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    La lettera aperta di Alon Ben-Meir alla leadership palestinese

    Il professore della New York University non risparmia al leader di Hamas e al primo ministro aspre critiche, e incoraggia il presidente Abbas a non arrendersi

    Di TPI
    Pubblicato il 12 Apr. 2016 alle 15:14 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 09:02

    Una lettera aperta al presidente Mahmoud Abbas, al capo politico di Hamas Khaled Meshal e al primo ministro Ismail Haniyeh: 

    Cari presidente Abbas, signor Meshal e primo ministro Haniyeh,

    vi scrivo questa lettera aperta perché credo sia ora che guardiate alla penosa realtà che la vostra gente vive da quasi settant’anni, e in particolare dal 1967. È ora che riconsideriate le vostre posizioni, che troviate il coraggio di cambiare rotta, e che ridiate ai palestinesi, giovani e vecchi, la speranza di un futuro migliore e più promettente.

    Dato che il presidente Abbas, rinunciando alla violenza e riconoscendo Israele, ha scelto la convivenza pacifica da ormai dieci anni, voglio rivolgermi prima di tutto al signor Meshal e al signor Haniyeh.

    Quasi tutti i palestinesi desiderano vivere in pace con Israele perché sanno nel profondo che non hanno altra scelta. Troppo spesso hanno sperimentato le terribili conseguenze degli scontri violenti con Israele, di ogni nuovo scoppio di ostilità.

    Voi parlate a nome della vostra gente, ma ascoltate davvero le loro grida disperate? Sentite il loro dolore? Sperimentate mai le loro condizioni di vita? Avete idea della loro disperazione? Se così fosse, non avreste permesso che anche un solo palestinese soffrisse impotente un giorno di più.

    Sfortunatamente, avete scelto di conservare lo status quo perché, forse, esso legittima il vostro potere benché sulla pelle dei palestinesi, il cui sogno è semplicemente di vivere nella pace e nella dignità. Pace e dignità che voi negate loro per le vostre illusioni e la perpetuazione della sfida nei confronti di Israele.

    Avete cinicamente portato avanti senza risolverlo il problema dei rifugiati palestinesi usandoli come pedine, spingendoli a credere che il giorno della salvazione fosse vicino e che avrebbero fatto ritorno alle loro case, pur sapendo che quel giorno non sarebbe mai arrivato.

    Avete lasciato che languissero nei campi rifugiati dicendo di proteggere il loro diritto di tornare mentre voi godete del lusso e del comfort per i quali sono i palestinesi a pagare.

    State derubando una quarta generazione di uomini e donne di un futuro promettente e di una vita produttiva. Al contrario, li state preparando a morire per una causa che non sarà mai vinta – la sconfitta di Israele – quando è solo la morte ad attenderli tra le ombre dei loro sogni pieni di turbamento.

    È ora che abbandoniate questi sogni impossibili sulla distruzione di Israele e pensiate seriamente alle condizioni di molte migliaia di bambini palestinesi che vanno a letto affamati e malati per svegliarsi al mattino chiedendosi perché debbano sopportare un altro giorno di fame e povertà.

    Non sentite mai i loro pianti; hanno bisogno di tetti che non gocciolino, di scuole in cui venga insegnato e non predicato, di strutture mediche che guariscano le ferite, di cibo sano che nutra i loro fragili corpi, di acqua pulita per estinguere la loro sete e di un nuovo orizzonte per salvare le speranze che sembrano affievolirsi.

    I vostri stessi elettori vi criticano per non aver ricostruito Gaza a quasi due anni dalla guerra con Israele del luglio 2014; le scuole e i tribunali sono spesso chiusi, le strutture mediche hanno le imposte serrate, le fogne scorrono per le strade e ci sono pile di spazzatura ovunque, gli impiegati pubblici restano a casa e le faide politiche sfociano spesso nell’omicidio.

