Decapitare un avversario storico, rafforzare l’influenza sui flussi energetici globali e mandare un forte segnale alle altre potenze. Sarebbe dovuta durare solo qualche giorno la guerra che Stati Uniti e Israele hanno scelto di combattere con l’Iran. Sembrava questa la convinzione all’interno dell’amministrazione statunitense, mentre si valutavano le possibili ricadute dell’assalto sferrato assieme a Israele il 28 febbraio, in cui sono state uccise decine di membri dell’establishment politico e militare iraniano, a partire dall’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran per 36 anni.
Una settimana prima degli attacchi il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, assicurava che l’effetto ai prezzi dell’energia sarebbe stato trascurabile e temporaneo (un «blip»), citando il precedente della Guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, in cui le quotazioni erano tornate in poco tempo ai livelli precedenti il conflitto. Ma questa volta, mentre Israele si prepara ad allargare ulteriormente le ostilità con una nuova invasione del Libano, è difficile immaginare un rapido ritorno alla normalità, anche nel caso in cui Trump dovesse dichiarare vittoria.
Washington sembrava pensare a un blitz che avrebbe sorpreso alleati e avversari e si sarebbe dovuto concludere con un cambio di regime, sull’onda dell’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro. Invece l’attacco ha portato alla sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz, in quello che l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha definito il più grande shock alle forniture di petrolio della storia, e rischia di sfociare in una guerra di logoramento con effetti difficili da prevedere sugli equilibri internazionali.
Chi può festeggiare
Uno dei principali beneficiari di un conflitto protratto nel tempo, secondo osservatori e analisti, è la Russia di Vladimir Putin. Passata dal pianificare tagli drastici alla spesa pubblica a incassare 150 milioni di dollari al giorno grazie all’aumento dei prezzi del greggio, Mosca è riuscita ad affrancarsi, almeno temporaneamente, dalle sanzioni che stavano iniziando a gravare sul bilancio pubblico.
La guerra ha infatti spinto gli Stati Uniti a concedere all’India un’esenzione di 30 giorni per acquistare il petrolio russo, allentando la stretta che Washington aveva ottenuto come parte dell’accordo commerciale stretto a inizio febbraio con Nuova Delhi. Una mossa che aveva contribuito a peggiorare la situazione per le casse della Federazione, in difficoltà crescenti per la prima volta dall’inizio delle sanzioni seguite all’invasione del 2022.
Tanto che il governo sta valutando per quest’anno tagli del 10 per cento a tutte le spese «non sensibili», secondo quanto riporta Reuters citando fonti russe. Tagli che adesso dipenderanno da quanto durerà il rialzo dei prezzi energetici innescato dalla guerra.
Dopo il blocco dello Stretto di Hormuz lo stesso petrolio russo che, fino a una settimana prima, faticava a trovare acquirenti è diventato all’improvviso appetibile, tanto da annullare lo sconto a cui gli intermediari acquistavano il greggio in India. Una manna per le casse russe, che nel mese di marzo, secondo le stime del Financial Times, riceveranno un gettito aggiuntivo stimato tra 1,3 e 1,9 miliardi di dollari.
La Russia può anche avvantaggiarsi dal punto di vista strettamente militare. Mosca potrebbe infatti sfruttare la necessità di destinare al teatro mediorientale i sistemi di difesa occidentali, che possono mettere in maggiore difficoltà Kiev nell’approvvigionamento di armi per difendersi dai droni e dai missili russi. Ma il conflitto solleva anche interrogativi sulla capacità della Russia di proiettarsi all’estero.
Amici fidati?
La caduta della Siria, la caduta di Maduro e adesso l’uccisione di Khamenei hanno messo in evidenza, secondo alcuni commentatori, l’incapacità di difendere i propri alleati, con il rischio di aver posto l’accento su una sola guerra, trascurando altri teatri. «Putin ha perso tre dei suoi amici più cari in poco più di un anno. Inoltre, non ha aiutato nessuno di loro», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha in un post su X, aggiungendo che «la Russia non è un alleato affidabile nemmeno per coloro che fanno affidamento su di essa» e che mentre la Russia «è impantanata nella sua guerra insensata contro l’Ucraina» la sua «influenza nel mondo sta diminuendo drasticamente».
