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    Progetto Fratelli: il centro nella periferia di Beirut dove i bambini profughi iracheni e siriani si sentono a casa

    Il progetto educativo dei Fratelli delle Scuole Cristiane – La Salle (FSC) e dei Fratelli Maristi delle Scuole (FMS) per i bambini e ragazzi profughi in Libano

    Di TPI
    Pubblicato il 12 Giu. 2018 alle 17:10 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 09:09

    Sono passati poco più di due anni dal suo lancio, a marzo del 2016, e già il Progetto Fratelli è cresciuto moltissimo: sono 50 i bambini accolti ogni giorno nel centro educativo di Bourj Hamoud, un quartiere popolare nella periferia di Beirut, e più di 400 quelli che frequentano il centro allestito nella vecchia scuola marista di Notre Dame de Fatima a Rmeileh, vicino Saida, da tutti conosciuto come “Fratelli”.

    I bambini e ragazzi che frequentano il centro di Rmeileh sono quasi tutti siriani scappati dal proprio paese dopo l’inizio del conflitto interno, ma ci sono anche bambini libanesi. Il centro di Bourj Hamoud è frequentato soprattutto da profughi iracheni, anche loro fuggiti dalla violenza e dalla minaccia di Daesh.

    Per loro ‘Fratelli’ significa la possibilità di andare a scuola – anche se non si tratta di scuola formale – ed imparare quello che serve per accedere al sistema educativo libanese.

    Questo infatti l’obiettivo del progetto: offrire un’alternativa a tutta una generazione di bambini e ragazzi che, abbandonato il proprio paese a causa della guerra, rischia di rimanere fuori dalla scuola per anni, per le difficoltà burocratiche, la disparità dei programmi scolastici, l’instabilità familiare.

    Ma ‘Fratelli’ dal 2017 vuol dire anche colonia estiva: terminate le lezioni e consegnati gli attestati di frequentazione, il centro di Rmeileh ha riaperto le sue porte per accogliere più di 200 bambini e ragazzi la mattina, e più di 200 il pomeriggio.

     

    Divisi per gruppi di età, i bambini svolgono qualche attività in aula e poi cantano, ballano, giocano a calcio e a basket, si intrattengono con attività manuali, si divertono con le giostre e il bigliardino, gridano quando arriva un educatore travestito da pirata per la caccia al tesoro, e – almeno i più piccoli – sguazzano in due piccole piscine gonfiabili.

    Ogni giornata è dedicata ad un tema: amicizia, accoglienza, rispetto, e l’insegnamento delle regole è sempre sotteso ad ogni attività perché è trasmettere i principi della convivenza a bambini e ragazzi che hanno subito traumi e che si devono integrare in una nuova società. L’attenzione alla persona e il supporto psico-sociale sono il fulcro del ‘Progetto Fratelli’.

    Shelter di Abra

    Lo shelter è in una conca appena fuori Abra, vicino Saida. Si tratta di uno squallido edificio ad ‘L’ con un paio di corpi antistanti di cui uno è una piccola moschea. Per il resto ci sono abitazioni. Ci vivono circa 30 famiglie siriane, in totale 150 persone. Sui muri i bambini hanno dipinto dei murales: qualche disegno colorato, i nomi delle squadre di calcio preferite e soprattutto la scritta “Fratelli”.

    Gli abitanti dello shelter sono arrivati in momenti diversi, a partire dallo scoppio della guerra in Siria, e vi si sono insediati mano mano che una famiglia se ne andava lasciando libero un locale. E poi, dovendone fare la loro nuova casa, si sono organizzati: nella struttura ci sono un parrucchiere per signora e un piccolo negozio di alimentari. I bambini giocano nel piazzale assolato, le donne con il velo chiacchierano sedute in circolo e stendono il bucato.

    Famiglia di Hidaya

    Hidaya frequenta il ‘Progetto Fratelli’. Hidaya abita nello shelter di Abra, ed oggi la sua famiglia è composta dai nonni materni, il papà, due fratelli e una sorellina. La mamma, purtroppo, non c’è più: è morta in Siria a causa della guerra.

    È la nonna di Hidaya a raccontare la storia di questa sfortunata famiglia. Mentre parla con i suoi ospiti la nonna di Hidaya offre un caffé e mostra le foto delle sue figlie, quella che non c’è più, quella che è rimasta ad Idlib e quella che ha trovato rifugio in Turchia. 

