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    Palestinesi, eterni rifugiati

    Circa 7 mila palestinesi sono fuggiti dalla Siria preda della guerra civile. Ma oltre il confine li aspettavano soprusi e discriminazione

    Di Eugenio Dacrema
    Pubblicato il 19 Nov. 2012 alle 19:46 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 23:03

    Palestinesi eterni rifugiati

    In un conflitto civile che sta investendo un Paese di oltre 20 milioni di persone, la tragica sorte di qualche migliaio di esse può sembrare solo uno dei tanti capitoli della catastrofe che da quasi due anni sta sconvolgendo la Siria. La storia dei 7 mila palestinesi che dai loro campi in Siria sono fuggiti nel vicino Libano riesce però ad aggiungere ai racconti di vite sconvolte, triste normalità di ogni guerra civile, quella nota di amara ironia che così spesso caratterizza certi episodi della storia mediorientale. La loro è infatti la storia di persone senza Stato, senza cittadinanza, talvolta condannati a essere rifugiati dalla nascita, e ora costretti a esserlo due volte.

    Sono molti quelli di loro che in Palestina non sono mai stati. La politica siriana, così come quella libanese, è sempre stata quella di negare la cittadinanza ai rifugiati palestinesi che, dalla guerra del 1948 in poi, sono giunti nel Paese durante i diversi conflitti arabo-israeliani. L’obiettivo è sempre stato quello di tenere viva la questione, o aperta la ferita, e di impedire così nel lungo periodo una facile soluzione del problema palestinese, da sempre una delle carte propagandistiche più efficaci nelle mani di molti regimi arabi.

    Così oggi esistono in Siria circa 400 mila rifugiati palestinesi, molti appartenenti a seconde o terze generazioni, che dallo scoppio del conflitto siriano si sono ritrovati tra i due fuochi, spesso strumentalizzati da entrambe le parti o accusati di connivenza con il nemico. Dal marzo 2011 a oggi si sono contate fra i palestinesi circa 300 vittime accertate, molte delle quali nel campo di Yarmouk, nei sobborghi di Damasco, di gran lunga il più grande campo profughi del Paese. L’episodio più grave si è verificato a metà luglio di quest’anno, quando 16 membri dell’ ’Esercito di liberazione della Palestina’ – un’organizzazione militare sostenuta dal governo di Damasco – sono stati prima rapiti e poi fatti ritrovare sgozzati in alcuni campi agricoli fuori da Damasco. L’Esercito Siriano Libero (Esl), il braccio armato dei ribelli, ha rivendicato l’episodio parlando di giusta punizione per dei collaborazionisti del regime.

    L’ escalation di violenza ha indotto molti palestinesi siriani a cercare rifugio altrove. Alcuni sono riusciti a stabilirsi in zone più tranquille del Paese (si calcola che il fenomeno dei rifugiati interni alla Siria coinvolga complessivamente più di un milione di persone), mentre alcune migliaia, soprattutto residenti di Yarmouk, hanno deciso di attraversare il confine libanese distante solo qualche decina di chilometri. Dei 7 mila palestinesi giunti nel Paese dei cedri, molti si sono rifugiati presso amici o lontani parenti facenti parte della comunità palestinese del Libano, che conta anch’essa circa 400 mila persone. I nuovi arrivati si sono dovuti scontrare da subito con le quotidiane e spesso assurde discriminazioni di cui sono vittima nel piccolo Stato. Già al confine, invece del visto semestrale a cui hanno diritto i normali rifugiati siriani, gli è stato concesso solo l’acquisto di un visto turistico per 15 giorni, al costo di 17 dollari.

    Una volta all’interno hanno dovuto fare i conti con la segregazione legalizzata a cui sono sottoposti i palestinesi in Libano, ben più stringente di quella imposta in Siria dal regime di Assad. Non possono accedere alla maggior parte dei posti di lavoro pubblici, o legati ad appalti pubblici, se non a bassissimi livelli e spesso in nero. Inoltre non possono accedere all’istruzione statale e al sistema di welfare. Amara ironia finale: secondo il regolamento dell’Onu, i rifugiati palestinesi di Cisgiordania, Gaza, Siria, Libano e Giordania vengono integrati tutti automaticamente all’interno del programma Unrwa (United Nations Relief and Work Agency), mentre tutti gli altri rifugiati, compresi quelli di nazionalità siriana, vengono automaticamente fatti rientrare nel più generale programma Unhcr (United Nations High Commission for Refugees) per i profughi di tutto il mondo.

    La differenza non è solo nel nome. Il programma Unrwa, che dal suo avvio ha garantito uno standard di vita dignitoso e istruzione a centinaia di migliaia di profughi palestinesi, da alcuni anni non è sufficientemente finanziato. Ciò rende i fondi disponibili per i 7 mila palestinesi fuggiti dalla Siria assai più difficili da reperire rispetto a quelli per i normali profughi siriani, ai quali l’Unhcr garantisce aiuti maggiori. In questi giorni circola sui giornali arabi la storia simbolo di Meesar. Nata in Libano nel campo profughi di Shatila, poco dopo il massacro avvenuto nel 1982 a opera dei falangisti maroniti, fuggì in Siria dove si stabilì nel campo di Yarmouk. Oggi Meesar, fuggendo da un’altra guerra, è tornata con i suoi figli a Shatila. In quel campo che non ha perso niente della povertà e dell’emarginazione che lo caratterizzavano 30 anni fa, si consuma il destino di una donna che sintetizza in sé il dramma di due popoli, quello siriano, sconvolto da due anni di conflitto civile, e quello palestinese, condannato da mezzo secolo al rifiuto e alla diaspora.

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