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    Come salvarsi dall’imperialismo delle Big Tech: intervista a Dario Guarascio (La Sapienza)

    Da sinistra: Sam Altman (OpenAI), Robin Li (Baidu), Kuo Zhan (Alibaba), Peter Thiel (Palantir), Sundar Pichai (Google)

    “I giganti digitali americani e cinesi partecipano attivamente alle attività militari e di intelligence dei rispettivi governi. E il loro strapotere indebolisce la democrazia. L’Ue è stata miope. Ma non è tutto perduto”. Colloquio col prof. Dario Guarascio, autore del saggio “Imperialismo digitale”

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 8 Mag. 2026 alle 12:24

    Dario Guarascio, professore associato di Politica economica alla Sapienza di Roma, ha pubblicato per la collana Anticorpi di Laterza “Imperialismo digitale”, un saggio sull’economia e la guerra ai tempo delle piattaforme e dell’Intelligenza artificiale. Non solo negli Stati Uniti e in Europa, ma anche in Cina.

    Professore, cos’è l’imperialismo digitale?
    «Partiamo dalla parola “imperialismo”. Il primo a usarla fu John Hobson all’inizio del Novecento, seguito tra gli altri da Rudolf Hilferding e Vladimir Lenin. Alla base della teoria dell’imperialismo c’è la tesi secondo cui la guerra è il risultato di contraddizioni proprie del capitalismo».

    Spieghi.
    «Il capitalismo porta a forti concentrazioni di potere economico e tecnologico. Ma, paradossalmente, laddove si vengono a creare dei monopoli e laddove l’innovazione rende sempre più efficienti i processi produttivi, i margini di crescita dei profitti domestici si restringono a causa della compressione della quota di reddito destinata al lavoro e della produzione in eccesso che l’innovazione consente di realizzare ma i mercati nazionali non riescono ad assorbire. Ecco allora che si va a cercare di conquistare i mercati internazionali. È lì che si produce conflitto: conflitto per il controllo delle rotte commerciali, delle fonti delle materie prime… Negli anni Sessanta altri teorici aggiornano questa teoria individuando nelle grandi imprese – specialmente quelle che collaborano con l’apparato militare – un vettore fondamentale di innovazione tecnologica: la spesa militare diventa così uno strumento centrale per l’accumulazione capitalistica, soprattutto nelle fasi di incertezza globale, in cui il mercato fa più fatica a garantire flussi di domanda sostenuti e margini di profitto elevati».

    Perché oggi l’imperialismo è «digitale»?
    «Perché oggi assistiamo alla riproposizione dei meccanismi di cui dicevo – la deflagrazione dei conflitti globali e lo scontro per il controllo di mercati, tecnologie e materie prime – ma tutto ciò avviene in un contesto in cui il funzionamento delle nostre economie dipende sempre di più, e a tutti i livelli, da infrastrutture e tecnologie digitali: ormai non potremmo fare più nulla senza email, sistemi di messaggistica, cloud e intelligenze artificiali. Né gli Stati potrebbero fare la guerra o svolgere attività di controllo sociale, repressione e intelligence».

    Anche la sicurezza nazionale dipende dal digitale.
    «Armi autonome, droni, cyber attacchi, sistemi di supporto alle decisioni… Tutti questi sono ambiti che in buona misura le imprese della Silicon Valley – e oggi anche le imprese digitali cinesi – hanno sviluppato e controllano sul piano dei brevetti, delle conoscenze e delle tecnologie vere e proprie. Così si viene a creare un rapporto di mutua dipendenza tra la parte statuale (in particolare l’apparato militare e di intelligence) e le imprese digitali: da una parte lo Stato non può fare a meno di quelle tecnologie, di quelle infrastrutture, di quelle conoscenze; dall’altra, quanto più sono forti l’incertezza globale e la difficoltà nel continuare a crescere sui mercati internazionali, tanto più le Big Tech hanno bisogno dell’alleanza con il governo di loro pertinenza – quello statunitense per le imprese americane, quello cinese per le aziende cinesi – sia per dirimere controversie con governi stranieri che potrebbero voler ostacolare la loro presa monopolistica su infrastrutture e mercati sia, soprattutto, per poter mettere le mani su una torta, quella delle spese militari, che è sempre più grande».