    Il recente sciopero degli impiegati pubblici non era contro Israele, e nessuna bandiera israeliana è stata data alle fiamme. Cinquantamila lavoratori di Gaza hanno scioperato perché non riescono ad arrivare alla fine del mese dato che non gli viene pagato lo stipendio dal 2014, ma voi date la colpa a Israele e all’Autorità Palestinese (Ap) per coprire il fatto che siete voi a dilapidare quel denaro.

    In tempi di relativa calma, voi indottrinate, addestrate e preparate i giovani a combattere l’ennesima insensata guerra contro Israele, e in tempi di guerra usate donne e bambini come scudi umani, vantandovi del vostro eroismo mentre vivete nascosti per salvarvi la pelle.

    Sembrate provare piacere nel governare una massa di gente abbattuta e spogliata di ogni bene. Staranno meglio quando ve ne sarete andati, lasciando indietro il retaggio di leader deliranti che hanno tradito il proprio popolo e sono finiti in disgrazia.

    Discordia politica interna

    Siete politici ipocriti, come un cieco che guida un altro cieco; entrambi avete i vostri schemi personali, e vi circondate di ‘Yes men’ moralmente corrotti e imbevuti della vostra ideologia distorta che per decenni ha fuorviato ogni palestinese.

    Siete affetti da una discordia politica che si abbatte con calunnie lanciate l’un l’altro tra voi e i vostri bracci armati, e vi rifiutate di riconciliarvi con l’Ap, il cui presidente (Abbas) rimane il solo legittimo capo del movimento nazionale palestinese e, de facto, il solo legittimo capo di stato.

    Nel caos che attanaglia la vostra leadership, vi spostate da una crisi all’altra, e siete governati dal capriccio mentre cercate di essere l’uno più scaltro dell’altro.

    Abbas riconosce il bisogno urgente di riappacificarsi con Israele per dare alla gente nuovi orizzonti e la prospettiva di giorni migliori, ma voi dirottate il potente desiderio di pace dell’opinione pubblica per servire la vostra fallimentare agenda politica, sabotando il processo di pace ogni giorno che passa.

    Oramai dovreste sapere che il tempo non vi è amico, dovete prendere atto del fatto che Israele è una realtà e accettare l’importanza di una concliazione con Israele che si basi sulla soluzione dei due stati.

    Dovreste abbracciare l’Iniziativa di pace araba (Api), come ha fatto l’Ap. Un’iniziativa che vi consentirebbe di negoziare per la pace senza perdere la faccia. L’Api chiede che venga creato uno stato palestinese entro i confini del 1967 (con alcuni scambi territoriali), che lei, Meshal, ha appoggiato in numerose occasioni.

    In base ai negoziati precedenti, ci sono alcuni denominatori comuni importanti nell’Api che sia i palestinesi che gli israeliani condividono, inclusa una soluzione realistica al problema dei rifugiati e allo status che verrà assegnato a Gerusalemme, tale che l’intero mondo arabo-musulmano la sostiene.

    Il solo prerequisito che le si richiede è rinunciare all’uso della forza, mettersi d’accordo con l’Ap per tenere libere ed eque elezioni, e lasciare che la gente scelga liberamente chi meglio rappresenta le loro aspirazioni e chi potrà guidarli sul sentiero della pace. Dovrebbe ricordare le parole di Gandhi: “La non-violenza è l’arma dei forti”.

    Solo questo passo, fatto con convinzione e onestà, convincerà gli israeliani a rivalutare la loro posizione e gli permetterà di capire se lei è davvero pronto a negoziare la pace in buona fede, e di sicuro incoraggerà le potenze occidentale a rimuovere il nome di Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche.

    La vostra politica verso Israele

    Quando Israele è stato creato, si sarebbe potuto creare anche uno stato palestinese. Da allora, Israele è diventato una potenza mondiale formidabile e un leader nel settore della tecnologia, della medicina, delle energie rinnovabili, dello sviluppo agricolo e dell’industria militare, mentre moltissimi palestinesi vivono ancora nei campi rifugiati.

