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    Chi è Mike Johnson, il nuovo Speaker della Camera Usa

    Credit: AGF

    Fedelissimo di Trump. Cristiano evangelico. Negazionista scientifico e nemico giurato dei diritti civili. A partire dall’aborto. L’elezione del deputato della Louisiana al terzo scranno più alto degli Stati Uniti è un perfetto esempio del tramonto politico dell’America

    Di Roberto Bertoni
    Pubblicato il 4 Nov. 2023 alle 07:00

    Era il 1986 quando la nomina di Antonin Scalia a giudice della Corte Suprema fu ratificata dal Senato con novantotto voti a favore su cento. Presidente degli Stati Uniti era all’epoca Ronald Reagan, repubblicano, rieletto nell’84 con quella che la politologia anglosassone definisce “landslide” (valanga): quarantanove stati a favore su cinquanta, eccetto il Minnesota, terra natia dello sfidante democratico Mondale. 

    Una delle caratteristiche tipiche della democrazia americana era, dunque, la coesione nei momenti decisivi, in nome dei principii dello “American way of life”. 

    La frattura
    Dopo l’11 settembre, tutto questo non esiste più. Non si può spiegare altrimenti ciò che è accaduto di recente alla Camera dei Rappresentanti, dove i Repubblicani godono di una maggioranza di nove voti e nelle ultime settimane hanno consumato la propria faida interna. Dopo aver destituito (fatto mai accaduto prima nella storia degli Stati Uniti) il predecessore Kevin McCarthy, ritenuto dall’ala trumpiana del GOP  eccessivamente collaborativo nei confronti dell’amministrazione Biden, è stato infine eletto Mike Johnson, un semi-sconosciuto deputato della Louisiana, di professione avvocato, scelto per il sostegno offerto al magnate newyorkese nel tentativo di ribaltare l’esito delle Presidenziali del 2020. Non solo: il nostro è anche un cristiano evangelico, un negazionista scientifico, un nemico giurato dei diritti civili, a cominciare dall’aborto, dall’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole e dai matrimoni omosessuali, e un cultore dello Stato minimo. Insomma, è un perfetto esponente del “Maga”, la setta oltranzista che ha trasformato il “Make America Great Again” del suo ispiratore da slogan elettorale a ideologia fondativa del proprio agire. 

    Tre partiti
    Un tempo erano i democratici a compiere l’errore di dividersi nelle fasi più delicate. Basti pensare al 1968, quando Wallace, l’ex governatore segregazionista dell’Alabama, si presentò come indipendente, in contrasto con l’arcinemico Robert Kennedy, e non ritirò la candidatura nemmeno dopo l’uccisione di quest’ultimo e la scelta dei Democratici di puntare su Humphrey, agevolando così la corsa di Nixon. Senza dimenticare il 2000, quando Ralph Nader rese la vita difficile ad Al Gore, agevolando di fatto la controversa vittoria di Bush junior. Talvolta, queste dinamiche sono avvenute anche in casa repubblicana. Senza tornare troppo indietro nel tempo, si ricordi ad esempio la corsa solitaria del miliardario populista Ross Perot, che nel ’92 mise i bastoni fra le ruote a Bush senior in corsa per la rielezione, favorendo l’ascesa di Clinton. Stavolta, invece, il “Maga” sembra essersi mangiato il Gop, il cui versante moderato, a dire il vero sempre più esiguo, non è in grado di arginare in alcun modo la voglia di rivincita di un personaggio che, fino a una quindicina d’anni fa, si sarebbe dovuto ritirare dalla vita politica senza possibilità d’appello.

