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    Il mondo dopo l’Occidente: cosa vogliono i Paesi del Sud Globale

    I leader dei Brics in occasione del summit dello scorso luglio a Rio de Janeiro, in Brasile. Credit: AGF

    Il nuovo posizionamento internazionale degli Usa segna la fine dell’ordine neoliberale. In questa fase di interregno emerge la potenza di fuoco dei Paesi del Sud Globale. Che non sono sempre alleati fra loro, né vogliono le stesse cose. Ma hanno in comune la volontà di superare il sistema a guida occidentale

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 20 Feb. 2026 alle 10:51

    Spesso si parla di loro come blocco, ma sono Paesi totalmente diversi tra loro, a volte addirittura con interessi in conflitto. Non vogliono costituire un’alleanza unica, strutturata, né un mondo bipolare come quello della Guerra fredda, ma – pur con tutte queste differenze – condividono una visione: superare il modello di mondo a trazione occidentale per costituirne uno nuovo, spesso identificato col termine generico di «multipolarismo». Si tratta di tutti quei Paesi che hanno trovato espressione in realtà quali il gruppo dei Brics, o l’Organizzazione di Shanghai, molti dei quali sono parte di quel pezzo di mondo che chiamiamo per convenzione «Sud Globale». 

    Istituzioni in crisi
    Con l’ordine mondiale nato dopo la Seconda Guerra Mondiale ormai in gran parte sfaldato e obsoleto, ma senza che se ne sia formato uno nuovo, in questa sorta di interregno molte delle istituzioni internazionali esistenti hanno perso la propria rappresentatività. 

    «Tutte le principali istituzioni multilaterali nate ottant’anni fa sono messe in discussione», ha dichiarato a TPI Giuliano Garavini, professore associato di Storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre, a margine del seminario “Global South Seminar” svoltosi presso l’ateneo romano questo mese, notando che Paesi come l’India sono esclusi dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che anche sul fronte economico istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale non siano rappresentative del reale peso delle economie mondiali di oggi. «Cina, India e Indonesia da sole producono più del 30 per cento della ricchezza globale», ha notato Garavini. 

    È anche per questo che sono nati vari gruppi e formati, primo tra tutti quello dei cosiddetti Brics, che raggruppano Paesi diversi, talvolta con interessi divergenti, ma uniti soprattutto da un punto comune: trovare una nuova formula multipolare in grado di superare un ordine internazionale a trazione occidentale, continuazione della logica per blocchi della Guerra fredda, pur senza il blocco orientale. 

    Piattaforma diplomatica
    Un ordine neoliberale sulla scia del crollo del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica è ormai ridotto a un’illusione. Su queste macerie, entro le quali non si è formato un nuovo ordine, i popolosi Paesi del Sud Globale, con le loro economie in ascesa, dialogano e cercano intese, alleanze, formule per superare il monopolio occidentale nel dettare regole, guidare istituzioni e portare avanti una narrazione. 

    La differenza col mondo diviso in blocchi dalla Guerra fredda è che, anziché un modello diverso e alternativo, l’obiettivo di questi Paesi è creare nuovi spazi uscendo da un sistema di regole che ritengono obsoleto e soffocante. 

    Tuttavia, emergono anche differenze significative. Se prendiamo, ad esempio, i cinque Paesi che danno il nome all’acronimo Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – troviamo altrettante realtà molto diverse, nei sistemi politici, negli approcci, negli obiettivi complessivi e nel rapporto che mantengono e che hanno intenzione di sviluppare con l’Occidente, per non parlare dei Paesi che vi si sono aggiunti in seguito all’allargamento del 2024. 

    I Brics non sono un’alleanza militare come la Nato, non sono un blocco politico-economico come l’Unione europea, non condividono tra di loro lo stesso sistema politico né la stessa posizione sui diritti. Hanno attriti anche forti – tra Cina e India una disputa di confine tra l’Himalaya e il Kashmir ha causato anche scontri a fuoco, gli ultimi in anni recenti – e non condividono lo stesso rapporto con l’Occidente.  Ma condividono alcune frustrazioni: non si sentono abbastanza rappresentati nelle istituzioni globali, sono a disagio con certi standard del sistema globale, vorrebbero superare la dipendenza dal dollaro e dal sistema finanziario a trazione occidentale. Si tratta dunque più di una comunanza di interessi che di un’affinità più ampia. 

