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    Il possesso di armi da fuoco negli Stati Uniti

    Gli Stati Uniti sono il paese occidentale con il tasso di violenza civile più alto a causa della vasta diffusione delle armi da fuoco

    Di Davide Maria Vavassori
    Pubblicato il 21 Set. 2015 alle 11:56 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:54

    Con 29,7 omicidi da arma da fuoco ogni milione di abitanti, a fronte degli 1,4 in Australia, gli Stati Uniti sono il paese occidentale con il tasso di violenza civile più alto, connesso alla diffusione delle armi da fuoco. Infatti, pur ospitando solo il quattro per cento della popolazione mondiale, negli Stati Uniti vive il 50 per cento dei civili armati sul pianeta

    Negli Stati Uniti è più vivo che mai il dibattito sulla possibile connessione tra violenza armata e diffusione delle armi da fuoco.

    Ma fino a che punto è verosimile limitare l’accesso a fucili e pistole in un paese dove il diritto al possesso di armi rappresenta una libertà costituzionale fondamentale?

    Chi assicura che una volta penalizzato il possesso di queste, la violenza diminuirà?

    Il caso Australia: ripulire il paese dalle armi

    L’Australia ha recentemente mostrato come un efficiente controllo sulle armi da fuoco sia non solo possibile ma anche provvidenziale per una società con un tasso di violenza incontrollato.

    Il giorno della svolta per la storia australiana fu il 28 aprile 1996, quando l’allora ventinovenne australiano Martin Bryant aprì il fuoco con un fucile semi-automatico in un bar a Port Arthur, nel sud della Tasmania, uccidendo 35 persone e ferendone altre 21.

    Il giorno seguente il massacro, il governo di centro destra dell’epoca guidato dal Primo ministro John Howard si mise all’opera e, un mese dopo la strage più cruenta della storia australiana, nacque il National Firearms Agreement (NFA) – l’Accordo nazionale sulle armi da fuoco.

    Approvato nell’ottobre del 1996, il NFA ridusse drasticamente il possesso legale di armi da fuoco in Australia, stabilì un registro di tutte le armi del Paese e istituì un divieto assoluto di possesso per specifiche tipologie di armi, inclusi tutti i fucili automatici e semi-automatici.

    Per far scomparire le armi dalle città, un’apposita commissione nazionale istituì un prezzo di mercato a cui acquistare i fucili dichiarati illegali per compensare i legittimi proprietari della perdita e offrì a coloro che li possedevano illegalmente un’amnistia, ma non il pagamento di un controvalore, qualora avessero riconsegnato le armi.

    Grazie al NFA tra il 1996 e il 1997 fu sequestrato e distrutto il 20 per cento delle armi da fuoco private australiane, per un totale di circa 650mila pistole e fucili.

    Nel 2011 alcuni ricercatori dell’università statunitense di Harvard hanno osservato alcuni risultati stupefacenti: nei sette anni successivi al NFA la percentuale di omicidi per armi da fuoco è scesa del 42 per cento e quella di suicidi del 57 per cento. Un altro studio pubblicato dall’università canadese Wilfrid Laurier ha concluso che il sequestro di 3.500 armi su 100mila abitanti ha determinato un calo del 50 per cento degli omicidi e del 74 per cento dei suicidi.

    Il caso Stati Uniti: possedere armi è un diritto

    Nonostante la recente cronaca americana sia costellata di massacri compiuti con armi da fuoco possedute da civili, la legislazione statunitense non ha mai messo in dubbio il diritto di possedere armi.

    Una libertà protetta costituzionalmente dal secondo emendamento della costituzione, inserito nel 1791, che recita: “essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”.

    Nel 2008 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha definito il diritto a possedere un’arma come inviolabile, al pari di quello al voto e della libertà di espressione, giudicando incostituzionale la legge federale che dal 1975 limitava il possesso di armi personali ai cittadini di Washington, la capitale degli Stati Uniti.

    Alla luce delle recenti prese di posizione della Corte Suprema e delle pressioni delle lobby delle armi, oggi molti si interrogano sulle reali possibilità di cambiare la legislazione in merito alle armi da fuoco negli Stati Uniti.

    Considerato il ruolo chiave del Congresso nella modifica della legislazione, è interessante osservare l’indice di gradimento che la National Rifle Association (NRA),  la più influente lobby americana delle armi da fuoco, assegna ai singoli parlamentari americani. 

    Secondo i dati riportati dalla lobby sono 242 i deputati “fortemente a favore” del diritto di possedere armi, pari a oltre il 50 per cento dei 435 membri della Camera dei Rappresentanti. Al Senato la situazione non cambia: 46 senatori su 100 vengono riconosciuti come sostenitori della libertà di possedere armi, mentre solo 35 sono identificati come oppositori.

    Si possono inoltre analizzare le posizioni sul tema del controllo delle armi dei candidati alla presidenza americana: secondo quanto riporta la piattaforma britannica Business Insider, a fronte di soli tre candidati apertamente schierati a favore di una legislazione più ferrea – due democratici, Hillary Clinton e Martin O’Malley, e un repubblicano, George Pataki – e tre candidati senza posizioni assolute in merito (Bernie Sanders, autodefinitosi socialista, e i due repubblicani Donald Trump e Ben Carson), ben undici – tutti repubblicani – si pongono a difesa della libertà inviolabile di possedere armi da fuoco.

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