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    Droga, yoga e musica trance: l’anno sabbatico degli israeliani dopo il servizio militare

    Il fenomeno dei ragazzi che dopo il servizio militare viaggiano in India o nel sud est asiatico è in grande crescita da alcuni anni. Reduci da tre anni di soggezione a un sistema rigoroso e gerarchico, vogliono godersi la vita in regioni più pacifiche e con regole più blande

    Di Laura Melissari
    Pubblicato il 13 Mar. 2018 alle 15:53 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 23:04

    Guerra droga Yoga. Sembra un inno punk, invece sono tre temi cardine per illustrare una tendenza sociale molto diffusa – e in questo caso la musica è trance.

    Dall’Himachal Pradesh a Goa, attraversare l’India significa imbattersi in intere comunità israeliane. Il fenomeno riguarda giovani dal passaporto scomodo. Addestrati alla guerra, alcuni l’hanno vissuta da vicino e ora vivono “shanti shanti”, tra natura e sostanze stupefacenti.

    Ex soldati post adolescenti alla riscoperta di sé, queste orde di giovani sono inconfondibili: compiaciuti, dal portamento fiero, vestono abiti dalle geometrie etniche e i colori mimetici, comunicano volentieri e in toni amichevoli.

    Nelle zone militarizzate sono accolti come colleghi; complice lo slancio della cooperazione tra i due stati, che hanno da poco celebrato i venticinque anni di apertura dei rapporti diplomatici, firmando numerosi accordi anche in tema di difesa.

    Secondo una ricerca Issta (Israeli Student Travel Association) i giovani che lasciano il paese sono più di un terzo degli oltre 75 mila che ogni anno completano il servizio militare obbligatorio. Finito il liceo e i tre anni di esercito, qualcuno lavora per un breve periodo con lo scopo di pagare il viaggio e ai colloqui la domanda di rito è: “Hai già deciso, dove andrai?”.

    Tra le mete più ambite il sud-sudest asiatico, dove un semestre di backpacking costerebbe 4.000 dollari, a seguire le più costose America Latina, Australia, Nuova Zelanda. In media viaggiano per sei mesi, mentre il 10 per cento dei congedati si trattiene oltreoceano per più di un anno.

    Molti torneranno a casa per iscriversi all’università e cercare lavoro, altri sceglieranno di fermarsi o proseguire per nuove mete esotiche. Solo al rientro sceglieranno quale facoltà frequentare o a quale professione dedicarsi.

    La narrativa più comune descrive una generazione così giovane e già in fuga dal proprio passato che, intenta ad affogare i propri traumi, abusa di sostanze stupefacenti nella terra spirituale per definizione.

    Una tendenza documentata nel film “Flipping Out” di Yoav Shamir, studiata dall’antropologa israeliana Daria Moaz, da cui il libro “India Will Love Me” e dalla giornalista Anna Momigliano che nel libro “Karma Kosher” racconta 15 anni di Israele attraverso il ritratto dei suoi giovani.

    Questa, però, sembra un cliché retaggio degli anni 90, oggi si tratterebbe più di un costume consolidato in una società per natura propensa al viaggio: una sorta di lunga licenza per chi, reduce da tre anni di soggezione a un sistema rigoroso e gerarchico, vuole godersi la vita in regioni più pacifiche e con regole più blande, soprattutto per i turisti.

    L’India è una scelta quasi unisona, le cui ragioni sono varie. L’argomento droghe è pertinente ma non esclusivo. In Israele ne è molto diffuso il consumo e il dibattito sulla legalizzazione della Cannabis è più vivo e concreto che mai.

    Uno studio IADA (Israel Anti Drug Authority) valuta il mercato illegale in 6 miliardi di NIS all’anno e conta circa 300 mila consumatori, sempre più numerosi nella fascia d’età che comprende studenti, soldati e giovani lavoratori. Malgrado costose, hascisc, marijuana, eroina, cocaina, ecstasy, LSD e altri allucinogeni sono sostanze facilmente reperibili.

    “Ogni due anni c’è una guerra, c’è pressione. Molti di noi sono combattenti. Impugniamo il fucile, conosciamo le notti di freddo e tensione, abbiamo partecipato a operazioni in cui sono state coinvolte famiglie: non è bello.” spiega Ari, 27 anni, studente di medicina israelo-sudafricano.

