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    I Narcos? Li cerco su Google

    La sfida di Google ai Narcos messicani

    Di Gian Maria Volpicelli
    Pubblicato il 27 Giu. 2012 alle 09:19 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:07

    I Narcos? Li cerco su Google

    È difficile pensare che Google e i Narcos messicani – come Los Zetas o i Sinaloa – possano avere qualcosa in comune. L’impressione è, anzi, che queste due entità siano diametralmente opposte l’una all’altra: Google è l’affabile motore di ricerca simbolo della New Economy e della rivoluzione tecnologica; i Narcos, criminali ricercati dalle polizie di tutto il mondo, sono la faccia marcia della medaglia globale, e sgattaiolano negli interstizi dell’economia mondiale per distribuire droga, violenza e teste mozze. Anche se si pensa a chi sono i rispettivi leader, il contrasto è stridente: l’iconografia del comando di Google, dai fondatori Page e Brin al chairman e uomo-immagine Eric Schmidt, è quella dell’ingegnere dal piglio creativo, dell’ex secchione che ha fatto fortuna fra algoritmi e videogiochi; i Narcos sono guidati da figuri con nomi di battaglia sinistri come El Chapo e Z-40, uomini d’onore e soldati incanagliti, abituati al machiavellismo delle faide e al crepitio dei mitra.

    E allora non può non stupire che due eserciti così diversi e guidati da condottieri tanto dissimili si apprestino a incrociare le spade, nei prossimi mesi. Tanto più che è stata Google ad aprire le ostilità – per usare una metafora, è stato l’ingegnere a spintonare il tagliagole. Tutto sembrerebbe partire nel maggio scorso, con il viaggio di Eric Schmidt a Ciudad Juarez, stato di Chihuahua, Messico. Città di confine, Juarez forse più di ogni altro luogo è arrivata a simboleggiare la portata della guerra della droga messicana, con un tasso di omicidi fra i più alti al mondo e il discutibile merito di aver riportato in auge il termine femminicidio.

    L’idea del californiano Schmidt, in occhiali tondi e polo candida, che procede impacciato fra vicoli abietti e camionette dell’esercito, è permeata dal sentimento del contrario. Scivola quasi nella scenetta morale allorché, a quanto racconta lo stesso Schmidt, l’alfiere Mountain View si trova accerchiato da Juarenses che chiedono una soluzione ai loro guai. Schmidt avrebbe schioccato le dita e detto: “Ovvio! La tecnologia”. “Mr Schmidt goes to Juarez”, quindi. E quando torna, decide di fare di Big G l’avanguardia della lotta al narcotraffico che funesta il Messico.

    Il risultato è il lancio, in una conferenza la scorsa settimana, dell’iniziativa INFO, sotto l’egida di Google Ideas. INFO come informazione, ma anche come “Ilicit Networks, Forces in Opposition” – un’operazione volta a utilizzare la tecnologia di Google e dei suoi alleati per sconfiggere le reti criminali che rendono il villaggio globale un posto meno sicuro. Non si è parlato solo di Narcos, è chiaro: le “reti canaglia” vanno dai trafficanti di organi asiatici ai pirati somali, senza escludere terroristi e malviventi assortiti. Ma il fatto che Schmidt abbia aperto l’evento raccontando di Ciudad Juarez, insieme alla presenza fra i relatori del ministro della sicurezza messicano Alejandro Poiré, non lascia dubbi sull’importanza del Messico nell’intera faccenda.

    L’idea, dunque, è combattere Los Zetas e compagni con la tecnologia. Ok, ma come? La linea d’azione di Google si basa sull’utilizzo dei telefoni cellulari e del “packet switching”, una tecnologia che permette di diffondere informazioni su più canali possibili rimanendo nell’anonimato. In Messico, dove la corruzione delle autorità e il timore di rappresaglie fa sì che solo il 20 per cento dei crimini siano oggetto di indagini, una tale soluzione dovrebbe squarciare il velo di omertà e paura sotto cui i Narcos si riparano. Il ministro della sicurezza Poiré ha affermato che, grazie ai 95 milioni di cellulari presenti in Messico

    , un’applicazione che permettesse ai cittadini di segnalare anonimamente un delitto potrebbe costituire un passo avanti notevole. Certo, poi, come rimarcato da Schmidt con un sorriso smagliante: “Alla fin della fiera questi criminali vanno arrestati e uccisi”. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. La guerra di Google ai cartelli della droga è appena iniziata, e sarà il tempo a dirci chi vincerà. A qualche giorno dalla conferenza, però, è già possibile farsi tre domande, due prettamente tecniche e una dal sapore politico. Innanzitutto vale la pena chiedersi quanto il piano possa effettivamente funzionare. Molti cartelli hanno fra le loro fila uomini in grado di fare un uso sapiente delle tecnologie più avanzate.

    Alcuni blogger messicani che raccontavano le magagne dei Narcos sotto pseudonimo sono stati individuati per poi finire impiccati a un cavalcavia. Se perfino la cellula messicana di Anonymous (certo non degli sprovveduti) è stata messa in difficoltà dagli Zetas, vuol dire che i Narcos sanno il fatto loro in materia, e non si può escludere che anche il giochetto del packet-switching possa essere aggirato. Oltre a questo, però, il discorso di Schmidt (e di Poiré) sembra avere una falla nelle sue fondamenta. La cifra di 95 milioni di cellulari sbandierata dal ministro ha senso fino a un certo punto, se si calcola che solo l’11 per cento di quegli apparecchi sono smartphone e che, in generale, il 58 per cento dei messicani ha problemi di connessione a internet.

    La trovata di una piattaforma online dove segnalare gli abusi agli altri cittadini, o dell’applicazione per smartphone consigliata da Poirè, sarebbe perciò di validità limitata. Anche se si approntasse, poi, un sistema basato solo sugli sms, vale la pena ricordare che molti dei crimini avvengono nelle zone rurali più disagiate del paese, dove i cellulari sono merce rara. Salvo che Google non voglia inondare il Messico di smartphone, l’impresa si profila difficile. La seconda obiezione riguarda la corruzione. Ammettendo che il sistema funzioni, molti tutori dell’ordine potrebbero evitare di intervenire in caso di delitti, per il semplice fatto che sono essi stessi a libro paga dei Narcos. La contromisura di Google prevede la diffusione delle informazioni in tutti i canali possibili, così che i “controllori” possano monitorare le colpevoli inefficienze delle autorità.

    Il problema è che non si può mai sapere fino a quale livello è capace di serpeggiare la corruzione. L’esercito, ad esempio, è considerato una delle poche istituzioni sane del paese, eppure Los Zetas non sono altro che un manipolo di ex-soldati che hanno deciso di cambiare mestiere. In altre parole, i controllori potrebbero entrare loro stessi nel circuito della corruzione, rendendo vano lo sforzo. Infine, non è chiaro perché Google abbia deciso di intraprendere questa campagna. Sia INFO che l’iniziativa dello scorso anno contro il terrorismo internazionale vanno molto al di là di ciò che ci si aspetta da un browser – ma sembrano piuttosto perseguire un’agenda politica di ben altro genere.

    Il curriculum dei due uomini a capo di Google Ideas, Jared Cohen e Scott Carpenter, entrambi ex dipendenti del Dipartimento di Stato, il rapporto speciale tra Schmidt e il presidente Obama, e il fatto che l’operazione sia lanciata in un momento in cui la politica messicana della Casa Bianca è sotto accusa per lo scandalo Fast & Furious, insomma, fanno pensare che dietro alla crociata di Big G si nasconda, in realtà, lo Zio Sam.

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