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    La Libia quattro anni dopo Gheddafi

    La Libia, quattro anni dopo la caduta del dittatore Gheddafi, si trova oggi allo stato di natura. Il commento di Carlo Brenner

    Di Carlo Brenner
    Pubblicato il 7 Nov. 2015 alle 16:21 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:58

    Poco più di quattro anni fa, il 20 ottobre 2011, i proiettili dei caccia francesi Mirage bloccavano la fuga al convoglio che scortava Muammar Gheddafi verso il deserto. Poche ore dopo il Rais veniva raggiunto e ucciso da ribelli libici, anche se alcuni sospettano che siano stati servizi segreti francesi.

    Il video dell’esecuzione è ancora facilmente reperibile su internet, come permanente testimonianza dell’ipocrisia della propaganda che si proponeva di abbattere un dittatore sanguinario per instaurare un regime libero e democratico.

    Da quella data, dopo un breve periodo di incertezza è apparso evidente che la morte di Gheddafi aveva aperto la strada a una tragedia ben più grande del suo regime: l’anarchia. I sostenitori di quest’ideologia che risiedono in Italia possono trasferirsi in Libia adesso, magari a Tripoli, o Zintan, per godersi la realizzazione del loro sogno, così vicino ai nostri confini.

    Nel numero di Limes del novembre 2015Lucio Caracciolo paragona la Libia, insieme ad altri stati in crisi attualmente, allo stato di natura descritto da Hobbes, nel quale gli uomini, senza lo Stato, sono in guerra gli uni contro gli altri, homo homini lupus.

    Secondo il pensatore inglese per uscire dallo stato di natura e convivere pacificamente è necessario che ciascun individuo deleghi il suo arbitrario uso della forza al sovrano, rendendolo l’unico detentore di questo diritto.

    Lo studio di questi scenari è, evidentemente, mancato, per convenienza o ignoranza, ai capi di Stato che hanno deciso di intervenire senza pensare a come affrontare le conseguenze di un vuoto di potere nel paese.

    Oggi la Libia è veramente piombata nello stato di natura hobbesiano perché diversi gruppi tribali, religiosi, politici, criminali non vogliono rinunciare al loro diritto a utilizzare la forza in favore di un governo di unità nazionale. L’inviato speciale dell’Onu Bernardino Leon ha recentemente preparato una proposta per costituire tale governo ma la Camera dei rappresentanti di Tobruk l’ha bocciata all’unanimità.

    Alcuni ritengono che sia stata anche la fretta a causare il fallimento del piano Onu: Leon sarà, infatti, presto sostituito da Martin Kobler, già rappresentante Onu in Congo. Gheddafi sapeva, e l’aveva dichiarato, che senza di lui la Libia sarebbe piombata nel caos. 

    Sapeva anche, come molti analisti occidentali, di essere il tappo che sigillava un contenitore colmo di conflitti. Oggi il contenitore è aperto. 

    La Libia oggi è spezzata in due: Camera dei rappresentanti a Tobruk e Nuovo Congresso Nazionale Generale a Tripoli. Aggiungendo anche il crescente ruolo esercitato dal sedicente Stato Islamico diventano tre i poteri che si contendono il Paese.

    A questi due/tre si aggiungono una miriade di altre forze, più piccole di dimensioni, che approfittano della divisione e dell’anarchia per portare avanti i loro interessi particolari: tra questi ci sono anche i trafficanti di esseri umani. 

    Per quanto sia un Paese nel quale la maggioranza della popolazione è di fede musulmana sunnita, la Libia è un Paese tendenzialmente moderato, non fondamentalista. Esiste tuttavia una componente più portata all’estremismo religioso, i Salafiti, scuola di pensiero sunnita che si propone di ritornare alla purezza dell’Islam.  

    In ogni caso, all’origine della divisione in Libia non c’è la religione ma la contrapposizione tra rivoluzionari a Tripoli ed ex appartenenti al regime, o nostalgici, a Tobruk. 

    I fatti che hanno portato alla divisione del Paese iniziano nel 2012 quando i libici hanno votato per la prima volta dopo la caduta del regime. A vincere fu la National Forces Alliance (Nfa), una forza liberale contrapposta ai Fratelli musulmani che riportarono scarsi risultati. Ad agosto di quell’anno veniva costituito il General National Congress (Gnc), in sostituzione del Consiglio Nazionale di Transizione.

    Il neonato congresso guidato dal Primo Ministro al-Thani aveva l’obiettivo di ricostruire il Paese e proporre una nuova costituzione. Nonostante la sconfitta elettorale, tra il 2012 e il 2014, gli islamisti cercarono di prevalere in parlamento e riuscirono a ritagliarsi sempre maggiore importanza, portando dalla loro parte molto candidati indipendenti.

    Essi premevano particolarmente per rinforzare l’importanza della sharia come fonte del diritto e per l’adozione di una legge di esclusione politica degli ex appartenenti al regime che portò all’esacerbazione del conflitto.

    È importante sottolineare che in questo periodo, nonostante l’esistenza del parlamento di Tripoli, il paese era ancora controllato da milizie. Molte di queste erano state istituzionalizzate ed erano persino stipendiate dal governo. Questo chiarimento aiuta a capire i fatti che portarono alla creazione del secondo parlamento a Tobruk. 

    Nel 2014, in seguito all’inasprirsi del dibattito politico milizie islamiste lanciarono un attacco all’aeroporto di Tripoli, strappandolo alle milizie vicine al partito di governo Nfa. A giugno, un ex Generale di Gheddafi, Khalifa Haftar, lanciò la Operazione dignità per contrastare le milizie islamiste e chiedere lo scioglimento del Gnc.

    Nel luglio 2014 si tennero delle nuove elezioni dove, ancora una volta, gli islamisti furono sconfitti. Questi risposero lanciando una controffensiva militare, denominata Alba Libica, per bloccare l’offensiva di Haftar.

    Il nuovo parlamento si stabilì a Tobruk e riconfermò come primo ministro al-Thani. In Agosto Alba Libica pretese che fosse creato un parlamento parallelo a Tripoli, composto dai dissidenti della Camera dei Rappresentanti di Tobruk e chiamato New General National Congress (NGNC).

    Da questo momento nasce la situazione che perdura in Libia ancora oggi. La confusione istituzionale è massima: il governo guidato da al-Thani si è schierato con Tobruk e ha riconosciuto Haftar come capo dell’esercito libico mentre la Corte Suprema con sede a Tripoli è, forzatamente, allineata con il NGNC e ha disconosciuto la Camera dei Rappresentanti di Tobruk.

    Infine, la comunità internazionale ha riconosciuto il governo di Tobruk come il legittimo rappresentante della Libia. In questa crisi di legittimità dello Stato si è facile interpretare la dura posizione presa contro la presunta violazione delle acque libiche da parte delle navi della Marina Militare come un tentativo del governo di Tobruk di farsi riconoscere come legale rappresentante del popolo libico.

    Un popolo al quale purtroppo non è in grado di garantire la sicurezza e l’ordine di cui godeva prima della rivoluzione.

    Quattro anni dopo la morte di Gheddafi la situazione in Libia è gradualmente deteriorata e la confusione vigente non sembra suggerire il raggiungimento di una soluzione nel breve termine. L’Italia intanto aspetta al varco, le navi sono pronte, gli uomini pure. Bisogna solo capire se la comunità internazionale si dimostrerà favorevole ad un intervento mirato al mantenimento della pace e alla lotta ai trafficanti di esseri umani. Il nostro paese è pronto a svolgere un ruolo guida.

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