    In questo contesto, i Brics – la più importante di queste organizzazioni che cercano di far pesare questo pezzo di mondo che vuole rompere la trazione occidentale – rappresentano più una piattaforma diplomatica e uno strumento negoziale che altro. Qualcosa che tuttavia non è una leva come un’altra, dal momento che i cinque membri originari dell’organizzazione rappresentano il 40 per cento della popolazione globale, divenuta poi il 46 dopo l’accesso di altri cinque Paesi nel 2024. Una percentuale che supera il 50 per cento se si considerano anche i Paesi partner e, aggiungendo quelli che si sono candidati a far parte all’organizzazione senza successo o ancora non hanno risposto, la percentuale sale oltre il 57. 

    Questione valutaria
    È proprio questo uno degli aspetti su cui puntano il Sud Globale e i Paesi che ne condividono la frustrazione: una demografia che li vede sempre più pesanti a discapito soprattutto della vecchia Europa. Questa ambivalenza di fondo si nota anche nel braccio economico dei Brics, la New Development Bank (Ndb): tale realtà non sostituisce ad oggi le istituzioni finanziarie internazionali nate sulla scia degli accordi di Bretton Woods del 1944, come il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale, dal momento che non ha né lo stesso peso né le stesse regole vincolanti. La differenza è però che tale banca può offrire finanziamenti senza porre le condizioni politiche talvolta invasive che Fmi e Banca Mondiale spesso pongono, offrendo quindi un’alternativa al loro sistema in grado di rappresentare una leva. 

    Pur non essendo il compito principale della Ndb, tuttavia, essa indirettamente contribuisce a un altro degli obiettivi dei Brics e dei suoi alleati: la de-dollarizzazione. La riduzione della dipendenza dal dollaro negli scambi commerciali, infatti, è qualcosa che Paesi come la Cina o l’India stanno portando avanti sostituendo le proprie valute locali a quella statunitense negli accordi bilaterali.

    Questo sta indebolendo il dollaro? In realtà non più di tanto: circa il 60 per cento delle riserve valutarie globali sono tuttora in dollari, dai dollari dipende gran parte del sistema finanziario globale e sempre in dollari avviene il grosso del commercio internazionale di materie prime. Le strade alternative cercate in primis dai Brics non indeboliscono la valuta americana, ma puntano soprattutto a dare un segnale politico mostrando che alternative esistono. 

    Pechino svetta
    L’assenza di un blocco militare o politico, chiaramente, esclude l’esistenza di un leader formale, ma il ruolo chiave nel progettare un mondo alternativo all’Occidente è senz’altro in mano alla Cina, un gigante demografico, economico e militare. 

    Pechino non crea alleanze politiche o militari in senso tradizionale, preferisce formule come forum e organizzazioni con impostazione multipolare, ma la sua influenza si manifesta in modo netto attraverso la politica degli investimenti infrastrutturali e tecnologici che, negli ultimi anni, ha avuto massima espressione nella Belt and Road Initiative, nota anche come Nuova Via della Seta, che ha permesso di rendere più capillare la presenza cinese, migliorare le connessioni con gli altri Paesi, ma anche di aumentare la loro dipendenza da Pechino. 

    Il modello cinese si basa su prestiti e investimenti, ma le opportunità che offre possono avere anche delle controindicazioni, soprattutto considerando che la Cina non è una democrazia. 

    Oltre ai rischi di dipendenza da Pechino in settori delicati, un esempio in questo senso lo ha mostrato il caso del porto srilankese di Hambantota, concesso per 99 anni all’azienda portuale di stato cinese dopo il mancato pagamento del prestito per la sua costruzione. 

    Come si muove il Cremlino
    Se la Cina è il Paese che per vocazione si trova a tenere le redini di qualsiasi disegno alternativo all’Occidente, la Russia è un partner che gioca un ruolo importante ma che, sotto molti aspetti, si è trovato in questo gruppo attraverso strade totalmente diverse. 

