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    Ecco perché il problema tra Israele e Palestina è una questione di rappresentatività

    Fabrizio Bertot (a sinistra) durante il suo viaggio in Israele

    L'europarlamentare italiano Fabrizio Bertot racconta a TPI il suo viaggio in Israele e Cisgiordania, spiegando il motivo per cui la soluzione “due popoli due stati” secondo lui non è attuabile

    Di Anna Ditta
    Pubblicato il 9 Ago. 2017 alle 19:39 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:13

    “Il mio è sempre stato un approccio filo-italiano, bisogna guardare a quello che è meglio per l’Italia per sapere che posizione prendere”. Fabrizio Bertot, eurodeputato del partito popolare europeo, è ritornato di recente da un viaggio in Israele durante il quale ha visitato la Samaria, la città palestinese di Hebron, nel sud della Cisgiordania, arrivando fino al confine con la Siria. Il suo viaggio, racconta a TPI, è stato un modo per studiare la politica estera partendo dall’osservazione diretta, l’unica tecnica che – secondo lui – funziona davvero per comprendere le dinamiche internazionali.

    Bertot è membro di Forza Italia ed ex sindaco di Rivarolo Canavese, un comune piemontese sciolto per presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nel 2012, poi derubricate a semplice voto di scambio. La vicenda non lo ha coinvolto direttamente, vedendo implicati invece l’ex segretario comunale Antonino Battaglia e l’imprenditore Giovanni Macrì.

    Negli ultimi anni si è occupato soprattutto della situazione tra Russia e Ucraina, recandosi in Crimea (per seguire il referendum del 2014 come unico osservatore italiano) e poi nel Donbass. Più di recente la sua attenzione si è focalizzata sul Medio Oriente, con un viaggio in Siria organizzato a marzo 2017 dalla commissione esteri della Duma, la camera bassa russa, al quale ha preso parte anche il senatore di Forza Italia Antonio Razzi. In quell’occasione Bertot ha avuto colloquio di tre ore con Assad. “La mia non è mai stata una presa di posizione”, sottolinea. “Sono andato lì per vedere com’era la situazione. Assad è un dittatore come tanti”.

    A luglio invece ha avuto l’opportunità di visitare Israele. “Prima del viaggio conoscevo solo la questione nota a tutti. Sentivo dire ‘due popoli due stati’. Avevo quest’opinione molto generica. Ma bisogna andare a vedere per capire com’è davvero la situazione”.

    Cosa ha potuto appurare durante il suo viaggio?

    Durante il viaggio ho capito che la soluzione “due popoli, due stati” non è concretamente possibile. Quando ho visto il confine ipotetico, a poche centinaia di metri dall’aeroporto di Tel Aviv, ho capito che non si può vivere tranquilli se il paese accanto ha scritto nella sua costituzione che io non devo esistere.

    E poi non c’è un altro popolo. Nel senso che lì i cosidetti “territori contesi” sono il deserto. Se scegliamo “due popoli due stati” facciamo almeno in modo che un popolo possa vivere con un certo margine di sicurezza.

    Questo è il mio ragionamento da italiano. Non può esserci il rischio che un civile italiano o europeo che vada in Israele e sia abbattuto su un aereo civile. Ci sono certe esigenze di sicurezza che sono anche nel nostro interesse, e questo mi ha fatto cambiare idea sulla soluzione molto generica di “due popoli due stati”.

    È evidente che il dialogo internazionale deve andare in una direzione diversa. Anche perché stando sul posto e chiacchierando con le persone, anche visitando attività produttive, ho visto che israeliani e palestinesi lavorano insieme. Questo c’entra con la crisi politica.

    In che senso?

    Parlando con i palestinesi ho avvertito una crisi di rappresentatività. Quando noi parliamo di autorità governative israeliane (ho parlato con il ministro israeliano alla comunicazione, con alcuni parlamentari di maggioranza e opposizione), nessun cittadino israeliano ha detto: no, non mi rappresentano. Invece gli arabi con cui ho parlato mi hanno detto “le cosidette autorità palestinesi non ci rappresentano”.

    Questo mi ha fatto pensare: da una parte c’è uno stato piccolo, in crescita, dall’altra non è ben chiaro cosa c’è. Mi sono chiesto: stiamo parlando con le persone giuste? O soltanto con delle autoproclamate autorità palestinesi? Un po’ come in Libia.

    La crisi di rappresentanza ce l’hanno anche Unione europea e Onu. L’Ue non rappresenta i popoli europei, l’Onu non rappresenta i popoli del mondo. Ormai questi organismi sono diventate macchine che sviluppano politiche spesso contrastanti con gli interessi di coloro che dovrebbero rappresentare.

    Per l’Onu, ad esempio, parliamo di un’istituzione che in questo momento ha la commissione diritti umani presieduta dall’Arabia Saudita. Penso che Onu e Ue siano un po’ il simbolo, insieme alle cosidette autorità palestinesi, di questa diffusa crisi di rappresentanza. Tant’è vero che sono soggetti che in questo momento stanno dialogando tra loro.

    Finché non si sbroglia questo nodo della falsa rappresentatività non si risolve il problema. Perché è proprio nel mantenimento del problema che queste autorità giustificano la loro stessa esistenza.

    Con quali palestinesi ha avuto modo di parlare?

