Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    Iran vs Israele, e ora? Ecco cosa sta cambiando in Medio Oriente

    La Cupola di Roccia nel complesso della Moschea di Al-Aqsa nella Città Vecchia di Gerusalemme. Credit: AP

    Dopo il raid degli ayatollah Israele ha scelto di rispondere con un attacco frontale ma limitato. E verso un obiettivo simbolico. Netanyahu non vuole disperdere il sostegno internazionale riacquisito. E ora può presentare il conto agli Stati Uniti

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 23 Apr. 2024 alle 09:39 Aggiornato il 26 Apr. 2024 alle 09:36

    Quando nella notte tra il 13 e il 14 aprile, mentre la contraerea israeliana con il sostegno di diversi alleati regionali abbatteva la quasi totalità dei circa 300 tra missili e droni lanciati dall’Iran, il gabinetto di guerra dello Stato ebraico stava ragionando su come rispondere all’attacco messo in campo da Teheran e la rosa delle possibilità prese in considerazione è stata verosimilmente molto vasta.

    A far desistere Israele da una reazione immediata e optare per una risposta chiara ma mirata a pochi giorni di distanza, tale da non causare un’escalation, è stata in primis la telefonata notturna tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu.

    In quell’occasione, a quanto riportano i media, il presidente statunitense avrebbe invitato l’alleato a prendersi quella che agli occhi di numerosi osservatori risultava a tutti gli effetti una grande vittoria, con il Paese uscito pressoché indenne da uno degli attacchi più ampi della recente storia del Medio Oriente, oltretutto avvenuto direttamente contro il proprio territorio.

    Forse proprio quest’ultimo elemento ha portato Israele a scegliere di reagire comunque, ma una serie di altri fattori hanno fermato Netanyahu dall’intraprendere una reazione forte. Israele ha infatti optato per un attacco limitato – che ha colpito un obiettivo specifico, una base militare presso Isfahan – ma direttamente sul suolo iraniano. E sicuramente non è stata una scelta casuale. Nella città, situata nell’entroterra iraniano, hanno sede importanti strutture legate al programma nucleare di Teheran: così Israele ha fatto capire non troppo velatamente di essere in grado di colpirle.

    Vincitori e vinti
    Se questo attacco non ha messo in moto alcuna escalation, è però bene porsi una serie di interrogativi, mettendo in luce quali sarebbero potute essere le altre risposte israeliane e provando a comprendere cosa succederà adesso.

    La notte in cui ha subito l’attacco con i missili e i droni da parte dell’Iran, lo Stato ebraico ha ottenuto una vittoria, e non solo dal punto di vista militare.

    È vero, Teheran probabilmente mirava soprattutto a ottenere un risultato simbolico: la notizia che avrebbe lanciato un raid come risposta al bombardamento israeliano su Damasco del primo aprile era stata annunciata, e una rappresaglia scenografica è qualcosa che l’Iran ha potuto presentare come un successo all’opinione pubblica. Ma è anche vero che, visto l’ampio numero di mezzi bellici messi in campo, la Repubblica islamica si aspettava un successo maggiore dal punto di vista militare.

    La vittoria sul campo, tuttavia, non è l’unico risultato ottenuto quella notte da Israele, ragion per cui nella sua risposta lo Stato ebraico ha dovuto usare una prudenza che negli ultimi tempi aveva più volte messo da parte. Israele, infatti, da mesi ha un rapporto sempre più freddo con i suoi storici alleati occidentali, dovuto al modo in cui sta portando avanti la guerra a Gaza, dove lascia cadere nel vuoto molte delle richieste e preoccupazioni che vengono poste, rischiando, nel tempo, di trovarsi in un pericoloso isolamento diplomatico.

    Nella notte dell’attacco, invece, lo Stato ebraico ha mostrato di non essere solo, ricevendo non tanto parole di vicinanza e solidarietà, quanto il sostegno materiale da parte degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Francia e anche della musulmana Giordania, che hanno messo a disposizione le loro strutture, i loro radar, utilizzato la loro contraerea e fatto volare i propri aerei militari per contribuire a fermare l’attacco iraniano. Una boccata d’aria per un Paese che oggi si trova in una situazione difficile nello scacchiere diplomatico: una boccata d’aria che però lo Stato ebraico, con una reazione sopra le righe, avrebbe rischiato di dilapidare.