L’Iran è un partner importante per la Russia, a cui la Repubblica islamica ha messo a disposizione la tecnologia dei droni Shahed, gli stessi che ora sta usando contro gli altri Paesi del Golfo. Secondo quanto riportato dai media statunitensi, Mosca ora sta fornendo informazioni, comprese satellitari, per aiutarla a colpire gli obiettivi statunitensi. Ma ci sono limiti a quanto Mosca sembra disposta a fare per Teheran, a cui si è legata recentemente con un’intesa di partnership ventennale che però non include un patto di mutua difesa, come invece previsto in un altro accordo che la Russia ha siglato con la Corea del Nord.
Putin stesso sembra voler mantenere un equilibrio, coltivando i legami con gli altri Paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, e anche con Israele, con la possibilità di ritagliarsi un ruolo di mediatore. Il presidente russo non sembra neanche intenzionato a rompere con Trump, con cui spera di trovare un accordo favorevole sulla guerra in Ucraina. Non ha però mancato di far valere il peso che le esportazioni energetiche russe hanno acquisito in questo nuovo mondo. Tanto da minacciare i Paesi europei che a fine 2025 si erano accordati per iniziare, a partire da aprile, il graduale azzeramento degli acquisti di gas russo e, a giugno, quello del petrolio moscovita.
“Tsunami energetico” per l’Ue
«Se dovessero chiuderci fuori tra un mese o due, non sarebbe meglio smettere adesso e spostarci in quei Paesi che sono partner affidabili?», ha detto Putin in un’intervista dopo aver osservato che «altri mercati si stanno aprendo adesso».
Gli europei, che ottengono dalla Russia il 13 per cento delle importazioni di gas, sono esposti alla concorrenza dei Paesi asiatici, più vulnerabili alla perdita di accesso alle esportazioni di idrocarburi dal Medio Oriente e disposti a pagare prezzi più alti. Tanto che, dopo l’inizio del conflitto, diverse navi che trasportavano gas naturale liquefatto (gnl) destinate a porti europei hanno cambiato destinazione per dirigersi in Asia, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Questo rende la minaccia di Putin più concreta. «L’attuale crisi in Medio Oriente ha suscitato in alcuni ambienti il dubbio se tornare o meno alla Russia», ha detto il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), definendola una scelta «sbagliata».
Secondo Kirill Dmitriev, consigliere di Putin per gli investimenti esteri e negoziatore con gli Stati Uniti, i Paesi europei non hanno molta scelta. «Il mercato energetico globale non può rimanere stabile senza il petrolio russo», ha scritto su Telegram. «Nel contesto della crisi energetica, un ulteriore allentamento delle restrizioni sui prodotti energetici russi appare sempre più inevitabile, nonostante la resistenza di parte della burocrazia di Bruxelles». In precedenza Dmitriev aveva dichiarato che il conflitto era agli inizi e aveva parlato di uno «tsunami energetico» diretto verso l’Europa, sostenendo che gli shock riguarderanno «il petrolio, il gas, i fertilizzanti, l’agricoltura e molti altri mercati».
“L’incubo della Cina”
I Paesi più esposti ai contraccolpi di questo «tsunami» dovrebbero essere i principali Paesi importatori di combustibili fossili come l’India, che fa arrivare dallo Stretto di Hormuz il 40 per cento del petrolio che importa. O la Cina che è il principale importatore di petrolio al mondo. È la tesi di alcuni esponenti del partito repubblicano Usa, come il senatore Lindsey Graham, che ha parlato del conflitto in Iran come «l’incubo della Cina». Ma il Dragone si è fatto trovare preparato a questa guerra.