    È una mutua dipendenza alla pari?
    «Rispetto al rapporto che le multinazionali del Novecento avevano con i rispettivi Stati, oggi le Big Tech sembrano avere un “potere contrattuale” maggiore, dato dalla loro natura sistemico-infrastrutturale, dalla loro dimensione finanziaria e soprattutto dalla loro capacità di controllo (pensiamo all’influenza dei sistemi social sul consenso politico). D’altro canto, però, lo Stato dispone di leve che potrebbero consentirgli di gestire con più efficacia la dialettica con quelle imprese: dalle regolamentazioni sull’accesso ai dati personali alla possibilità di imporre dei paletti allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, fino a eventuali limitazioni alla capacità di usare il nucleare di nuova generazione per alimentare i data center. Inoltre, il Governo può sfruttare a proprio vantaggio la competizione che c’è tra le stesse Big Tech: quando Anthropic si è rifiutata di contribuire ad attività di sorveglianza di massa disposte dal Pentagono, le è subito subentrata OpenAI».

    A proposito, le tecnologie digitali rendono più facile e più pervasivo il controllo sui cittadini da parte degli Stati.
    «Da un lato, il conflitto – che, come spiegavo prima, ha radici economiche – rende la spesa militare un elemento di diretto interesse per i soggetti che vedono in essa la possibilità di arricchirsi. Dall’altro, questa crescente instabilità del sistema genera disuguaglianze, conflitto capitale-lavoro, frammentazione del corpo sociale: tutto ciò crea domanda di sorveglianza e di repressione, quindi di strumenti digitali finalizzati a questo. È così che, solo per fare alcuni esempi, le americane Palantir e Google, o le cinesi Huawei e Tencent, forniscono ai rispettivi governi gli strumenti attraverso cui viene sorvegliata la popolazione o vengono attivate azioni repressive».

    Così, di fatto, le grandi imprese tecnologiche partecipano attivamente al governo degli Stati.
    «Io nel libro affermo che le Big Tech sono gli occhi, le orecchie e il braccio armato del Governo. Ma se delle entità private diventano soggetti indispensabili allo svolgimento di attività vitali per il Governo, è ben difficile che quello stesso Governo sostenga delle regolamentazioni efficacemente stringenti sul loro potere economico. Poi c’è anche un altro elemento da tenere presente».

    Vale a dire?
    «La partecipazione diretta ai conflitti dà a queste imprese l’opportunità di testare nuove tecnologie acquisendo conoscenze che possono diventare molto preziose e trasformarsi in vantaggi competitivi anche in ambito civile. Sui campi di battaglia queste imprese portano all’estremo le loro tecnologie e applicazioni per aggiustarne e raffinarne il funzionamento. Anche a costo di determinare, talvolta, effetti collaterali drammatici e terrificanti dal punto di vista del costo umano: lo abbiamo visto, e continuiamo a vederlo, in Palestina, in Libano e ora nella guerra all’Iran».

    Le Big Tech rappresentano una minaccia per le democrazie?
    «Sicuramente sì, ma il problema riguarda, più in generale, l’evoluzione nel sistema capitalistico del rapporto tra Stato e capitale. A partire dagli anni Novanta si è fortemente ridotta la capacità dello Stato di intervenire nell’economia e, d’altra parte, sono stati privatizzati e mercificati ampi spazi della società che prima erano posti sotto il controllo statuale pubblico, e quindi influenzabili attraverso gli strumenti democratici. Oggi la digitalizzazione della società e dell’economia e l’emergere di soggetti privati con un tale potere sistemico infrastrutturale approfondisce e accelera ulteriormente quell’indebolimento dei sistemi democratici, aprendo le porte a situazioni distopiche: penso ad esempio all’attribuzione a Elon Musk di un Dipartimento governativo esplicitamente finalizzato a ridimensionare le prerogative dello Stato. Ma così si possono aprire rischi esistenziali per il sistema stesso».