    Erede dell’Unione Sovietica crollata alla fine della Guerra fredda, è il Paese più esteso al mondo ma non registra la crescita demografica né economica degli altri membri dei Brics, tanto più dopo le capillari sanzioni successive all’invasione dell’Ucraina. Tuttavia Mosca ha una serie di elementi che ancora oggi le garantiscono una notevole potenza: una straordinaria ricchezza di materie prime, il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza Onu e un arsenale nucleare da migliaia di bombe atomiche che funziona come deterrente. 

    In questo contesto la Russia non gioca un ruolo passivo, ma attivo, insieme a una rete ibrida di alleati, con azioni che hanno dato l’idea di voler sabotare l’attuale ordine fino alla più clamorosa: l’attacco all’Ucraina, forse la più grande spallata a un ordine globale che stava in piedi più per inerzia che altro. 

    Pur in modo molto diverso e con un’impostazione più legata alle sfere di influenza e ai blocchi che al multipolarismo del Sud Globale, Mosca ha trovato in diversi Paesi di tale ambito degli appigli contro l’isolamento scattato con le sanzioni di quattro anni fa, uniti soprattutto dalla ricerca di un mondo in cui le regole non siano solo quelle occidentali. 

    Allineamenti
    Tuttavia, pur volendo superare tali convenzioni, pur non vedendo nelle democrazie liberali della nostra parte di mondo l’unica via possibile, la contrapposizione con l’Occidente non è sempre vista come qualcosa di radicale. 

    Paesi come l’India, ad esempio, non solo non puntano a blocchi alternativi, ma oggi rappresentano per gli Stati Uniti un partner in alcuni specifici settori: entrambi fanno parte del cosiddetto “Quad”, il quartetto insieme a Giappone e Australia per difendere i propri interessi nell’indo-pacifico, peraltro in risposta alla crescente influenza cinese. 

    Discorsi simili si potrebbero fare per il Brasile: Paesi che più che a un modello “anti-occidentale” puntano a un modello “post-occidentale”, in un contesto multipolare in cui possano muoversi con maggiore autonomia. 

    Proprio l’India e il Brasile mostrano un allineamento apparentemente non scontato, ma che sarebbe stato considerato normale fino a prima che emergessero le ideologie del Novecento: nell’ordine che cercano di portare avanti non ci sono blocchi e le geometrie possono essere variabili, qualcosa che nei decenni della Guerra fredda è stato impensabile per molti Paesi. 

    Ai blocchi rigidi, quindi, si sostituiscono posizioni e variabili in base ai temi, agli interessi, al momento storico, ma non tutti i Paesi del Sud Globale condividono necessariamente questa visione. 

    E noi?
    Se l’Occidente ha fino a oggi cercato di mantenere l’ordine dettato dopo la Seconda Guerra Mondiale, fatto di istituzioni e organizzazioni che talvolta hanno perso centralità, la svolta è arrivata con la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, che ha portato il principale Stato occidentale ad agire, in maniera del tutto insolita, fuori dagli schemi. La sua azione è stata infatti indirizzata più a scavalcare le convenzioni e le organizzazioni esistenti, ritenute talvolta apertamente superate se non contrarie all’interesse americano, agendo talvolta proprio secondo geometrie variabili e rendendolo un capo di stato di estrema imprevedibilità. 

    Mentre è sempre più palese che gran parte dell’ordine globale che abbiamo conosciuto è quantomeno da reinventare e nessun nuovo ordine ancora prende forma, mentre il Sud Globale e i Paesi in ascesa puntano ad avere più spazio, c’è da dire che il mondo che verrà potrà essere più pluralista, ma questo non lo renderà automaticamente più giusto. Una maggiore polarizzazione può essere causa di maggiore instabilità, così come di maggior cinismo in materia di politica estera. La democrazia senza un blocco di riferimento può lasciare con più facilità spazio a modelli alternativi, che ad oggi significa principalmente autoritari. 

    Forse il principale interesse che l’Occidente deve saper portare avanti nel contesto di ridefinizione in corso è proprio la difesa di questi nostri valori, che magari non funzionano sempre in maniera esemplare ma restano il miglior modo per difendere i diritti degli esseri umani.

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