L’obitorio è pieno, ma le madri continuano ad arrivare. Urlano nomi sui cigli delle strade, nei corridoi degli ospedali, davanti a porte chiuse, di fronte a sacchi neri senza etichette. Si disperano recitando la litania del dolore. Cercano figli che non rispondono. A più di venti giorni dal suo inizio, in Iran la rivolta ha superato il punto in cui si contano i morti: ora si cercano i corpi.
Le fotografie dei cadaveri circolano di nascosto, passate di telefono in telefono di persona, perché la rete Internet, come quella telefonica, è ancora totalmente fuori uso. Sono tanti, troppi, i civili “abbattuti” (questo l’ordine emanato dalla Guida suprema Ali Khamenei, diffuso sul dispaccio destinato ai pasdaran: «Abbatteteli»): una cifra ufficiale non c’è, ma secondo diverse organizzazioni umanitarie sul campo e stando al bollettino degli operatori sanitari, le vittime della sanguinosa repressione hanno superato le quindicimila. A Teheran il regime ha riaperto un vecchio carcere per stipare i cadaveri. In molte città, per riavere il corpo di un parente alle famiglie viene chiesto di pagare fino a 700 milioni di toman: è una tassa sulla morte. Un ultimo atto di dominio.
Sosseh gira da giorni tra ospedali e obitori. Suo figlio è uscito di casa per protestare e non è più tornato. «Mi dicono di aspettare, di tornare domani», racconta. «Ma qui il domani non esiste, siamo tutti in pericolo». In mezzo al massacro, qualcosa resiste.
Bagno di sangue
Nei quartieri di Teheran e in altre città, gruppi di giovani scendono in strada con strumenti improvvisati, cantano, ballano. Non è arroganza, è una scelta politica: «La gioia e l’allegria spaventano il regime», dicono. E mentre le melodie si sovrappongono al rumore dei colpi e delle sirene, i loro passi e i loro cori tentano di anestetizzare la paura: «È l’arma più potente che abbiamo in questo momento, non solo contro di loro ma anche per mantenere viva la comunità della rivolta». La Repubblica islamica spara anche lì: spara su chi canta, su chi balla, su chi prova a sottrarre il corpo alla paura, perché «la gioia pubblica è l’opposto dell’obbedienza».
Chi resta per le strade a sfidare i Guardiani della rivoluzione – come Ahmad, 23 anni, studente di Scienze politiche che ora si trova a Mashhad – dice che «non si può davvero più parlare solo di proteste. È una rivoluzione». O almeno un tentativo di rivoluzione. Da Teheran la rivolta contro il regime di Ali Khamenei si è estesa agli altri capoluoghi e di fronte a milioni di persone che urlano «a morte il dittatore», la risposta degli ayatollah è feroce: le esecuzioni avvengono direttamente per le strade e, nelle ultime ore, anche entrando di casa in casa, a caccia dei dissidenti, descritti come spie del nemico. Un bagno di sangue.
Per le strade ci sono soprattutto giovani universitari, esattamente come Ahmad. Ma questa non è un’insurrezione sulla scia del movimento “Donna, vita, libertà” – che aveva caratterizzato le proteste del 2022, a seguito della morte di Mahsa Zhina Amini per mano della polizia morale. Quest’ondata è più categorica, raccoglie istanze e voci diverse e insieme ha una radice comune: la necessità di sopravvivere.
La miccia
Non a caso tutto è partito nel cuore della società iraniana, il Grand Bazar di Teheran. Quella dei bazaari (i commercianti) è sempre stata una corporazione benestante e influente, ma soprattutto leale agli ayatollah: la crisi economica si è però riversata col tempo anche su di loro e sul loro potere d’acquisto. Per questo, in piazza e per le strade, ci sono persone come Nader – un commerciante di spezie di 67 anni che ha ereditato la postazione dal padre – accanto a ventiduenni come Setareh e Anahita. Insieme lottano contro l’oppressione dei diritti, a partire dal diritto alla sopravvivenza: «Il prezzo del pane è aumentato del 400 per cento, il rial non vale più nulla».
La miccia è una teocrazia che, a suon di corruzione, mala gestione ed embarghi, ha fatto schizzare l’inflazione e affamare la popolazione. Non solo i beni di prima necessità (pane, acqua, riso) sono diventati un lusso per pochi, ma anche il petrolio non rende più come un tempo perché «viene ceduto di contrabbando sul mercato nero, a prezzi stracciati, per intascarsi i proventi», confessa Reza, un dipendente statale, a TPI. «Siamo al paradosso: nonostante l’Iran sia ricco di petrolio, spesso rimaniamo senza benzina o elettricità. Sapete perché la nostra aria è spesso irrespirabile?», dice, «perché quando siamo a secco, per produrre energia vengono bruciati gli scarti peggiori del petrolio. Sostanze nocive che ci costringono a stare trincerati in casa per giorni perché non si riesce a respirare, come è avvenuto a novembre».