    Se non giudichiamo i leader da quello che hanno ottenuto per la loro gente, come spieghereste perché dopo settant’anni così tanti palestinesi vivono ancora nell’indigenza e nella disperazione?

    Se gli venissero date opportunità e istruzione, i palestinesi potrebbero raggiungere gli stessi risultati degli israeliani; lavorano duro, sono creativi e pieni di risorse ma, sfortunatamente, sono trascinati alla deriva da leader mediocri e scorretti.

    Leader come voi hanno soffocato i loro talenti e gli hanno insegnato a odiare e uccidere anziché insegnarli come costruire un futuro promettente e guidarli verso la vita produttiva che ogni palestinese merita.

    Per voi Israele è sempre stato un capro espiatorio comodo – incolpate Israele per le classi spoglie, per la carenza di cliniche mediche, per le strade non asfaltate, per le fogne a cielo aperto, per l’esistenza dei campi profughi, per la mancanza di abitazioni – per tutti i vostri mali.

    Che Israele sia responsabile o meno per la sofferenza dei palestinesi, specialmente dei rifugiati, esso dovrà essere coinvolto nella ricerca di una soluzione accettabile per tutti.

    Dovrete comunque confrontarvi con l’inevitabile necessità di riconciliarvi con l’esistenza stessa di Israele e cominciare a cambiare le percezioni dei palestinesi offrendo narrative nuove sull’ineludibilità di una coesistenza pacifica, non importa quanto tempo ci vorrà.

    Non avete mai compreso la mentalità israeliana rispetto alla sicurezza nazionale, che è radicata in un’esperienza storica terrificante e incomprensibile. È profondamente radicato nei cuori e nelle menti di ogni israeliano che nessun nemico che possa rappresentare un pericolo imminente per l’esistenza di Israele vedrà mai il giorno della sua distruzione.

    Nessun potere può forzare la mano di Israele fin quando il paese continuerò ad avere legittime preoccupazioni riguardo la propria sicurezza nazionale – non tanto rispetto alla salvaguardia dei propri confini, ma circa le vostre intenzioni, che cercate stupidamente di rafforzare attraverso i vostri discorsi acrimoniosi infarciti di odio e di minacce esistenziali costanti.

    Potete costruire centinaia di tunnel e procurarvi migliaia di razzi. Potete infliggere a Israele danni strutturali e forse numerose vittime e inneggiare alle vostre solite vuote vittorie, ma ormai dovreste sapere a quale prezzo.

    Che ciò sia giustificato o meno, nessun paese o coalizione di paesi può costringere Israele a togliere il blocco su Gaza fintanto che negate il suo diritto di esistere, che fortifica solo gli israeliani più estremisti.

    Invece, vi rifiutate di rinunciare alla comodità delle vostre illusioni, cosa che mi ricorda quel detto molto saggio che ammonisce: “a volte si piange su un’illusione con altrettanto dolore che sulla morte”.

    Per prima cosa, dovete riconoscere Israele e accettare gli accordi tra Israele e l’Ap, come vi chiede il Quartetto, ma dovete rinunciare alla violenza come mezzo per ottenere di realizzare l’aspirazione palestinese alla soluzione dei due stati.

    Invero, come Martin Luther King Jr ha detto: “La non-violenza è potere, ma è uso buono e giusto del potere”. E potrei aggiungere, la non-violenza è l’unica opzione se i palestinesi vogliono vedere realizzato il proprio stato accanto a quello di Israele.

    Dovreste sapere che il vostro estremismo sta indebolendo quegli israeliani moderati che cercano la pace, e rafforzando la destra che è contraria alla creazione di uno stato palestinese indipendente.

    I sondaggi hanno mostrato che la maggioranza degli israeliani e dei palestinesi è favorevole alla soluzione dei due stati, ma voi negate loro anche il sogno di vivere in pace, perché la pace renderebbe la vostra ideologia irrilevante.