    La madre di Hidaya stava scappando con i suoi quattro figli da Idlib a Cham quando un missile ha colpito il veicolo a bordo del quale viaggiavano: lei è rimasta uccisa, la bambina di pochi mesi che teneva in braccio si è miracolosamente salvata insieme ai suoi tre fratelli, Hidaya, Abdel Kader e Mohamed. Hidaya e i suoi familiari sono riusciti a raggiungere Beirut nel 2013 e poi si sono stabiliti nello shelter ma i problemi sono tantissimi.

    La bambina più piccola appare serena (forse e quella che ha subito di meno quei drammatici eventi), ma una volta – ricordano gli educatori del Progetto Fratelli – ha pianto per un giorno intero senza ragione. 

    Dalia

    “Il Libano mi piace – dice Dalia – ma la Siria di più.” Dalla Siria Dalia è dovuta fuggire a causa della guerra, e lì ha lasciato la sua casa, gli amici, parte della famiglia.

    Dalia oggi vive nello shelter di Abra. Seduta nel cortile dello shelter, Dalia ci racconta che cosa ne è stato dei suoi sogni e dei suoi progetti da quando l’anno scorso, per la prima volta, ci ha raccontato la sua storia e la sua esperienza con ‘Fratelli’.

    Da una porta che dà sul cortile, sua madre di tanto in tanto si affaccia sorridente. Dalia si è iscritta alla scuola pubblica in Libano, ma poi si è ritirata: non si è trovata bene perchè era stata inserita in una classe di alunni molto più piccoli di lei.

    Così ha lasciato la scuola, ma non vuole rinunciare a studiare. Il suo sogno è ancora quello di diventare un’insegnante di arabo, magari continuando gli studi in Germania, dove attualmente si trova suo padre. Certo non sarà facile. Per fortuna c’è il ‘Progetto Fratelli’, che Dalia continua a frequentare ogni sabato, quando partecipa alle attività del club, e dove ha seguito dei corsi professionali.

    E intanto l’incubo della guerra è ancora presente. “Cosa ti fa paura?”, chiediamo. “I militari.” “Qual è la tua speranza per il futuro?”. “Rivedere la mia famiglia finalmente riunita.”

    Fadia

    Fadia vive in un’abitazione piuttosto modesta non distante dal centro educativo di Rmeileh, in mezzo alle serre coltivate a pomodori. Nonostante sia costituita solamente da una stanza e una veranda, la casa di Fadia è molto accogliente. I cuscini color rosso e oro sparsi sul tappeto e sulle stuoie in stile arabo le danno un’aria curata.

    Ci sono i fiori artificiali, il ventilatore, il televisore, ma la cosa che si nota di più è un quadretto sulla parete raffigurante Padre Champagnat e De La Salle con il simbolo di ‘Fratelli’. Per Fadia e la sua famiglia il ‘Progetto Fratelli’ significa molto.

    Nel 2011 Fadia e suo marito sono scappati da Idlib con le due figlie piccole. Ma il viaggio è stato difficile e pericoloso, sempre con la paura della guerra e degli attacchi dei terroristi. Fadia e la sua famiglia sono arrivati prima a Tripoli, nel nord del Libano, e poi si sono stabiliti a Rmeileh, poco a sud di Beirut. Ma una volta in Libano, il marito di Fadia ha abbandonato la famiglia ed è tornato in Siria dove è rimasto ucciso a causa della guerra.

    Fadia è rimasta sola e senza aiuti per sé e le sue bambine, fino a che non ha saputo che per il ‘Progetto Fratelli’ cercavano una persona addetta alle pulizie e si è proposta. Da ottobre 2016 ha iniziato a lavorare nel centro. “Prima non avevamo niente, adesso possiamo vivere”, racconta Fadia. La sua bambina più grande, Hiyam, di 5 anni, frequenta il progetto e ogni giorno torna a casa entusiasta e racconta tutto quello che ha imparato.

    Poi Fadia ha incontrato Ali, un giovane profugo siriano scappato da Hamah, e tre mesi fa lo ha sposato. Ali lavora come muratore. Pagano 200 dollari al mese di affitto e non ricevono aiuti. La loro speranza è di tornare in Siria, un giorno, quando la situazione sarà tranquilla. Andranno solo quando saranno certi che il paese è sicuro.

    Quello che gli manca di più della Siria sono i profumi, una certa atmosfera, e poi gli amici, la casa … oggi Fadia e Ali non troverebbero più niente di quello che hanno lasciato: le loro case sono andate distrutte, i risparmi sono finiti e, nel caso di Ali, tutti i familiari sono morti.