La rivolta nasce insomma anche dal collasso materiale: l’inflazione ha divorato salari e risparmi. Nader racconta cosa è accaduto qualche giorno fa: «Ci hanno costretto ad aprire. Poi i Guardiani si sono appostati fuori dai negozi e sparavano a chi usciva». Anche il bazar, per decenni pilastro ambiguo del sistema, oggi è un luogo di terrore.
Nelle strade non si parla più di arresti: si parla di massacro. Le Guardie della rivoluzione e le milizie al loro servizio stanno passando in rassegna quartieri interi. Entrano nelle case, arrestano chiunque sia sospettato di aver protestato. Usano manganelli, coltelli, taser. Sparano. Non per disperdere, ma per annientare.
Regime d’assedio
I giovani però non se ne vanno. Restano nelle piazze, nei vicoli, nei quartieri popolari, gridano: “Morte al dittatore”. Ripetono una domanda che è diventata uno slogan: «Quando il tuo assassino è la polizia, chi puoi chiamare?». È una frase che racconta la fine di ogni protezione e la rottura definitiva del patto tra Stato e società. «Non hanno capito che noi non protestiamo perché pensiamo di vincere subito, ma perché vivere così non è più vivere», scrive Marjan, 22 anni, studentessa universitaria.
Gli scontri si sono propagati a Rafsanjan, Khorramabad, Kermanshah, Isfahan, Mashhad, Gonbad-e Kavus, Khoy, Langarud, Kahrizak e via via in altre città. A Teheran vaste aree sono sotto una sorveglianza militare permanente: «C’è un regime marziale ormai», ripete chi non intende più sottomettersi alla guida suprema. Viale Jomhouri, nel centro della capitale, è presidiato dalle forze speciali Nopo, l’unità d’élite anti-terrorismo della Polizia iraniana (Faraja), che ha un lungo curriculum di violazioni dei diritti umani, incluse sanzioni internazionali per la violenza propinata contro i manifestanti. Pattuglie motociclistiche armate di kalashnikov controllano ventiquattr’ore su ventiquattro i quartieri: è una capitale occupata. Eppure, la sera del 14 e 15 gennaio, i giovani ribelli sono tornati in strada: a Qolhak un deposito di munizioni dei Pasdaran e dei Basij è stato incendiato; ad Abdanan, nella provincia di Ilam, migliaia di persone hanno partecipato al funerale dell’adolescente ucciso Alireza Seidi, trasformandolo in una manifestazione di massa. «Questo è l’anno del sangue», gridavano.
A Rafsanjan edifici del Comitato di soccorso Imam Khomeini, un ufficio postale e una banca statale sono stati dati alle fiamme. A Khorramabad il regime, temendo la caduta degli edifici governativi, ha schierato carri armati nei punti chiave della città e in alcune aree montane, tra Kermanshah e Ilam, fonti locali raccontano di «territori temporaneamente fuori dal controllo statale». Il coprifuoco è in vigore, ma viene apertamente ignorato.
Isolati dal mondo?
Internet e rete telefonica sono completamente interrotti: le famiglie non riescono a comunicare né all’interno del Paese né all’esterno. L’Iran è isolato ed è questa la condizione più pericolosa. «La comunità internazionale deve sapere cosa sta accadendo qui: c’è un governo che sta massacrando il suo stesso popolo. E questo popolo continua a marciare per le strade a testa alta, pacificamente», ripete Soraya, una giornalista di 34 anni che cerca, come può, di diffondere informazioni e video. In molti guidano per ore fino al confine con la Turchia solo per riuscire ad agganciare una cella telefonica straniera e inviare un messaggio: «Sono vivo». Poi tornano indietro. Un viaggio per dare speranza: «Chi parte, raccoglie i numeri anche dai vicini di casa, così da poter chiamare i loro parenti residenti all’estero e rassicurare».
Nella notte del 14 gennaio scorso, a Teheran, un gruppo di studenti universitari – si fanno chiamare “i giovani della rivoluzione”, tutti iscritti a Ingegneria informatica – riesce a collegarsi a Internet grazie a Starlink, che funziona a intermittenza perché il regime disturba il segnale Gps. «Stavolta o ce la facciamo o ci massacrano», ci dicono. Poi un boato. Urla. Colpi d’arma da fuoco. La linea cade. Non è più stato possibile contattarli. Farhad, uno di loro, aveva detto poco prima: «Se restiamo in silenzio, moriamo comunque».
Ahmad ribadisce: «È legge marziale. Le città sono militarizzate, presidiate da Basij e milizie sciite straniere, le più feroci: non gli basta sparare un colpo a un ragazzo, si accaniscono e spesso prima ci picchiano. I feriti sono migliaia, gli ospedali sono stracolmi e iniziano a scarseggiare anche i farmaci. Arresti di massa, sparizioni forzate e impiccagioni non si stanno affatto fermando. Vogliono che rimaniamo blindati in casa, ma noi, finché ce la faremo, non gliela daremo vinta».
