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    Il Paese delle contraddizioni

    L'autoritarismo del governo Erdogan si scontra con le istanze democratiche della piazza

    Di Alessandro Albanese Ginammi e Alessandra Vitullo
    Pubblicato il 3 Giu. 2013 alle 10:50 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:51

    Il popolo turco scende in piazza contro il governo. La polizia scende in piazza contro i manifestanti. Spara lacrimogeni e spray irritante, ma anche proiettili. L’esercito fornisce maschere antigas alle persone e chiede alla polizia di fermare la violenza. Scene da guerra civile a Istanbul, con la protesta che si estende in altre città, da Izmir alla capitale Ankara.

    Il mese che ha preceduto l’esplosione delle proteste di piazza Taksim era stato gravido di tensioni. A Istanbul, già durante i festeggiamenti per la festa della Repubblica, centinaia di poliziotti presidiavano la zona in assetto anti-sommossa, aspettando un corteo di pochi manifestanti coraggiosi che, nel frattempo, era stato intimidito, deviato e disperso da altri agenti.

    La tensione si era avvertita tra la polizia e gli ultras del Galatasaray, quando anche la vittoria di un campionato di calcio era diventata occasione di scontro tra i due schieramenti. Ad Ankara, invece, la violenza era esplosa nella metropolitana, dove il simbolico scambio di baci di alcune coppie era stato velocemente interrotto da una raffica di manganellate.

    La legge contro l’uso di alcolici nei luoghi pubblici, approvata la settimana scorsa, le restrizioni nella vendita della pillola del giorno dopo, le gonne allungate alle hostess della Turkish Airlines, il tentativo di cambiare il nome da “Repubblica di Turchia” in “Turchia”, possono facilmente far gridare all’islamizzazione strisciante portata avanti dall’Akp.

    Tuttavia, l’uso sfrenato della violenza da parte della polizia sulla piazza, le televisioni nazionali che tacciono, i giornalisti rinchiusi nelle carceri turche che aumentano, l’occultamento dei dati relativi ai morti, ai feriti e ai fermati, suggeriscono anche qualcos’altro. L’autoritarismo di un governo che, mentre fa della religione un abile strumento di conciliazione con partner politici interni ed esterni, utilizza una durezza politica che lo inserisce all’interno di quel percorso storico-politico che da un secolo circa, con il pugno duro, tenta di forgiare la società turca; la stessa che negli ultimi giorni sembra essergli sfuggita di mano.

    A manifestare sono proprio i figli di quella rincorsa al modernismo, storicamente immersa nel pluralismo, che presentano il conto, fatto di aspettative e aspirazioni, a uno Stato che si è sempre voluto mostrare come il più liberale e progressista tra i Paesi islamici. A rispondergli c’è una repressione, forse inaspettata per la sua violenza, scattata non in nome di Allah, ma in difesa di un preciso progetto politico delineato da tempo dal suo architetto: Recep Tayyip Erdoğan.

    La stabilità, ora, non dipende solo dal popolo, ma anche da altri attori con cui questo progetto è stato in parte condiviso: come il presidente della Repubblica Abdullah Gül, o come i militari. Un disegno politico che mentre si costruiva nei decenni maturava al suo interno i suoi stessi anticorpi, che dal 30 maggio invadono le piazze delle più importanti città della nazione.

    La Turchia non diventerà mai una Repubblica Islamica, scommettono in molti. Lo Stato ha sempre proposto un modello di governo laico capace di dialogare con una popolazione compatta e fedele alla propria religione, tenendo quasi sempre ben distinte la sfera politica da quella religiosa.

    Uno studio condotto dal TESEV Foreign Policy Program, pubblicato nel febbraio 2011, ha prodotto un documento di particolare importanza: The Perception of Turkey in the Middle East 2010. In questo studio si dimostra come la reputazione della Turchia stia crescendo progressivamente in tutta la regione, non soltanto agli occhi degli stessi turchi, ma anche in tutto il Medio Oriente, proprio grazie a queste sue peculiarità.

    Tra le motivazioni principali, elaborate nei sondaggi effettuati, si considera Ankara un modello positivo per tutto il mondo arabo per tre motivi principali. In primo luogo, perché possiede la capacità di guardare tanto a Ovest quanto a Est, grazie alla sua posizione geografica e alla sua storia politica.