    Invece no
    Invece no. “The Donald”, benché sommerso dai processi e abbandonato anche da fedelissimi come l’ex capo di gabinetto Mark Meadows e dalle avvocatesse Jenna Ellis e Sidney Powell, è riuscito a imporre uno Speaker della Camera funzionale alle sue ambizioni. A differenza di McCarthy, ritenuto un “collaborazionista” e pertanto inaffidabile a un anno dal voto, Johnson è pronto a tutto pur di favorire la propria parte politica, compreso, a quanto pare, trascinare il Paese nell’incubo dello “shutdown” (la paralisi delle attività amministrative) che potrebbe scattare qualora non si giungesse all’approvazione del bilancio entro il prossimo 17 novembre. Senza contare che dalle sue decisioni dipende anche lo stanziamento di centocinque miliardi chiesto da Biden per sostenere l’Ucraina, Israele e Taiwan, tenendo conto che Johnson è dichiaratamente contrario a continuare a fornire nuove armi a Kiev. 

    Se tutto questo è possibile, significa che la Nazione egemone è in preda a una crisi d’identità senza precedenti, talmente profonda da non consentirle più di esercitare con efficacia il proprio ruolo nel mondo. E per quanto l’attuale inquilino della Casa Bianca chiami a raccolta gli alleati storici contro i nemici della democrazia, manca nella sua mobilitazione una seria analisi sulla sconfitta epocale del modello occidentale.

    Scontri di civiltà
    Come abbiamo già spiegato in altre circostanze, fra Huntington e Fukuyama aveva ragione il primo. Il punto è che oggi assistiamo a due scontri di civiltà: uno all’interno dei singoli stati e l’altro, ulteriormente acuito dalla tragedia cui stiamo assistendo nella Striscia di Gaza, fra l’Occidente e tutti i Sud del mondo in rivolta. 

    Partendo dallo scontro interno agli Stati Uniti, prima dell’elezione di Johnson, sufficientemente incolore da costituire un elemento di mediazione fra le due fazioni del GOP, erano stati bocciati gli estremisti Steve Scalise e Jim Jordan e il moderato Tom Emmer. Il che dimostra che l’obiettivo del “Maga” non è unire il Paese e far funzionare al meglio le istituzioni ma, al contrario, avere alla guida della Camera il personaggio più divisivo possibile, al fine di inasprire il contrasto con i Democratici in vista della resa dei conti definitiva. E come hanno risposto i Democratici, dal canto loro? Anziché far eleggere McCarthy, fornendogli i voti che gli negavano i trumpiani, hanno scelto una sorta di Aventino, nella speranza di acuire le divisioni sul versante repubblicano. Peccato che, così facendo, abbiano rinunciato alla possibilità di avere come Speaker un avversario civile per ritrovarsi un alfiere della nouvelle vague della destra globale. È la negazione della politica, ma si sposa alla perfezione con i toni da crociata del fronte opposto, il cui obiettivo è il “drenaggio della palude politica” e l’eliminazione dello “Stato profondo”, considerato un nemico. L’America rurale contro la burocrazia di Washington: un classico del populismo. Fa il paio con la rivolta degli ultimi della Terra, stanchi del nostro imperialismo, delle nostre frontiere blindate e del nostro modo di vivere, dal quale si sentono esclusi e, di conseguenza, umiliati.

    Caoslandia
    Il simbolo di quella che i migliori analisti geopolitici chiamano “Caoslandia” è l’incontro che si è tenuto recentemente a Beirut fra il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il vice-capo di Hamas, Saleh al-Arouri, e il capo della Jihad islamica, Ziad al-Nakhala. Se non è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti, poco ci manca. Giunti al punto in cui siamo, abbiamo due modi per rispondere. Il primo è smetterla di commettere errori simili a quelli dell’America post-11 settembre, ormai ritenuti esiziali dallo stesso Biden. L’altro, di segno opposto, è scatenare una rappresaglia planetaria, che poi è la quintessenza del trumpismo, con lo scopo evidente di dar vita allo scontro finale con la galassia islamica e l’arcipelago dei Brics. Qualora accadesse, dovremmo rinunciare piuttosto a lungo alla parola pace.

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