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    La guerra della Thatcher

    Nuovi documenti mostrano come la spedizione nelle Falkland fu una scelta molto meno facile di quanto venga spesso descritta

    Di Michele Barbero
    Pubblicato il 11 Apr. 2013 alle 07:18 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 00:48

    La guerra delle isole Falkland è ricordata come un momento di rara unità nazionale nella storia britannica. Per lo storico inglese Eric Hobsbawm, l’invasione argentina dell’arcipelago provocò nel Regno Unito “un quasi universale senso di oltraggio in un sacco di persone, l’idea che non si poteva semplicemente accettare quanto era accaduto, bisognava fare qualcosa”.

    Tale sentimento, viene spesso notato, era diffuso tanto nelle strade quanto in Parlamento. Anche la leadership del Labour all’opposizione sostenne l’intervento militare, seppur adottando poi un atteggiamento esitante e poco chiaro – che certamente contribuì alla batosta elettorale dell’anno successivo. Il discorso di Margaret Thatcher a Westminster, con cui il primo ministro annunciò la partenza di una task force per riconquistare i territori perduti, fu interrotto da continue e rumorose espressioni di apprezzamento da parte dell’assemblea.

    Tuttavia nuovi documenti privati della Thatcher, svelati solo di recente, offrono uno spaccato di quei giorni parzialmente diverso. Testimoniando, in particolare, l’ampia varietà di vedute sulla guerra all’interno del partito Conservatore. Certo, non è un mistero che alcuni esponenti di spicco del governo, fra cui i ministri degli Esteri e della Difesa, nutrissero dubbi sulla fattibilità dell’operazione. Ma le nuove fonti gettano luce su incertezze molto più profonde ed estese di quanto si credesse; e contrastano con l’immagine diffusa di una forza politica fremente, nel complesso, di convinto orgoglio nazionale.

    La ‘Lady di ferro’ aveva disposto un’indagine sugli umori dei suoi deputati a proposito dell’intervento. Certo, c’era chi, come Peter Mills, dichiarava “i miei elettori vogliono il sangue”. Ma altri chiedevano con forza di evitare azioni che avrebbero potuto causare perdite: un parlamentare, Robert Rhodes James, veniva addirittura descritto come “un disfattista senza speranze, depresso e sleale”. Di un altro, Kenneth Clarke, il rapporto diceva che “spera che nessuno pensi di andare a combattere gli argentini. [Secondo lui] dovremmo fare saltare in aria qualche nave, ma niente di più”. Secondo una relazione successiva, sulla questione i Tory si erano divisi in fazioni attestate su posizioni lontanissime, da “no alla resa” a “le isole Falkland non valgono tutti questi sforzi”, a “non reagite in preda alla rabbia”.

    Ogni conflitto ha i suoi falchi e le sue colombe. I documenti recentemente rivelati mostrano che le Falkland non fecero eccezione. Ma, ancora più rilevante a pochi giorni dalla morte di Lady Thatcher, questi rapporti ci ricordano che neanche allora le scelte da prendere furono facili come apparvero a vittoria conseguita. Il primo ministro dovette fare i conti con un partito più diviso di quanto si pensi, e le sue decisioni non furono un semplice “adeguarsi alla corrente”. Anche sul piano strettamente militare, del resto, il successo dell’operazione era tutt’altro che scontato. Le forze argentine a difesa dell’arcipelago erano bene armate e più numerose degli uomini inviati a combatterle, per non parlare delle difficoltà logistiche poste dal rifornimento di una forza di sbarco nel mezzo dell’Atlantico, a 12 mila chilometri da Londra. Anche negli anni Ottanta del “riflusso” dunque, e nel pieno di un’ondata nazionalistica che sembrava fatta apposta per essere cavalcata, l’entrata in guerra rimaneva una scommessa rischiosa e controversa. Ci voleva carattere per giocarla.

    La Thatcher quel carattere l’aveva, e molti cominciarono ad accorgersene proprio a partire da quelle settimane. Aveva anche l’acqua alla gola, con una difficile situazione economica da gestire e una popolarità in caduta libera. Per dirla con Simon Jenkins, del Guardian: “Dopo meno di tre anni al governo, la Thatcher aveva ottenuto poco altro che tagli fiscali per i ricchi e tagli alla spesa pubblica per i poveri. I colleghi al governo erano in aperta rivolta e i nuovi socialdemocratici stavano vivendo la più forte crescita di un terzo partito da mezzo secolo”.

    La sua scommessa, la Thatcher se la giocò con astuzia. Annusò l’aria, comprese che la gente voleva riassaporare una grandezza geopolitica che non era più. Le unità che spedì nell’Atlantico meridionale sembravano fatte apposta per risollevare di virilità britannica una nazione sempre più depressa: i parà, le Scots Guards, le Sas, perfino i gurkhas. Una parata in miniatura, da Impero d’altri tempi.

    L’operazione ideologica che venne orchestrata emerge peraltro anche dai discorsi pubblici pronunciati all’epoca dal primo ministro: “Quando abbiamo cominciato”, dichiarò dopo il concludersi dei combattimenti, “c’erano gli indecisi e i deboli di carattere; gente che pensava che non potessimo più fare le grandi cose che facevamo una volta; quelli secondo cui il nostro declino era irreversibile. Non potevamo più essere ciò che eravamo stati, la Gran Bretagna non era più la nazione che aveva costruito un impero e governato su un quarto del mondo. Beh, si sbagliavano.”

    Come tutti i grandi statisti, la Thatcher agì non solo con fiuto e intelligenza, ma anche con estrema spregiudicatezza. L’Argentina aveva palesemente violato il diritto internazionale; ma gli Harrier della task force cominciarono a bombardare le posizioni nemiche, in preparazione allo sbarco delle truppe di terra, ben prima che la diplomazia avesse esaurito tutte le proprie carte. Londra, di fatto, quella strada non la tentò neppure. I morti britannici furono quasi 260, quelli argentini più di 600.

    Grazie alla vittoria in quelle isole di cui, prima del 1982, l’inglese medio a stento conosceva l’esistenza, il primo ministro ribaltò il proprio svantaggio elettorale e fu trionfalmente riconfermata l’anno dopo. La guerra spianò così la strada ad altri otto anni di liberismo, privatizzazioni, annichilimento dei sindacati e crescita delle disparità sociali. Sullo sfondo di questa operazione, mantra come “la società non esiste” e “i mercati se la cavano meglio dei governi” fecero tutt’uno con i riferimenti allo “spirito delle Falkland”.

    La Thatcher voleva un conflitto militare in piena regola e lo ottenne, con una scelta meno scontata di quanto si potrebbe credere. Da questa decisione dipese, in gran parte, la realizzazione del suo progetto politico negli anni successivi. Le Falkland sono più che mai la sua guerra.

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