Solo un quarto dei consumi energetici cinesi sono infatti alimentati da petrolio e gas mentre Giappone, Stati Uniti ed Europa ottengono da essi più del 50 per cento dell’energia. I cambiamenti al mix energetico degli ultimi anni hanno quindi ridotto l’esposizione a shock come quello delle scorse settimane, grazie soprattutto a investimenti ingenti nella produzione di carbone ma anche all’uso di energie rinnovabili e agli investimenti nei veicoli elettrici e ibride, che rappresentano la metà delle vendite totali di autoveicoli. Queste politiche si sono accompagnate all’accumulo delle scorte più capienti al mondo, in grado di coprire circa 108 giorni di importazioni, se si considera anche la produzione domestica di greggio.
I rischi per la Cina non sono nell’immediato, ma il quadro promette di complicarsi con il trascorrere del tempo. A preoccupare sono il rallentamento globale dell’economia, che rischia di affossare le esportazioni traino di una crescita prevista ai livelli più bassi da decenni. In quest’ottica, Pechino non ha interesse a un conflitto protratto nel tempo.
La Repubblica popolare potrebbe quindi tornare a fare leva sui limiti alle esportazioni di terre rare, al centro delle trattative degli ultimi mesi con Washington. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, Washington disporrebbe di scorte sufficienti solo per due mesi. Una questione su cui la Cina intende puntare in vista del vertice (a rischio) tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping in programma dal 31 marzo al 2 aprile, il primo di quattro possibili incontri di quest’anno tra i due leader.
L’incognita Taiwan
Un incontro che, nonostante le rassicurazioni offerte dalla Cina, potrebbe essere rimandato, secondo quanto dichiarato da Donald Trump in un’intervista al Financial Times, in cui ha chiesto che Pechino, oltre all’Europa, intervenga per sbloccare la situazione nel Golfo. Le dichiarazioni di Trump si inseriscono nel contesto sempre più incerto del controllo di Taiwan, fulcro delle tensioni tra Cina e Stati Uniti. L’isola, che Pechino considera una propria provincia, è finita ancora più sotto i riflettori dopo la decisione degli Stati Uniti di trasferire sistemi d’arma dall’Asia al Medio Oriente.
Lo stesso giorno in cui è stata pubblicata l’intervista, Taiwan aveva annunciato il ritorno delle attività su larga scala dell’aeronautica militare cinese intorno all’isola, dopo un’assenza, senza precedenti negli ultimi anni, di più di due settimane. Il giorno precedente l’Ufficio cinese per gli affari di Taiwan aveva criticato aspramente il presidente dell’isola Lai Ching-te per un discorso in cui sosteneva la necessità di aumentare la spesa per la difesa e proteggere il sistema di governo locale. «Se intendono correre rischi sconsiderati, si scaveranno la fossa da soli», aveva dichiarato un portavoce dell’Ufficio cinese.
Nei giorni precedenti i messaggi provenienti da Pechino sembravano invece improntati alla cautela. Il ministro della Difesa Dong Jun aveva invitato a «creare un ambiente interno ed esterno sicuro e stabile e salvaguardare il periodo di opportunità strategica», dichiarazioni che alcuni osservatori avevano valutato come distensive, per preparare il terreno al vertice di fine marzo. Prima ancora il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva voluto sottolineare l’importanza della «stabilità», usando la parola 19 volte durante la conferenza stampa per le “due sessioni”, l’appuntamento che detta le linee guida politiche ed economiche. Il politologo Da Wei, direttore del Centro per la sicurezza e la strategia internazionale presso l’Università Tsinghua, ha sostenuto che la «natura» del rapporto tra i due Paesi è «cambiata» a seguito del «ridimensionamento strategico» perseguito dall’amministrazione Trump.
Superata la fase di «amore e odio» post Guerra fredda, le due potenze sono ora entrate in quella «nazionalista». «La natura di questa relazione bilaterale risiede nel fatto che si tratta dei due Paesi nazionalisti più forti al mondo», ha detto durante un seminario all’università di Hong Kong. «La questione è come farli coesistere».
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