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    Malati di Aids in Cina

    Per le autorità cinesi sono solo fantasmi, ma i sieropositivi a cui vengono negate le cure sono 780mila. Ora la vicenda di un 25enne ha aperto un caso

    Di Raffaele Pellegrino
    Pubblicato il 11 Dic. 2012 alle 10:19 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:36

    Malati di Aids in Cina

    Li Hu ha poco più di 30 anni e qualche settimana fa è diventato uno dei blogger più popolari della Cina. Gli è bastato un post: poche parole che hanno fatto tremare il cuore del potere di Pechino, arrivando a chiamare in causa direttamente Li Keqiang, l’attuale vicepremier che il prossimo marzo sostituirà Wen Jiabao a capo del governo. Fino ad allora, quella di Li Hu era stata una vita lontana dai riflettori. Nato a Tianjin, nel cuore economico e produttivo della Cina, da ragazzo si era avviato a una promettente carriera nel mondo degli affari. Poi, nel 2006, il dramma che gli cambia la vita. “Quando ho fatto il test dell’Hiv e sono risultato positivo pensavo di avere i giorni contati”, ha spiegato. “Così ho chiesto a mia sorella di continuare a occuparsi dei miei affari”.

    In Cina, secondo le stime ufficiali, i sieropositivi come Li sono circa 780 mila. Non moltissimi, in un Paese di un miliardo e 300 mila abitanti, ma in rapida crescita: l’aumento dei contagi si attesta intorno al 13 per cento l’anno e, solo da gennaio a ottobre, si sono registrati 68 mila nuovi casi. I numeri, però, non bastano a spiegare tutto. Lo scorso settembre, nella provincia dell’Henan, trecento malati di Aids sono scesi in piazza per protestare contro il governo locale: chiedevano assistenza finanziaria e il diritto alle cure sanitarie. La maggior parte di loro erano vittime della famigerata epidemia di Hiv che colpì la provincia all’inizio degli anni Novanta, quando il governo locale promosse una campagna di donazioni per avviare un business del sangue e attirare preziosi capitali esteri. Tra il 1992 e il 1995, furono migliaia i contadini dell’Henan che vendettero il proprio sangue dietro compenso. La mattina si sottoponevano al prelievo e il loro sangue veniva raccolto in grosse centrifughe dove il plasma veniva separato dai globuli rossi per essere venduto alle case farmaceutiche internazionali. Il pomeriggio, il liquido senza plasma veniva iniettato di nuovo ai donatori per evitare che si indebolissero e per incentivarli a ritornare.

    Nessuno dei donatori veniva sottoposto al test dell’Hiv: all’epoca, infatti, le autorità erano convinte che l’Aids fosse una malattia dell’Occidente opulento e che in Cina non esistesse. Alla fine del 2004, secondo alcuni esperti cinesi, nella sola provincia dell’Henan c’erano oltre 170 mila sieropositivi, di cui almeno 130 mila infetti a causa delle donazioni. Per le autorità cinesi, denunciano gli attivisti, i malati dell’Henan sono ‘fantasmi’. Nessuna assistenza finanziaria, nessun ospedale disposto a curarli, nessun lavoro. Negli ultimi tempi, in verità, qualcosa è cambiato: nel 2009 il governo di Pechino ha riconosciuto per la prima volta il problema e ha proposto alcune misure, tra cui il cosiddetto ‘Documento 26’, che prevede un sussidio minimo di 600 yuan – circa 74 euro – per i figli di sieropositivi e gli orfani di genitori morti a causa del virus. Il provvedimento, però, non è mai stato messo in pratica dai governi locali. Anche uscendo dai confini dell’Henan, la situazione non è molto diversa: povertà estrema, discriminazioni negli ospedali ed esclusione dagli impieghi pubblici sono casi all’ordine del giorno per le decine di Ong che si occupano di assistenza ai sieropositivi.

    È stato proprio un episodio di discriminazione, qualche settimana fa a riaccendere i riflettori del dibattito pubblico sull’Aids. L’8 novembre Li Hu riceve una chiamata. Xiao Feng, un ragazzo di 25 anni affetto da un tumore al polmone, ha bisogno del suo aiuto per sopravvivere. Xiao, nome di fantasia utilizzato dalla stampa locale, era stato respinto da un ospedale di Tianjin quando i medici avevano scoperto che era sieropositivo. Si era rivolto allora a una struttura sanitaria di Pechino, ma il centro non era in grado di effettuare l’intervento per asportare il tumore. Li Hu, che dirige la Ong di Tianjin ‘Haihe Star’ e si dedica a tempo pieno all’assistenza ai sieropositivi, ha già visto casi come quello di Xiao. Ma stavolta decide di optare per la più drastica delle soluzioni: falsificare la cartella clinica, trasformando ‘sieropositivo’ in ‘sieronegativo’. “Se lo abbiamo fatto – ha spiegato Li – è perché riteniamo che, nel 99 per cento dei casi, i pazienti vengono respinti dall’ospedale se si scopre che hanno l’Hiv. Il tumore progredisce molto rapidamente. Si hanno solo due scelte: mentire o morire”.

    La storia di Xiao Feng diventa in breve un caso nazionale. A rivelarla è proprio Li Hu che su Sina Weibo, il ‘Twitter’ cinese, sfoga la sua indignazione con un post avvelenato che viene ripreso dalla stampa e arriva alle orecchie del governo di Pechino, costringendo il premier in pectore Li Keqiang a intervenire. Ma Li Keqiang, per i malati di Aids, è un nome ‘maledetto’. Tra il 1998 e il 2004, da governatore dell’Henan, fu proprio lui uno degli artefici dell’operazione con cui le autorità cinesi tentarono di nascondere al mondo l’epidemia di Aids. Sotto il suo governo parlare dell’epidemia fu vietato ai giornalisti, diversi attivisti furono arrestati e molti malati furono abbandonati a se stessi.

    Stavolta, però, le cosa vanno diversamente. Subito dopo l’esplosione del caso Xiao Feng, il vicepremier ha telefonato al ministero della Salute per protestare contro la discriminazione subita dal ragazzo, chiedendo che il personale medico-sanitario fosse messo nelle condizioni di assistere senza rischi i pazienti affetti da Hiv. Alcuni giorni dopo, alla vigilia della giornata mondiale contro l’Aids, Li Keqiang ha incontrato alcuni rappresentanti delle Ong cinesi che si occupano dei malati di Hiv, tra cui lo stesso Li Hu. Per loro ha avuto parole di elogio definendoli “una risorsa unica e insostituibile” e promettendo presto “un maggiore spazio d’azione”. Molti attivisti, però, restano scettici: il sospetto è che sia solo un’operazione di immagine in vista della sua ascesa al vertice del governo. Li Hu e Xiao Feng non retrocedono dalla decisione di sporgere denuncia contro l’ospedale che ha negato loro le cure. “Vogliamo un sistema sanitario in cui i malati di Hiv abbiano gli stessi diritti degli altri”, avverta Li Hu. La sensazione è che la battaglia per i diritti dei sieropositivi in Cina sia appena cominciata.

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