    Dall’altra parte, Israele è uno Stato che ha sempre fatto della propria difesa un fatto esistenziale forse più di qualsiasi altra nazione. Fin dalla sua nascita, si trova a condividere la regione con governi e milizie che non ne riconoscono l’esistenza e ne vorrebbero la fine: negli anni gli atteggiamenti di molti Paesi sono cambiati, sono state combattute guerre ma anche stretti accordi e siglati trattati di pace, ma ancora oggi i nemici sono tanti, come abbiamo recentemente visto, e dal punto di vista israeliano mostrare debolezza avrebbe rischiato di fornire elementi di vantaggio agli avversari locali.

    È per questo che, messa in congelatore l’ipotesi di una rappresaglia immediata la sera stessa, Israele ha annunciato che una risposta contro Teheran sarebbe stata inevitabile. Soprattutto poiché l’Iran, per la prima volta, aveva cercato di colpire in modo diretto il suo territorio dopo che per anni lo scontro tra i due Paesi è avvenuto “per procura” (attraverso minacce ibride, attacchi da parte di alleati regionali e scontri in territori terzi).

    Bilanciamento
    Israele si è dunque trovato a dover scegliere tra il rischio di sembrare debole e quello di innescare un’escalation, ponderando con cura cosa fare e optando alla fine per una risposta limitata quanto simbolica. Ma non l’unica in campo.

    Sicuramente da parte dello Stato ebraico c’è stata la tentazione di cogliere il momento per colpire il programma nucleare iraniano, che da tempo viene vissuto come una minaccia esistenziale.

    Ma questa operazione non solo si sarebbe rivelata tecnicamente complessa (l’Iran è un Paese molto vasto e le strutture legate al programma sono spesso in aree interne), ma avrebbe anche inevitabilmente scatenato una reazione assai dura, per quanto Israele non sia nuova a svolgere azioni del genere, come quando nel 1981, stavolta contro l’Iraq, nell’operazione “Opera” colpì il reattore Osirak a ben 1.600 chilometri di distanza, ponendo di fatto fine al programma nucleare di Baghdad.

    Colpire un bersaglio in una città che ospita strutture legate alle ambizioni nucleari di Teheran lascia intendere come tale opzione sia stata verosimilmente presa in considerazione. Sempre dal difficile rapporto con l’Iraq, tuttavia, la storia ci racconta un altro elemento della vicenda.

    Nel 1991, mentre era in corso la guerra del Golfo, Saddam Hussein lanciò saltuariamente missili contro Israele, sperando in una reazione dello Stato ebraico che avrebbe portato a rompere il fronte dei Paesi arabi alleato degli Stati Uniti. Su pressione dell’allora presidente George Bush padre, non vi fu risposta e la coalizione tenne.

    Stavolta la questione è andata diversamente, ma il fatto che la risposta sia stata più limitata del previsto potrebbe essere un elemento con cui Israele tenterà di muovere una leva diplomatica su Washington per ottenere qualcosa, magari un via libera alla controversa offensiva terrestre su Rafah, obiettivo dichiarato di Israele nella guerra a Gaza che tuttavia ha creato forti preoccupazioni di natura umanitaria in tutta la comunità internazionale.

    Un’altra possibile azione da parte di Israele sarebbe stata quella di colpire qualcuno dei numerosi alleati regionali di Teheran, come gli Houthi o Hezbollah.

    Ma anche in questo caso, la situazione si sarebbe dovuta gestita ponderando bene le conseguenze: Israele si scontra periodicamente con queste milizie, e colpirle come risposta avrebbe verosimilmente portato a un’azione più incisiva del solito, con il rischio di aprire nuovi fronti, mentre lo Stato ebraico è già alle prese con una guerra a Gaza e si trova in un confronto armato in altri teatri, a partire dal suo confine settentrionale.

    Infiammare anche una situazione limitata avrebbe potuto aprire un secondo fronte, un pericolo concreto soprattutto al confine con il Libano dove lo scontro con Hezbollah, riaccesosi dopo gli attacchi di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre, si fa sempre più caldo.

    Alla fine, Israele è riuscito a trovare una sintesi tra tutte queste possibilità: all’attacco diretto contro il proprio territorio ha risposto con un attacco sul suolo iraniano, seppur limitato. Ha desistito dal colpire il programma militare ma ha mostrato di essere in grado di colpirlo e ha evitato una reazione eccessiva tale da minare il sostegno diplomatico ottenuto, che ora proverà verosimilmente a usare come moneta di scambio con gli Stati Uniti, probabilmente per conseguire i suoi obiettivi nella guerra a Gaza.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version