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    Vivi li hanno presi, vivi li rivogliamo

    A sei mesi dalla sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa i messicani non credono alla versione ufficiale. E alzano la voce

    Di Marco Dalla Stella
    Pubblicato il 2 Apr. 2015 alle 09:27 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 19:23

    “Vivos se los llevaron, vivos los queremos” (vivi li hanno presi, vivi li rivogliamo) è l’urlo che da sei mesi si sente nelle strade, si legge sui muri, si grida nelle piazze di un Messico ferito nel profondo.

    La sparizione dei 43 studenti della scuola normale rurale di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero, avvenuta lo scorso settembre ha dato il via alla più grave crisi che il governo di Enrique Peña Nieto ha dovuto affrontare da quando si è insediato alla presidenza nel 2012.

    A poco sono servite le indagini della Procura Generale della Repubblica, accusata di voler archiviare al più presto un episodio che si ostina a considerare un avvenimento isolato, una reazione sconsiderata di apparati deviati delle autorità locali in combutta con i cartelli del narcotraffico.

    La realtà che i messicani vivono ogni giorno è di continua tensione. La repressione nel sangue dei maestri in sciopero a Oaxaca e ad Acapulco, i sabotaggi contro i contadini del Chiapas, i femminicidi di Chihuahua e i continui scontri fra forze governative, gruppi criminali e cittadini in armi negli stati di Guerrero e Michoacán sono solo alcuni dei motivi di esasperazione per il popolo messicano.

    Di recente si è aggiunto il licenziamento della celebre giornalista radio Carmen Ariastegui, ostile al governo di Peña Nieto e che da poco aveva annunciato la partnership del proprio programma con la piattaforma Mexicoleaks, che si occupa di denunciare la corruzione degli apparati governativi messicani.

    “Ya me cansé” (“Mi sono stancato”) è un altro degli slogan utilizzati dai manifestanti. Riprende la reazione scomposta avuta da Murillo Karam (il Procuratore Generale) durante una conferenza stampa, quando riservò la stessa risposta ai giornalisti che lo incalzavano sui fatti di Ayotzinapa.

    Le manifestazioni oceaniche invadono le strade della capitale con cadenza quasi settimanale.

    L’ultima, il 26 marzo, ha portato alle spalle dei genitori degli studenti scomparsi oltre duemila manifestanti e si è conclusa con la richiesta di annullamento delle prossime elezioni nello stato di Guerrero e la convocazione, per il 4 aprile, di un’Assemblea Nazionale per decidere le prossime mobilitazioni e avanzare proposte per forme locali di autogoverno.

    L’impressione è che le numerose e variegate opposizioni messicane abbiano trovato un campo di lotta comune attorno ai fatti di Ayotzinapa. Anche l’Ezln, attraverso le dichiarazioni del subcomandante Moisés (che ha preso il posto di Marcos alla guida del movimento armato) si è stretto attorno ai genitori degli studenti scomparsi in occasione della celebrazione del ventunesimo anniversario della ribellione zapatista e ha promesso loro massimo supporto nella lotta al muro di gomma eretto attorno ai fatti del 26 settembre.

    La credibilità del governo di Peña Nieto e delle indagini della Pgr è messa seriamente in discussione anche sul piano internazionale.

    Le parole di alcuni dei genitori dei ragazzi scomparsi sono state ascoltate con preoccupazione lo scorso febbraio dal Parlamento Europeo, che ha sollecitato il governo messicano a fare chiarezza e a non fermare le indagini fino a quando non si troveranno i corpi. Chiarezza che potrebbe venire dalla Commissione Internazionale per i Diritti Umani, che ha annunciato una squadra di cinque esperti incaricata di avviare un’indagine indipendente che si protrarrà per sei mesi.

    Nemmeno gli esperti dell’Università di Innsbruck infatti sono riusciti a confermare il Dna dei resti trovati nella discarica di Cocula, dove secondo la versione ufficiale sarebbero stati bruciati i corpi.

    Un’ipotesi smentita da periti argentini e da esperti dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, i quali avrebbero provato l’impossibilità di cancellare ogni traccia in così poco tempo e con così poco materiale combustibile a disposizione.

    La distruzione delle tracce di Dna richiederebbe infatti temperature così elevate da essere possibile solo in appositi forni crematori. Forni di cui disporrebbe l’esercito e la cui esistenza, seppur fermamente negata dal governo, sarebbe stata provata dai giornalisti de La Jornada.

    Nel tentativo di ottenere giustizia, i genitori dei 43 studenti si sono rivolti perfino a Santiago Mazari Hernandez (detto El Carrete), leader del gruppo criminale Los Rojos e da tempo in guerra con i Guerreros Unidos, il gruppo che si sarebbe reso responsabile delle sparizioni.

    El Carrete ha accusato della strage il presunto leader dei suoi oppositori, Federico Figueroa (fratello del cantautore Joan Sebastian) e ha promesso che parlerà con i genitori per “togliere loro la benda dagli occhi” e dimostrare che “il governo ha delle responsabilità”.

    A sei mesi dai fatti di Ayotzinapa, i 43 studenti aspettano ancora di esser trovati. La loro situazione è di “ni vivos, ni muertos”, una condizione che è toccata solo nel 2014 a più di 5mila persone. E che i messicani non sembrano più pronti a tollerare.

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