Repressione esternalizzata
Le forze oggi impiegate nella repressione non sono più prevalentemente paramilitari locali. Poiché i Pasdaran non riescono a contenere una mobilitazione di massa, il regime ha chiamato milizie mercenarie dall’Iraq, dall’Afghanistan, dal Libano e dallo Yemen. Secondo Esan, militare iraniano che dal 2022 cerca di aiutare la rivolta dall’interno, ne sono arrivati oltre duemila negli ultimi quindici giorni: «Non rispondono a nessuna legge iraniana. Rispondono solo agli ordini», confessa. E nel frattempo l’esercito nazionale è stato svuotato: «Ai soldati semplici hanno tolto completamente le armi, solo i comandanti fidati sono armati. Tutto il resto è nelle mani delle Guardie della rivoluzione e dei mercenari». È anche per questo che la violenza è diventata così brutale: è una repressione esternalizzata, sganciata da ogni residuo di legittimità.«Siamo in uno stato di guerra», aggiunge Sahar. «Io sono in strada. Non vedo la mia famiglia da sedici giorni. Loro sono chiusi in casa, io non torno per paura che mi seguano e che li uccidano».
Tra chi resiste c’è disperazione, ma anche lucidità. C’è chi vorrebbe un intervento americano immediato e chi, al contrario, spera che arrivi solo alla fine del percorso. «Altrimenti», dicono, «la nostra rivoluzione verrebbe azzerata, cancellata». In molti non vogliono passare da un’egemonia all’altra: «Noi iraniani siamo orgogliosi, le battaglie vogliamo combatterle mettendoci la faccia in prima persona. Certo, arrivati a questo punto un aiuto servirebbe, ma un aiuto non significa voler essere colonizzati, non un nuovo regime imposto. Questa è la nostra Rivoluzione francese». L’aiuto che chiedono, oltre a quello umanitario e alla protezione dei civili, è uno solo: non alimentare il loro isolamento. Parlare di ciò che sta accadendo, continuare a guardare.
L’accento della libertà
Nessuno, oggi, in Iran parla più di ritorno alla normalità: quella, la normalità, è stata sepolta sotto i corpi. Le prospettive che circolano tra chi è in strada sono tre, tutte rischiose, nessuna indolore. La prima è la caduta del regime per logoramento: scioperi, paralisi amministrativa, defezioni interne. È lo scenario più desiderato, ma anche il più lento e irrealizzabile e richiede che l’esercito regolare prima o poi rompa il patto di obbedienza e si schieri con il popolo. Per ora, quel momento non è arrivato. «Senza contare – chiarisce Reza – che in quel caso si arriverebbe alla vera guerra civile e se qui ogni gruppo etnico inizia a tirare fuori le proprie armi, la situazione precipita come in Siria».
La seconda strada è l’escalation totale, una repressione ancora più violenta, con l’uso sistematico delle milizie straniere e il rischio concreto di una guerra civile a bassa intensità. È la strada che il regime sembra aver già imboccato. E che potrebbe trasformare l’Iran in un Paese frantumato, isolato e permanentemente militarizzato.
La terza è l’interferenza esterna, diretta o indiretta. Su questo scenario il Paese è diviso: c’è chi la invoca come unica via di salvezza e chi la teme come la fine di ogni sovranità. «Non vogliamo passare da un padrone all’altro», dicono in molti. «La nostra libertà deve avere accento iraniano». In tutte e tre le ipotesi, una cosa appare chiara a chi è in strada: nulla sarà breve. La rivoluzione non è un evento, è un processo. E sarà doloroso.
Mentre le strade bruciano, il regime prepara il suo paracadute. Fonti interne riferiscono con certezza a TPI che gli ayatollah hanno iniziato a trasferire beni e familiari in Russia e dalla Banca centrale di Teheran sarebbero già scomparse 70 tonnellate d’oro. «È il gesto tipico dei sistemi che non credono più alla propria durata, a meno che l’America non stia già trattando sottobanco qualche vantaggio economico per svenderci», è il timore di chi non vede di buon occhio «l’attendismo di Trump a intervenire».
Chi resta in strada è convinto che non esistano alternative. O questa rivoluzione porterà al superamento della Repubblica islamica, oppure l’Iran si cristallizzerà in una prigione per decenni. Non intravedono vie di mezzo: per questo la protesta è trasversale, per questo la chiamano “l’ultima occasione”. Per anni gli iraniani hanno avuto paura di un’altra rivoluzione. Sanno tutti com’è finita l’ultima: con un Paese sequestrato e un’autorità diventata assoluta. Oggi quella paura non basta più. Perché, come ripete Setareh, «quando tutto è già perduto – il lavoro, l’acqua, i figli – la lotta e il rischio diventano l’unica forma di sopravvivenza». In Iran il tempo delle riforme è finito, quello delle illusioni pure. Resta una società che canta mentre le sparano addosso, che balla mentre conta i morti, che resiste esecuzione dopo esecuzione. E un regime che uccide per sopravvivere.