    Nell’atmosfera attuale di dubbio e odio intenso, parole e promesse da sole non saranno sufficienti a meno che non mostriate un cambiamento netto rispetto alla resistenza violenta del passato e cominciate a gettare le fondamenta di uno stato palestinese.

    Date dimostrazione di ciò con azioni concrete nei territori sotto il vostro controllo e costruite i pilastri di uno stato indipendente e democratico in modo che tutti li possano vedere. Ogni giorno che vivete ignorando le aspirazioni dei palestinesi è un altro giorno di infamia perché è la gente comune – donne e bambini, vecchi e malati – a pagarne il prezzo.

    Anziché costruire tunnel, costruite alloggi per i bisognosi; anziché comprare razzi, procurate mezzi agricoli per i contadini; anziché acquistare armi, investite nelle infrastrutture e nell’occupazione; anziché costruire altre moschee, costruite scuole e istituti d’istruzione superiore; anziché sprecare risorse in una burocrazia ipertrofica, costruite strutture mediche e ospedali; al posto dei sussidi, concentratevi su progetti di sviluppo economico sostenibile; e anziché rendere i palestinesi schiavi, metteteli in grado di godere dei loro diritti e instillate in loro il senso della dignità.

    Dovete scegliere se guidarli nella realizzazione del loro destino, o rassegnarvi a essere additati per aver tradito la loro fiducia e aver perso l’ennesima generazione innocente.

    Al signor Abbas

    Diversamente da Haniyeh e Meshal, lei ha mostrato moderazione e pazienza, e un’intenzione genuina di raggiungere la pace con Israele sulla base della soluzione dei due stati, e le pesano addosso le legittime preoccupazioni che derivano da un’occupazione debilitante e che sembra non avere mai fine.

    In una recente intervista, lei ha saggiamente condannato la cosiddetta “intifada dei coltelli”, comprendendo che l’accoltellamento e l’uccisione di israeliani innocenti mina seriamente la vostra causa e induce tutti gli israeliani a sostenere la decisione del governo di adottare il pugno di ferro, qualunque siano le ragioni che hanno fatto precipitare la situazione.

    So bene che la frustrazione e la disperazione palestinesi sfociano in questo tipo di violenza, e so bene che essa è dovuta a un’occupazione senza fine. Tuttavia, l’omicidio a sangue freddo di israeliani non fa che peggiorare la situazione e eclissa le giuste ragioni dietro la rivolta contro l’occupazione.

    Anche se i palestinesi godono del rinnovato sostegno politico ed economico della comunità internazionale, essa offre solo un riconoscimento simbolico della Palestina, che è ancora lontana dall’essere uno stato funzionale e indipendente e dall’essere un membro attivo della comunità delle nazioni. Eviterei di adottare le misure che, in un’occasione o nell’altra, avete contemplato.

    Richiedere il riconoscimento alle Nazioni Unite potrebbe andare a buon fine, ma non sorgerà nessuno stato sostenibile se non dall’accordo con Israele su una soluzione pacifica e permanente.

    Minacciare di interrompere la collaborazione in materia di sicurezza con Israele non fa che sovvertire anni di collaborazione, e la collaborazione è essenziale durante un processo di pace e ancora di più una volta che la pace è stata instaurata, perché offre i mezzi migliori per conservarla e impedire ai radicali di sabotarla.

    Dimettersi e smantellare l’Ap non è una soluzione. Anche se toccherà a Israele assumersi gran parte della responsabilità di gestire un altro paese, facendo ciò rischiate di rafforzare quella parte degli israeliani che vorranno annettersi gran parte della Cisgiordania e prevenire la creazione di uno stato palestinese indipendente.

    Inoltre, non avete prestato abbastanza attenzione alla disobbedienza civile, che è probabilmente la maniera più efficace di cambiare le dinamiche del conflitto israelo-palestinese. Non c’è momento migliore di ora per abbracciare la non-violenza per sostenere la vostra causa.