    Secondo, pur non facendo parte dell’Unione Europea, mantiene con tutto l’Occidente un rapporto di amicizia e cooperazione. Terzo, la sua economia è sì cresciuta grazie al rapporto con l’Europa, ma, non essendone dipendente, è riuscita anche a mettersi al riparo dalla crisi economica che ha coinvolto gli Stati dell’Eurozona. Il successo economico è dunque uno degli elementi principali che determina la crescita della sua percezione positiva nel mondo arabo.

    In Egitto, Giordania, Libano, Palestina, Arabia Saudita, Siria e Iran, in totale, circa 2.267 persone sono state intervistate e i risultati hanno mostrato che la simpatia per il Paese si basa non solo sull’ammirazione nei confronti del successo economico, ma anche sulla sua leadership politica. L’80 per cento degli intervistati apprezza il ruolo di mediatore della Turchia nelle questioni regionali.

    Le tensioni con Israele, aggravate dall’intervento israeliano a Gaza ed esacerbate dall’abbordaggio della Freedom Flottilla nel maggio 2010, hanno comportato un avvicinamento delle posizioni turche a quelle dei Paesi arabi.

    Il 78 per cento degli intervistati si è detto favorevole a un ruolo di risolutore della Turchia nel conflitto israelo-palestinese. Anche nella questione del nucleare iraniano, il governo di Ankara è visto come un possibile mediatore, tanto che il 61 per cento del campione ha dichiarato di accettare la mediazione turca tra l’Occidente e Teheran.

    Il 27 per cento si è detto convinto che entro dieci anni Ankara diventerà il leader economico della regione. All’influenza nella sfera economica, si sta progressivamente aggiungendo un nuovo importante ruolo nell’ambito della cultura e degli spettacoli: serie Tv e celebrità turche sono notevolmente popolari in tutta la regione e il 68 per cento degli intervistati vede programmi turchi regolarmente.

    Il 66 per cento degli intervistati sostiene che la Turchia può essere il modello da seguire per tutti gli Stati del Medio Oriente. Il supporto per il modello turco è stato collegato proprio all’identità musulmana del Paese, alla sua economia e al suo sistema democratico.

    Istanbul è dunque, ora più che mai, sinonimo di contraddizione. O meglio, per usare le parole del deputato repubblicano Aykan Erdemir: dicotomie, che fanno ormai parte della storia della Turchia. Da Atatürk a oggi cambiano i soggetti ma non il risultato. Chi governa cerca in tutti i modi di aumentare il proprio potere e non si risparmia, molto spesso, nell’usare la violenza.

    Erdoğan è stato accolto a Gaza da una folla di fedeli festanti. All’indomani delle primavere arabe si era recato in Libia, Tunisia ed Egitto. Tuttavia, nonostante la deriva religiosa, i costumi occidentali resistono all’interno del Paese con quei turchi che difendono le libertà civili nelle piazze.

    Il popolo turco rivela però al tempo stesso che lo spirito religioso non si è mai indebolito. La Turchia è descritta dal deputato come una nazione costruita su alcune di queste fondamentali dicotomie: “Il governo turco include le masse ed esclude le opposizioni contemporaneamente; si fonda su valori etici ma anche sul più cinico pragmatismo; si batte allo stesso tempo per il consolidamento e per la frammentazione della società; il prodotto di tutto questo è un nuovo modello culturale, il modello turco”.

    Questo modello, moderno e unico nel suo genere, è ispirato e interpretato al tempo stesso da un leader forte e sicuro di sé. Il suo strumento politico è il partito, l’Akp. In questi giorni, gli occhi dei turchi e del resto del mondo sono puntati tutti su questo spettacolo, che Erdemir ha denominato Erdoganismo.

    Proprio adesso, sostiene il deputato, è più che mai visibile a tutto il mondo l’ultima delle fondamentali contraddizioni della Turchia: “Mentre osserva la nostra nazione nel suo insieme, in azione, dal successo economico alle proteste di piazza, lo spettatore, turco o straniero che sia, può scegliere se ridere o piangere e, in entrambi i casi, probabilmente, potrebbe avere le sue buone ragioni; ciò che è sicuro, tuttavia, è che, sia che scelga di ridere sia che scelga di piangere, lo spettatore sta assistendo allo stesso show”.

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