    La realtà a Tel Aviv è a sé stante, la chiamano bubble, la bolla, si scherza sul fatto che per andarci serva applicare per il visto.

    “Tanti da lì riescono a eludere l’obbligo di arruolarsi imposto dalla legge, oppure hanno modo di ottenere punteggi più bassi nella scheda di valutazione, diventando quelli che noi combattenti chiamiamo job nickers, con scherno. A Tel Aviv tutto è diverso, ma i ritmi sono frenetici, il costo della vita folle, l’università è a pagamento. Diventa fisiologico, doversi rilassare”, ammicca.

    I ragazzi sanno già tutto prima di partire e alcuni di loro parlano solo ebraico, perché altro non serve. Hanno una solida rete di contatti, la maggior parte dei loro amici è già lì o ci è stata da poco, a popolare le numerose pensioni gestite da compatrioti.

    Si muovono poco e in gruppo, insieme sono sicuri, contano gli uni sugli altri e creano comunità, sentendosi a casa. Spesso sono percepiti come dei presuntuosi e viziati, che si arrogano ogni diritto, in virtù del fatto che pagano, spendono e contribuiscono allo sviluppo economico di aree rurali altrimenti semi deserte.

    In villaggi come Manali e Kasol il 90 per cento del turismo è così, i nativi salutano in lingua ebraica, è comune comprare design israelita, mangiare kosher e ascoltare musica trance, la più in voga nei club di Tel Aviv. Da qui, il biasimo di chi definisce il caso, una forma di neocolonialismo.

    Si distinguono per stile e metodo i backpacker, viaggiatori di fortuna a budget minimo. In genere critici verso lo stereotipo connazionale, preferiscono vivere l’esperienza come un rito di passaggio individuale.

    Sono aperti al diverso molto più dei conterranei “villeggiatori” e la loro filosofia di viaggio è globale: attraversando il paese costruiscono legami di amicizia con gli autoctoni, ponendosi da pari, apprezzandone la cultura, il cibo e la spiritualità; dormono all’aperto o ospitati dagli stessi indiani, viaggiano sui mezzi pubblici e fanno autostop.

    Il fattore addestramento permette loro di spingersi nei paesaggi più ardui e dai climi ostili senza temere la solitudine. Propensi alla condivisione e al dialogo, sono l’emblema del vivere shanti. Mai si negano al piacere della conversazione che può spaziare amichevolmente, dalle avventure per il mondo alla gastronomia, dalla letteratura al cinema, la vita privata e il sesso, con un unico limite: la politica.

    Tabu. Qualcuno si fa beffardo, evita il discorso, alibi la barriera linguistica, altri fanno scudo in tono aggressivo o solo categorico.

    “L’unico modo che abbiamo di affrontare quest’argomento è che tu ti sieda, mi ascolti mentre ti do una lezione di storia di almeno due ore, senza fiatare. Poi alla fine, se credi, puoi farmi qualche domanda”.

    È la risposta di Ari alle provocazioni di un occidentale con nette opinioni sul conflitto tra Israele e Palestina. Al primo approccio, chiunque di loro, eviterà di addentrarsi in una discussione impari, su temi delicati che richiedono un clima di rispetto reciproco e umiltà.

    Incuriosisce, questa società di viaggiatori, festaioli e scienziati, tecnologicamente avanzata, in cui parità di genere e omosessualità non sono più in discussione ma che non può trattare di politica senza scinderla dalla religione.

    “Non siamo europei, siamo mediorientali e ci sono dinamiche culturali ed emotive che non si possono comprendere nell’ottica occidentale”, spiega Ari.

    Il dibattito fonda su ragioni storiche ancestrali e confonde quando sostenuto da argomenti di valenza contemporanea.

    “In Europa, l’informazione convenzionale trasmette un’immagine di Israele che poggia su preconcetti privi di umanità. È raro incontrare persone realmente interessate a conoscere il nostro punto di vista. Di solito ti attaccano e vogliono dirti la loro per pura polemica, senza ascoltarti realmente”.

    A cura di Anastasia Buscicchio

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