    Cosa intende con «rischi esistenziali»?
    «La svuotamento di quegli elementi che per decenni avevano temperato il capitalismo – rendendolo relativamente compatibile, almeno in Occidente, con uno sviluppo che tenesse insieme crescita e stabilità sociale – favorisce l’instabilità e aumenta il pericolo di crisi e di conflitti che, proprio a causa della digitalizzazione, potrebbero espandersi ulteriormente: l’automazione e la privatizzazione della guerra aprono la strada a grossi rischi di escalation».

    Queste aziende hanno accumulato sempre più potere sotto i nostri occhi e sotto quelli dei nostri governi. Ma non è stato fatto nulla per impedirglielo.
    «Le Big Tech sono il risultato di precise azioni politiche. La commercializzazione di Internet decisa negli anni Novanta ha determinato un trasferimento tecnologico a costo zero di innovazioni e conoscenze sviluppate in ambito pubblico verso una manciata di imprese private. Poi, grazie alla globalizzazione dell’economia, le grandi aziende tecnologiche hanno registrano una crescita impetuosa: l’apertura dei mercati ha creato un contesto internazionale di obnubilazione da profitti e da finanziarizzazione che ha consentito in modo disinvolto alle Big Tech di colonizzare gangli fondamentali delle nostre società».

    Tutti questi temi, come lei spiega nel libro, non riguardano solo la sfera occidentale dominata dalle Big Tech Usa, ma anche la Cina.
    «La premessa da fare è che gli Stati Uniti pensavano di poter egemonizzare e controllare la globalizzazione, ma questo è stato parzialmente vero, o apparentemente vero, solo in una prima fase. Mentre le aziende statunitensi ed europee delocalizzavano le produzioni per aumentare i margini di profitto, la Cina predisponeva politiche industriali e di innovazione che l’avrebbero portata nel giro di pochi anni a emergere come competitor economico, tecnologico e militare sempre più credibile».

    Come descriverebbe oggi il rapporto tra le Big Tech cinesi e il Partito Comunista cinese?
    «Studiare il caso cinese non è semplice perché le fonti a cui possiamo accedere da qui non sono molte. Quel che è certo è che la Cina è stata in grado di creare un ecosistema digitale persino più avanzato, in alcuni casi, rispetto a quello statunitense: un ecosistema popolato da Big Tech locali che sono assolutamente speculari a quelle americane. Con il Partito Comunista il rapporto vive un’alternanza tra fasi in cui a queste imprese viene lasciata grande libertà – avere campioni digitali di quelle proporzioni garantisce non solo crescita economica ma soprattutto la possibilità di confrontare alla pari con gli Stati Uniti – e fasi in cui il Partito ricorre a strumenti di coercizione funzionali ad allineare le aziende rispetto alle strategie della Repubblica Popolare. Così come negli Usa, poi, anche in Cina la parte statuale alimenta la competizione tra le Big Tech a proprio vantaggio. E, d’altro canto, le aziende sfruttano le divisioni interne al blocco governativo per fare i propri interessi».