    A Hebron ho parlato con palestinesi che vivevano nei territori contesi. Loro dicono: noi ci sentiamo arabi, siamo musulmani, ma la nostra idea non è quella che in questo momento stanno portando avanti queste cosidette autorità palestinesi. Non vogliamo dividerci, se no finiamo confinati in una terra povera. Sarebbe meglio invece mantenere la nostra identità e integrarci. In più posti mi hanno detto: “io sono arabo, ma qui nessuno mi impedisce di lavorare, anzi guadagno di più”.

    Ma questo è un processo difficile perché da un lato significherebbe sbugiardare in qualche modo le autorità palestinesi e dall’altro anche avviare le autorità israeliane verso un processo lungo e difficile. Israele è uno stato fondamentalmente ebraico (anche se io ho incontrato un ministro druso, quindi non di religione ebraica). Ma integrare in maniera organizzata la comunità araba potrebbe portarli a un rilevante dibattito interno, perché significherebbe passare da stato ebraico a stato laico.

    Israele ha fondato sulla religione il senso di unitarietà dello stato, che peraltro è uno stato giovane, per questo si innescherebbe un dibattito interno non indifferente.

    Anche il presidente statunitense Donald Trump ha messo in dubbio la soluzione “due popoli due stati”.

    Non ho ancora capito esattamente quale sia il disegno di Trump sull’argomento, al di là del gesto simbolico di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, che in questo momento sembrerebbe una provocazione.

    Però sembra una provocazione anche il voto dell’Unesco su Hebron, che è stata dichiarata patrimonio islamico. È un’assurdità. Lì ci sono le tombe di Abramo, Isacco e Giacobbe, i fondamenti della religione ebraica, che è di ottocento anni prima rispetto alla nascita di Maometto, quindi è naturale che sia riconosciuto anche il valore del sito per la religione ebraica.

    Qual è quindi la via da percorrere secondo lei?

    L’interesse dell’Italia e dell’Europa è avere buoni rapporti con Israele, affinché lì cresca una democrazia matura come la nostra. Integrare i palestinesi nell’ambito di un processo di laicizzazione sarà difficile, ma è una loro questione interna.

    È bene che la democrazia cresca in un territorio che sia adatto. L’abbiamo già visto, esportare la democrazia non funziona. È uno strumento da maneggiare con cura. Bisogna vedere chi ce lo ha in mano. Abbiamo visto ad esempio cosa è successo in Libia o in Egitto. Se invece la utilizzano gli israeliani abbiamo la prova che la sanno utilizzare, perché comunque condividono la nostra cultura. Se parliamo di stati che hanno alle loro basi il rispetto della vita, il rispetto della famiglia e il rispetto della donna, ben venga che utilizzino la democrazia, che crescano e possano sviluppare quelle sinergie con l’Europa occidentale di cui lei stessa ha bisogno.

    La pace nel mondo la ottieni solo in un modo: o comprandoti gli stati, come ha provato a fare nel dopoguerra l’imperialismo americano, o facendo la guerra. In questo momento c’è questo potenziale di democrazia vero, bisogna fare in modo che si rafforzi e permetta un ragionamento integrativo con il popolo palestinese, bypassando le cosidette autorità palestinesi che da quanto ho potuto verificare non rappresentano le esigenze e gli interessi del popolo.

    Nel mese di luglio c’è stato un attacco da parte di alcuni arabo-israeliani alla Spianata delle Moschee. Ha avvertito in qualche modo un inasprimento del clima nel paese? 

    L’attacco alla Spianata delle moschee è avvenuto pochi giorni dopo che io sono ripartito. È colpa dell’atteggiamento da tifoso da stadio che spesso si assume su certe situazioni. Capita che ci sia chi fa degenerare la cosa. Se uno si mette a sparare ai soldati si sta candidando a essere ucciso.

    Per me Gerusalemme è i luoghi di Gesù e bisognerebbe riflettere sul fatto che proprio lì si incontrano anche Ebraismo e Islam, cioè le tre grandi religioni monoteismo. Questo deve farci riflettere sul fatto che stiamo usando degli schemi di confronto sbagliati, ognuno vuole imporre il proprio schema metrico all’altro.

    Abbiamo situazioni in cui Islam e cristianesimo convivono alla perfezione, ad esempio il Libano, in tutto il mondo cristiani ed ebrei convivono adesso senza problemi – anche se ci sono stati tempi diversi – e ci sono anche posti in cui ebrei e musulmani convivono, come ad esempio nei luoghi controllati dalle autorità israeliane, in cui i musulmani possono svolgere le loro attività.

    Nessun ebreo ha mai impedito a un musulmano di essere musulmano, anzi, gli ebrei a differenza nostra hanno un approccio della religione molto selettivo. Quindi non hanno difficoltà ad integrarsi con i musulmani che non li vogliono sterminare.

    Pensa di presentare qualche istanza al Parlamento europeo sul tema mediorientale?

    Adesso mi auguro di portare questi temi a conoscenza delle forze politiche italiane nazionali. In vista delle elezioni politiche l’anno prossimo voglio che il mio partito sviluppi delle posizioni di politica estera in questa direzione.

    Non possiamo andare alle elezioni all’insegna del comitato elettorale, bisogna andarci come partiti. E un partito è tale quando ha delle posizioni. La politica estera deve necessariamente partire da delle posizioni e io sono convinto che proprio sulle posizioni prese in politica estera si determineranno gli scenari della terza repubblica che ha da venire e penso che si svilupperà dalla prossima legislatura in poi.

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