    Nouri e Bashar

    Nouri e Bashar hanno seguito i corsi per adulti del ‘Progetto Fratelli’. Entrambi sono scappati dalla Siria nel 2011, quando sono iniziati i disordini. Sono arrivati in Libano passando per la Bekaa; Nouri è arrivato direttamente a Beirut, Bashar è andato prima a Tripoli e poi di lì a Beirut. Bashar ha 20 anni, è venuto in Libano da Idlib con la sua famiglia. Nouri ha 22 anni, viene da Dayr az-Zawr e in Libano è solo, i suoi familiari sono rimasti in Siria. Questo per Nouri è il vero problema, la lontananza dalla famiglia, “per il resto – dice – la vita qui in Libano non è troppo difficile”. Ha anche trovato un buon lavoro. Anche Bashar lavora in un resort.

    La lingua e l’apertura culturale trovati in Libano hanno facilitato Nouri e Bashar nell’inserimento nel nuovo paese – sicuramente, dice Nouri, in Europa sarebbe stato molto diverso – ma le difficoltà ci sono anche qui. Il ‘Progetto Fratelli’ li ha aiutati offrendo opportunità di formazione che altrimenti non avrebbero avuto.

    Hanno seguito corsi di inglese (la lingua preferita perché è la prima lingua del mondo), arabo, e computer. Nouri e Bashar sono ragazzi istruiti, entrambi hanno conseguito un titolo di scuola superiore nel loro paese. La loro speranza è di poter usufruire ancora dei corsi di ‘Fratelli’, e soprattutto si augurano che presto il Progetto ottenga ulteriori riconoscimenti e possa rilasciare titoli ufficiali.

    Testimonianza di Nouri

    Alcuni anni fa stavo cercando dei modi per completare la mia istruzione o almeno imparare l’inglese, ma le condizioni di vita non erano buone. Un giorno un mio amico mi ha detto che sarebbe stata aperta una scuola per insegnare informatica, arabo e inglese a persone come noi. Ero molto contento e sono andato subito ad iscrivermi.

    I giorni in cui siamo venuti qui ad imparare e conoscere nuove persone sono passati. Purtroppo l’ultimo giorno è arrivato e l’anno scolastico è finito. Abbiamo imparato molto bene, sfortunatamente i momenti belli passano in fretta, mentre quelli tristi sono molto lenti.

    Ringraziamo Dio per questa associazione (Fratelli) che ci ha aiutato e ci ha fornito tutto il necessario, dal libro alle penne alla gomma da cancellare, e soprattutto, in questo paese dove l’istruzione è molto costosa, ci ha assicurato anche il trasporto.

    Hanan Almasri

    La cosa più bella? Il Progetto Fratelli!

    “È molto difficile quando perdi tutto. Siamo scappati dalla Siria nel 2013 a causa della guerra, i miei genitori, mio fratello, mia sorella ed io. Mio fratello maggiore si trova in Giordania, mi manca molto”. Hanan ha 14 anni e viene da Cham. Ha lasciato il suo paese quando faceva la quarta e andare a scuola le piace, lo trova facile. Da grande vorrebbe fare l’insegnante di inglese, una lingua che ama e che sa già parlare. Hanan frequenta il ‘Progetto Fratelli’ dal 2016, quando ne ha sentito parlare da amici e vicini di casa. Durante l’anno, il pomeriggio va alla scuola statale e la mattina la passa nel centro ‘Fratelli’, dove la aiutano con i compiti e per prepararsi ai test che fa a scuola. D’estate partecipa alle attività della colonia estiva.

    “Il ‘Progetto Fratelli’ mi aiuta molto”, prosegue. “Qui ci divertiamo, balliamo, facciamo sport, ci insegnano tante cose utili. L’aiuto nello studio è la cosa più importante di tutte, sicuramente, ma poi ci sono le attività di svago, gli amici, un ambiente bello e aperto, glie educatori, gli insegnanti. Certo ci sarebbero anche cose da migliorare, secondo Hanan. Per esempio, se ci fossero più persone, più risorse, il progetto potrebbe crescere ancora a vantaggio di altri bambini e ragazzi.

    Ad Hanan manca tutto del suo paese: la casa, gli amici, i vicini … ha potuto portare con sé solo la sua famiglia. La cosa che le fa più paura è la guerra. E la cosa più bella – le chiediamo – qual è per te, Hanan? Lei ci pensa su un attimo e poi esclama: “il Progetto Fratelli!”.

    Fondazione De La Salle Solidarietà Internazionale ONLUS

    Fondazione Marista per la Solidarietà Internazionale ONLUS- FMSI

    Foto: Marco Amato

    Testi: Sara Panciroli

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