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    L’Iran vuole davvero la bomba?

    Non è il nucleare il primo interesse strategico di Teheran. Le sanzioni di Obama possono aprire a una negoziazione. Ecco i punti del possibile accordo

    Di Federico Petroni
    Pubblicato il 13 Giu. 2012 alle 20:31 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 23:04

    Alla tavola del Medio Oriente, nessuno si trova a suo agio. L’Iran minaccia di costruire armi atomiche. Israele di bombardarlo. Gli Stati Uniti temono un conflitto che manderebbe all’aria la ripresa economica. Eppure, tra rivali si torna a parlare. Venerdì iniziano i primi colloqui dal 2010 tra il gruppo del 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito più Germania) e l’Iran. L’incontro è stato preceduto da una dichiarazione importante del capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica Ferydoon Abbasi: “Arricchiremo l’uranio solo fino al 20 per cento e solo per scopi medici”. Traduzione: non costruiremo ordigni. Proclami? Forse, come scrive Patrick Clawson del Washington Institute, Teheran cerca un riconoscimento internazionale del nucleare.

    L’Iran, in fondo, la Bomba non la vuole. O, meglio, più che un ordigno nucleare, vuole un programma nucleare, come sostiene George Friedman di Stratfor. Vuole far sapere di potersi dotare dell’Arma, più che minacciare di usarla. La partita atomica non è decisiva: la posta in gioco è geopolitica. L’Iran ambisce a costruire una sfera d’influenza ininterrotta che va dall’Afghanistan occidentale al Libano, sfruttando il ritiro americano dall’Iraq e, in generale, dal Medio Oriente. I cardini di questa strategia sono due. Evitare che in Siria l’alleato Assad cada. E vendere petrolio, per fare cassa. Tralasciando la scacchiera siriana, è su quella energetica che si gioca la partita più vitale per Teheran. L’Iran soffre un paradosso: ha il petrolio ma non lo può usare. Mancando le raffinerie, il regime è costretto a vendere il greggio per comprare energia dall’estero per far funzionare le sue industrie. Che per un paese di 80 milioni di abitanti diventa un’esigenza strategica.

    Da qui la necessità di un programma nucleare civile. Gli esperti, però, sostengono che il confine tra l’uso pacifico e lo sviluppo di un ordigno sia molto labile, nell’ordine di un anno per la prima testata e un pugno di mesi per le successive. Da qui l’ansia per la presenza di reattori a Teheran e dintorni. Ansia che in Israele si fa terrore, tanto da non rendere accettabile nemmeno lo scenario in cui l’Iran ha la possibilità di dotarsi della Bomba. E tenere sempre caldo il grilletto.

    Per provare a non far impazzire la maionese mediorientale, Barack Obama ha varato un sistema di sanzioni che per la prima volta minaccia seriamente l’economia iraniana. Chi farà affari con la Banca centrale di Teheran sarà punito: commerciare petrolio costerà caro. Le sanzioni scattano da fine giugno ma ne sarà esentato chi avrà ridotto le importazioni di greggio persiano. Di recente, anche la Turchia ha annunciato che taglierà del 20 per cento l’import d’oro nero. E pure la scettica Cina, principale partner energetico iraniano, ha contrattato prezzi molto bassi. L’Iran vede danneggiata la sua principale fonte di sostentamento da quest’architettura legal-finanziaria. E accetta di sedersi al tavolo dei negoziati. Inutile aspettarsi annunci miracolosi: il processo sarà tortuoso. Ma, visti gli interessi strategici di Teheran, qualche chance di iniziare ce l’ha.

    L’Institute for Science and International Security ha proposto un accordo “freeze for freeze” in cui ogni attore cede, passo dopo passo, su un fronte. L’incentivo per l’Iran è un blocco alle sanzioni: prima fermare quelle in rampa di lancio, poi estinguere quelle esistenti. Inoltre, l’accordo riconoscerebbe il programma nucleare civile, con l’importante supervisione di ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica che, di volta in volta, certificherebbe l’assenza di ordigni.

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