Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    Il futuro dell’Afghanistan

    Non altri finanziamenti e nuovi soldati, ma la ricostruzione di una società civile. Questa è la missione di Frozan Mashal. Ve la raccontiamo

    Di Tommaso Natoli
    Pubblicato il 30 Nov. 2012 alle 19:21 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:04

    Il futuro dell’Afghanistan

    Quando Frozan Mashal ha accettato di raccontarmi la sua storia aveva negli occhi la calma e la determinazione di chi sa bene da dove viene, ma sa ancora meglio dove vuole andare. Nata a Kabul 27 anni fa, è stata costretta ancora bambina a rifugiarsi in Pakistan con la sua numerosa famiglia (cinque sorelle e due fratelli), dopo la presa del potere dei talebani nei primi anni Novanta. Il padre, amministratore locale durante la dominazione sovietica, aveva venduto i beni di cui disponeva per permettere a tutti una sistemazione provvisoria in un hotel della periferia di Islamabad. Frozan parla dei primi anni lontani da casa come di un periodo difficile e tormentato. La nuova lingua non le permetteva l’accesso alle scuole primarie, e la paura del padre a lasciarla uscire da sola le impediva di conoscere nuove persone e di vivere il nuovo quartiere.

    “Dopo il trasferimento a Quetta i miei riuscirono a iscrivermi alle elementari, ma i primi tre mesi furono un incubo: non capivo niente”. Così suo padre decise di fondare una scuola per rifugiati afghani in una provincia poco distante. Sua madre e suo fratello furono i primi insegnanti e lei stessa, ancora in quarta, cominciò a dare le prime ripetizioni ai bambini di prima. “Dopo qualche anno entrai in contatto con gli attivisti di una Ong locale, con la quale decisi di collaborare svolgendo semplici compiti di segreteria. La svolta arrivò nel 2002, quando la fondazione pakistana Insan (‘Essere umano’), mi propose di prendere parte a un progetto di sviluppo sociale finalizzato a favorire l’interazione pacifica tra i ragazzi per mezzo di attività sportive e giochi di ruolo. Fu l’inizio di un periodo indimenticabile”. Mentre descrive la lavagna a cinque colori che veniva utilizzata per la scelta delle diverse attività, Frozan si ferma per un attimo: lo sguardo si perde nei ricordi. Racconta sorridendo di essere stata premiata per ben tre volte come ‘coach’ del mese, riconoscimenti che le hanno permesso di diventare ‘supervisor’ prima e ‘project coordinator’ poi. “Mi ero finalmente stabilizzata, avevo stretto molte amicizie e trovato un lavoro perfetto. Ma la scelta di mio padre di rientrare a Kabul per le elezioni del 2008 ha interrotto questo momento. Non essendo ancora sposata non avevo altra possibilità che seguirlo”.

    Gli ‘uomini di casa’, mi spiega, erano convinti che solamente così avrebbero recuperato a pieno la loro dignità. Ma dalle parole di Frozan si intuisce facilmente che questo sentimento, in fondo, fosse condiviso anche da lei: “Ho lavorato per anni a fianco dei ragazzi pakistani, eppure rimanevo sempre una rifugiata afghana. Sentivamo il bisogno di riappropriarci del nostro nome e oggi sono fiera di essere tornata a Kabul. Ora, quando faccio il mio lavoro, ho la mia gente attorno a me”. Oggi Frozan è la executive director dell’Afghan Women Network. È stata per alcuni giorni in Italia insieme a colleghi afghani per incontrare altre associazioni e alcuni rappresentanti istituzionali. La visita è stata organizzata nell’ambito del progetto per una ‘Casa della società civile a Kabul’, cofinanziato dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina.

    L’incontro è stato promosso in partnership con la rete di associazioni Afgana, nata a Roma nel 2007 come piattaforma di collaborazione progettuale tra i due Paesi, che ha lanciato ‘L’iniziativa 30 per cento’ per chiedere che per ogni euro risparmiato con il ritiro delle truppe italiane (a oggi circa 4 mila soldati), 30 centesimi vengano reinvestiti in Afghanistan in progetti decentrati e sostenibili. Il 2014, anno previsto dal ritiro, è sempre più vicino. Quando chiedo a Frozan se si sente ottimista mi fa capire che non ha molta scelta: il desiderio di vedere il suo Paese pacificato per la prima volta nella vita è troppo forte. “Ma devo essere realista, non siamo ancora in grado di farcela da soli. Occorre prima ricostruire un tessuto civile stabile e duraturo, e quello che è stato fatto finora non garantisce l’autosufficienza”. Poi aggiunge: “Le associazioni come quella di cui faccio parte sono spesso l’unico canale per poter intervenire nelle province più remote, dove le autorità ufficiali ancora non riescono ad accedere senza mobilitare forze di sicurezza e mezzi blindati. Per noi è sufficiente un piccolo gruppo di donne per entrare in contatto con la popolazione. Le persone stanno imparando che attraverso le organizzazioni di società civile possono far sentire la propria voce al governo”.

    Il 2014 sarà un momento cruciale anche per le elezioni presidenziali e provinciali che si terranno ad aprile di quell’anno. “Si tratterà di un evento nuovo e pieno di incognite per molti di noi. Il nostro obiettivo è quello di far entrare in Parlamento un numero sempre maggiore di donne, che possano avere voce in capitolo sulle dinamiche politiche ed economiche. Solo così saremo in grado di migliorare la condizione femminile nella società e favorire la nascita di comunità sicure e pacifiche”. Stringo la mano a Frozan augurandole buona fortuna. Il messaggio che è venuta a portare in Italia insieme ai suoi colleghi è chiaro. L’Afghanistan non deve sparire dai radar internazionali dopo il 2014. Non ha bisogno di altri finanziamenti a fondo perduto e di altri soldati, ma di strategie sostenibili che gli permettano di far fruttare in maniera autonoma le enormi risorse, umane e naturali, di cui dispone.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version