    Quali sono i maggiori giganti digitali cinesi?
    «Alibaba è l’Amazon cinese, ma in più dispone di un braccio finanziario potentissimo, sviluppato grazie al fatto che nelle prime fasi di evoluzione della sua piattaforma di e- commerce non esisteva un sistema di pagamenti elettronici in Cina: il potere di questa impresa è diventato talmente ramificato che il Partito Comunista ne ha imposto il frazionamento. Poi c’è Baidu, la Google cinese, creata sull’onda della politica del “Great Firewall” che tiene fuori le Big Tech americane dal mercato cinese. Tencent è invece l’impresa che gestisce WeChat, forse l’app più sofisticata al mondo: è simile a Whatsapp ma contiene al suo interno anche una serie di altre app che permettono ai cittadini cinesi di effettuare qualsiasi tipo interazione con il sistema privato e pubblico. Infine, citerei Huawei, che ha un’origine direttamente connessa all’apparato militare di intelligence ed è poi diventata uno dei player principali a livello internazionale nella produzione, tra le altre cose, delle infrastrutture di telecomunicazione di ultima generazione, a partire dal 5G».

    L’Europa rischia di rimanere schiacciata dallo strapotere tecnologico di Usa e Cina.
    «L’Europa è stata miope: dinnanzi alla globalizzazione ha identificato il motore della propria crescita nelle esportazioni – principalmente di beni manifatturieri a medio-alta tecnologia, come le automobili tedesche – e nell’attività finanziaria delle banche, che hanno partecipato alle varie bolle guidate soprattutto dagli Stati Uniti. Ma quell’impianto si è rivelato insostenibile. Parallelamente, l’Unione europea si è dotata di una politica economica fallace – basata sull’austerità, sulla comprensione della domanda interna, sulla marginalizzazione delle politiche industriali – che ci ha di fatto condannato all’arretratezza e alla dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti. Oggi il divario tecnologico accumulatosi è ha elementi di irreversibilità. Ciò non vuol dire che non sia possibile costruire sistemi autonomi europei ma per farlo servirebbero molte risorse, molto tempo e una cooperazione internazionale con Usa e Cina molto difficile da immaginare».

    Quali sono i maggiori rischi per il nostro continente?
    «Oggi, in modo disperato e anche un po’ pericoloso, l’Ue prova a salvarsi puntando sulla militarizzazione e sull’invocazione, spesso solo retorica, di una sovranità tecnologica che è assai difficile da raggiungere. Temo che queste politiche non faranno altro che rafforzare il complesso militare e digitale statunitense».

    È tutto perduto?
    «No, in Europa disponiamo di una base di conoscenza, di ricerca e innovazione molto consistente: abbiamo delle capacità tecnologiche anche nel settore digitale e una tradizione industriale non marginale. Questi elementi, associati allo Stato sociale europeo, costituiscono un patrimonio su cui si potrebbe far leva per provare a concepire un digitale di tipo diverso».

    Un digitale diverso?
    «Penso a infrastrutture digitali poste sotto il controllo pubblico, quindi oggetto di discussione e deliberazione democratica, che non abbiano come obiettivo quello di consentire il consumo compulsivo – come fa l’e-commerce di Amazon – o la mercificazione delle vite – mi riferisco ad esempio alle figure degli influencer – e che non contribuisca ulteriormente alla militarizzazione del digitale e alla digitalizzazione del militare. Penso a un digitale finalizzato a rafforzare i beni pubblici e a perseguire innovazioni tecnologiche volte a salvaguardare l’ambiente, a potenziare i servizi di cura e assistenza, a valorizzare un sistema economico in grado di crescere e di riprodursi senza mettere in pericolo la permanenza degli esseri umani su questo pianeta».

    Realistico?
    «La politica è un processo dinamico, fatto di azioni complesse e interconnesse tra loro a vari livelli, ma deve partire dall’immaginazione, dalla definizione degli obiettivi e dall’avvio di una serie di passi che possano far intravedere la raggiungibilità di quegli obiettivi. Qualunque cosa diventa realistica nel momento in cui si comincia a ragionarne politicamente in termini concreti. Servirebbe il coraggio di porre agende che siano radicali rispetto alla natura del discorso che è prevalso fino a oggi: non so se è realistico, ma di certo è indispensabile per la nostra sopravvivenza».

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