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    Ricordando Malick Sidibé, il fotografo della rinascita africana

    È morto il 14 aprile all’età di 80 anni il fotografo che dagli anni Sessanta raccontò la fine della colonizzazione del Mali e la nuova vita del suo popolo

    Di TPI
    Pubblicato il 18 Apr. 2016 alle 13:56 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 08:22

    Malick Sidibé è morto il 14 aprile all’età di 80 anni. Era
    malato di cancro. L’ho conosciuto e mi sono innamorata di lui sei anni fa,
    quando per caso scovai alcune sue foto che ancora oggi mi regalano quel senso
    di autonomia, spensieratezza e felicità che contraddistinguono i suoi soggetti
    in bianco e nero. Ma anche tanta nostalgia.

    (Credit: Malick Sidibé)

    Che siano foto di gruppo o ritratti di famiglia. Giovani
    coppie che ballano a piedi nudi con indosso i migliori abiti da festa o ragazzi
    che imparano ad aggiustare una moto. Tutte immagini che documentano la
    rinascita sociale e culturale della società maliana, immortalata nella sua più
    piena fierezza ed esuberanza dall’”occhio di Bamako.”

    (Credit: Malick Sidibé)


    “Volevo essere il fotografo della felicità”, disse una
    volta. E ci è riuscito. È riuscito a catturare la speranza, la voglia di vivere
    il momento [e di ballare] che accomuna le persone di tutto il mondo. Una voglia
    di uscire da quella gabbia psicologica e fisica, la colonizzazione, che fino ad
    allora aveva chiuso e oppresso le menti e i corpi del popolo.

    È il 1960 e il Mali ha da poco ottenuto l’indipendenza dalla
    Francia. Pochi anni prima, alla fine dei Cinquanta, rock’n’roll, twist e cha
    cha cha entrano in maniera dirompente nelle vite delle masse, che li accolgono
    con la stessa spontaneità con cui una madre prende in braccio il proprio figlio
    appena nato. A Bamako come a Roma e Milano. A Londra come a New York.

    Le notti di Bamako si infuocano. I ragazzi aprono club
    notturni per far colpo sulle ragazze: lo Sputniks, il Wild Cats e il Black
    Socks. “Eravamo appena entrati in una nuova fase delle nostre vite e le persone
    volevano ballare,” racconta Sydibé in un’intervista. “La musica ci aveva resi
    liberi. Improvvisamente i ragazzi potevano avvicinarsi alle ragazze e tenerle
    per mano. Prima non era permesso. Era un tabù. E tutti volevano essere
    fotografati ballare insieme e vicini. Anche se non erano le loro fidanzate,
    erano contenti di vedersi raffigurati mentre ballavano con una ragazza. È stato
    un momento molto potente per la gioventù maschile!”.

    (Credit: Malick Sidibé)


    Divenne popolare e iniziarono a chiedere di lui e se facesse
    anche ritratti, così nel 1962 Sidibé aprì il suo studio personale, dopo aver
    lavorato alcuni anni come assistente del più importante fotografo della
    mondanità di Bamako, Gérard Guillat, conosciuto come Gégé la pellicule. “Non mi insegnò come scattare foto. Lo
    osservavo. Così ho imparato. Poi ha cominciato ad essere chiamato per
    documentare i grandi eventi coloniali, le cene ufficiali. Io invece immortalavo
    gli Africani. I loro matrimoni, battesimi. Le loro feste”.

    Durante i weekend, in sella alla sua bici, si girava fino a
    quattro party a sera. “Se venivo invitato a due feste per me era come
    riposarsi”. Tornava poi al suo studio per sviluppare una cosa come quattrocento
    foto che entro il martedì dovevano essere pronte per essere esposte: “Attaccavo
    i negativi fuori lo studio e molte persone venivano, guardavano e indicando dicevano
    “sono io quello/a. Ho ballato con quel tizio. Mi vedi?”.

    Successivamente iniziò a fare ritratti. Ritratti di famiglia
    o di persone posizionate davanti a uno sfondo. Tanto immobili quanto reali.
    Pieni di vita e movimento. Di regalità ed eleganza. Processi scanditi da una
    sorta di rituale che ricordo come fosse ieri, nella Port-au-Prince di fine anni
    Ottanta, quando in estate andavo con gli zii, i cugini e fratelli a fare le
    foto di famiglia negli studio. Mamma che ti mette il vestito rosso e ti cotona
    per bene i capelli perchè “dobbiamo andare a farci le foto belle”.

    Nato nel 1935/1936 nell’allora Sudan francese – oggi Mali -, fino all’età di 8-9 anni Sidibé aiutò la famiglia a pascolare le greggi e
    lavorare la terra. “Un giorno ti manderò alla scuola dei ‘bianchi’”, gli disse
    suo padre. Era il 1944 e poco tempo dopo Sidibé sarebbe diventato, a sua
    insaputa, uno dei più grandi testimoni della cultura popolare africana,
    l’artigiano dell’immagine in grado di umanizzare la normale quotidianità di una
    società nel pieno della sua libertà.

    (Credit: Malick Sidibé)


    Alla galleria Jack Shainman di New York fino al 23 aprile è
    possibile visitare una mostra che celebra il lavoro di questo immenso
    fotografo. Un lavoro che visualizza la trasformazione del suo Mali dagli anni
    Cinquanta ad oggi.

    Questo articolo di Johanne Affricot è stato originariamente pubblicato su Griot con il titolo Malick Sidibé | Addio al fotografo della rinascita africana

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