popolare a favore della Brexit e inizierà la procedura di uscita. Ci vorranno almeno due anni di negoziati, durante i quali il Regno Unito rimarrà ancora parte dell’Ue ma solo in maniera formale. 

    L’articolo 50 del trattato sull’Unione Europea prevede un meccanismo di recesso volontario e unilaterale di un paese dall’Unione europea.

    Il paese che decide di recedere, deve comunicare la sua intenzione al Consiglio europeo. L’accordo è concluso a nome dell’Unione europea dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

    Qualsiasi stato uscito dall’Unione può chiedere di aderirvi nuovamente, avviando una nuova procedura di adesione.

    Costituzionalmente, l’attivazione dell’articolo 50 è una decisione che spetta al primo ministro, non al parlamento, e David Cameron ha già detto che non sarà lui ad avviarla ma un nuovo premier, annunciando le sue dimissioni.

    Nel 1975, tre anni dopo l’entrata nella Comunità europea, il Regno Unito aveva già organizzato un referendum sulla Cee e il 67,2 per cento degli elettori aveva scelto di rimanervi.

    Prima del trattato di Lisbona, che è entrato in vigore il 1 dicembre 2009, non era previsto dai trattati e dal diritto dell’Ue la possibilità da parte di uno Stato membro di ritirarsi volontariamente. 

    Nessuno stato membro è mai uscito dall’Ue. Nel 1982 però la Groenlandia, che fa parte della Danimarca ma gode di uno status particolare di autonomia, votò tramite referendum per l’uscita dall’Ue con il 52 per cento dei voti a favore.

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