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    Le vedove di Vrindavan

    Le vedove indiane sono emarginate dalla società e umiliate. La loro vita è indissolubilmente legata alla memoria dei propri mariti

    Di Maria Tavernini
    Pubblicato il 18 Apr. 2013 alle 06:58 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 23:28

    Vestite di un sari bianco da quando la morte del marito le ha condannate a una vita da emarginate, condividono lo stesso destino: essere vedove in India. Molte vengono dal Bengala, altre dal Bihar, dall’Orissa o dal Bangladesh. Le loro storie si accavallano mentre tentano di ricostruire il percorso che le ha portate fin qui, a Vrindavan, la città sacra a Krishna dove migliaia di vedove abbandonate cercano rifugio.

    Lakshmi è seduta all’ombra del grande albero nel cortile dell’ashram in cui vive da oltre 20 anni. Il suo sguardo è perso nel vuoto, mentre prova a mettere insieme i pezzi della sua storia. Nata in Bengala 60 anni fa, si è sposata quando aveva nove anni con un uomo di 15 anni più grande, dal quale ha avuto otto figli. Rimasta vedova a 30 anni, ha continuato per qualche anno a lavorare nel piccolo negozio di famiglia finché i figli sono cresciuti e si sono sposati. Poi, dice, tutto è cambiato.

    Il suo rapporto con i figli e le loro mogli è andato peggiorando finché, stanca di maltrattamenti e umiliazioni, è stata costretta ad abbandonare la sua casa e a cercare conforto nella devozione per Krishna. A Vrindavan ha trovato un ashram pronto ad accoglierla e centinaia di donne con le quali condividere il suo dolore. Si è lasciata tutto alle spalle e ora è serena, dice con un sorriso, ma i suoi occhi sono velati di tristezza.

    Per secoli in India le donne si sono immolate sulla pira funeraria del marito, in un atto di devozione estrema, o forse per sottrarsi a un destino da emarginate. La tradizione del ‘sati’, dal nome di una delle mogli di Shiva, è stata messa fuorilegge nel 1829 ma la sua ombra si trascina fino ai nostri giorni. Nelle zone rurali e più legate alla tradizione, risposarsi non è tutt’oggi contemplato, neanche per le vedove più giovani, molte delle quali spose bambine. La loro vita sarà dedicata alla memoria del marito defunto.

    Alle vedove si impone di vivere in castità e di rinunciare a tutti i simboli di femminilità: i capelli lunghi, i sari colorati, il ‘bindi’ (il segno rosso sulla fronte che indica il loro stato di donne sposate) e i ‘mangalsutra’ (i gioielli simbolo del matrimonio). Uno stigma che la società affibbia alle donne come una condanna senza appello.

    Nel cortile un gruppo di vedove si prepara a cantare un ‘bhajan’ (canto tradizionale) a Krishna: sedute in semicerchio e con gli strumenti in grembo, levano una litania antica e monotona che le accompagna nelle loro giornate. Una donna si siede sotto gli archi del porticato, al polso sfoggia ancora i bracciali bianchi e rossi.

    Prova a scavare nei ricordi ma il dolore prende il sopravvento. Gli occhi le si riempiono di lacrime e il suo corpo minuto inizia a sussultare. Savitri non è vedova ma è comunque un’invisibile. Si è sposata in Assam quando aveva 11 anni con un uomo molto più grande di lei; hanno avuto quattro figli. Poi un giorno suo marito ha portato in casa un’altra donna, la sua seconda moglie e, da lì, è cominciato il suo inferno.

    Umiliata, derisa e maltrattata, è stata allontanata dalla sua casa, dai figli e da tutto ciò che fino a qual momento era la sua vita. A 26 anni si è trovata sola, senza un posto dove andare, sostenuta solo dalla sua fede. Ed è proprio la fede, dice, che l’ha portata a Vrindavan, dove ora vive, circondata da altre donne che, come lei, sono state rifiutate dalla società. Per oltre 40 anni si è procurata da vivere facendo le elemosina e cantando nei templi, vivendo dell’amore per il suo “sposo spirituale”, Krishna.

    “Nella nostra società, l’identità di una donna è talmente legata a quella del marito che una vedova (o una donna sola) perde tutto, anche la dignità”, sostiene Mohini Giri, una delle voci indiane più autorevoli in materia: vedova anche lei, ha messo la battaglia per i diritti di queste donne dimenticate al centro della sua vita.

    Proprio in India, dove l’italiana Sonia Gandhi, vedova dell’ex primo ministro Rajiv Gandhi, è oggi presidente del Congresso Nazionale Indiano, il partito al governo: una donna forte e rispettata. La stessa India in cui, ogni sera, migliaia di vedove e donne dimenticate, ricurve sui loro bastoni, si aggirano raminghe per le stradine buie di Vrindavan.

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