    La disobbedienza civile – che richiede grande coraggio, pazienza, disciplina e forza interiore – dimostrerà di essere molto più potente di qualsiasi atto violento, se i palestinesi riusciranno a evitare di predicare o ricorrere alla violenza nonostante le intimidazioni, anche se subiscono essi stessi la violenza delle autorità israeliane.

    La disobbedienza civile deve assumere la forma di una non-collaborazione collettiva pacifica e allo stesso tempo concentrarsi sullo stato degli affari palestinesi, che non potrà che aggiungere una forte componente morale alla causa.

    Come King ha detto: “Un individuo che infrange una legge perché la sua coscienza gli suggerisce che è ingiusta, e che accetta la pena detentiva per sensibilizzare le coscienze della comunità rispetto a questa ingiustizia, sta in realtà esprimendo il più grande rispetto per la legge”.

    La disobbedienza civile include tattiche come: proteste silenziose di fronte ai checkpoint e lungo le barriere di separazione; manifestazioni pacifiche (specialmente da parte delle donne palestinesi) e marce di solidarietà; occupare luoghi pubblici di interesse strategico.

    Altre tattiche includono incatenarsi a oggetti o l’un l’altro, sfidare il coprifuoco, riempire le prigioni israeliane arrendendosi pacificamente alle forze di sicurezza israeliane, e disobbedire alla norma che vieta di sventolare la bandiera palestinese e di bruciare le bandiere israeliane.

    Sono incline a spingermi a suggerire, per quanto possa sembrare assurdo, che i palestinesi dovrebbero sventolare la bandiera israeliana accanto a quella palestinese per dimostrare a ogni israeliano che i palestinesi accettano l’idea di una coesistenza pacifica in qualsiasi circostanza.

    Il vostro miglior alleato e sostenitore per mettere fine all’occupazione è infatti l’opinione pubblica israeliana – dovete convincere gli israeliani delle vostre buone intenzioni e reiterare quello che lei ha detto di recente, che vuole “vedere la pace che si realizza mentre sono ancora in vita” e che è pronto a incontrare il primo ministro Netanyahu “in qualsiasi momento”.

    Signor Abbas, lei hai perseverato a lungo, e se fossi al suo posto continuerei nella mia lotta pacifica e mi concentrerei sulla riconciliazione, prima di tutto chiedendo ai suoi subordinati di moderare le proprie narrative acrimoniose contro Israele. In secondo luogo, insistendo verso un processo di riconciliazione attraverso progetti che mettano in relazione le persone e partire da lì per costruire una soluzione a lungo termine.

    Dopo settant’anni, tutti i palestinesi, giovani e vecchi, hanno il diritto a vivere in pace: liberi dalle catene che hanno arrestato la loro crescita; liberi dall’occupazione che gli ha sottratto la libertà; liberi da leader inadeguati che li hanno usati come oggetti; liberi da politici egoisti e sinistri; liberi di vivere una vita produttiva e dignitosa; e liberi di vivere con Israele nella pace e nell’amicizia.

    Anche se Israele è diventato un paese leader in molte sfere della vita, ha fallito nell’affrontare il conflitto con i palestinesi, e senza la pace tutti i suoi risultati non godranno di un solo giorno di pace e non avranno futuro.

    La leadership palestinese ha scelto di combattere Israele su ogni fronte, privando la propria gente della prospettiva di una vita pacifica e negando l’ineludibile realtà che Israele non scomparirà dalle carte. Sia gli israeliani che i palestinesi devono accettare che i loro destini sono e rimarranno intrecciati e ci vogliono leader coraggiosi, e dotati una visione a lungo termine e di determinazione per condurli verso il loro destino condiviso.

    Rispettosamente,

    Alon Ben-Meir

    — Analisi di Alon Ben-Meir, professore di relazioni internazionali ed esperto di Medio Oriente alla New York University

    — Traduzione a cura di Paola Lepori

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