Le guerre continuano a rovinare la vita dei bambini anche dopo che sono finite. Le ricadute dei conflitti si protraggono per anni, compromettendo sviluppo, salute mentale, inclusione sociale e stabilità delle comunità. La reintegrazione richiede investimenti duraturi, coordinamento internazionale e il coinvolgimento diretto delle comunità locali. Ma la riduzione dei finanziamenti umanitari e il ridimensionamento delle operazioni internazionali di pace stanno indebolendo le capacità di monitoraggio, protezione e risposta a favore dei minori. È quanto emerge dal Rapporto 2026 della Universities Network for Children in Armed Conflict (UNETCHAC), rete accademica internazionale impegnata nella tutela dei minori coinvolti nei conflitti armati.
Il documento contiene i risultati del progetto internazionale “Rebirth: Empowerment and Rehabilitation of Children in Armed Conflict, with a Focus on Girls”, promosso da UNETCHAC e sostenuto dal Ministero degli Esteri nell’ambito del quinto Piano d’azione nazionale italiano collegato alla Risoluzione Onu 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza”.
Nella aree di guerra in tutto il mondo – riferisce il rapporto – migliaia di bambini vengono reclutati da parte di forze armate e gruppi armati o sono costretti a subire violenze sessuali, sfollamenti forzati, separazioni familiari, interruzione dell’istruzione e gravi traumi psicologici.
Fonti Onu e Unicef affermano che nel 2025 sono aumentati del 35% rispetto all’anno precedente i casi di violenza sessuale contro i bambini nei contesti di conflitto, con una crescita particolarmente grave degli stupri di gruppo e delle violenze collettive.
Un tema che merita attenzione particolare attenzione è poi quello dei “bambini invisibili”, ossia privi di documenti d’identità e non registrati. Guerre, bombardamenti, deportazioni, sfollamenti e il collasso dei sistemi civili stanno causando la separazione di migliaia di minori dalle proprie famiglie, spesso senza possibilità immediate di identificazione o ricongiungimento.
Nella Striscia di Gaza il conflitto in corso ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi anni. In Sudan, la guerra civile ha generato una delle più grandi crisi di sfollamento infantile al mondo. In Ucraina, oltre 19.000 minori risultano deportati o illegalmente ricollocati.
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A fronte di queste condizioni altamente traumatiche, molti bambini ricevono soltanto assistenza temporanea oppure restano esclusi dai sistemi di protezione perché non inseriti nei programmi formali di disarmo, smobilitazione e reintegrazione. Secondo quanto emerge nel rapporto, i servizi risultano spesso frammentati e dipendenti da finanziamenti a breve termine, incompatibili con i tempi necessari per il recupero psicologico e sociale.
L’indagine evidenzia inoltre come i modelli tradizionali di reintegrazione siano spesso costruiti su esperienze maschili di combattimento, con la conseguente esclusione strutturale delle ragazze associate ai gruppi armati. Molte adolescenti, soprattutto vittime di violenza sessuale o rientrate con figli, affrontano stigma sociale, emarginazione e difficoltà di accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e ai percorsi di autonomia economica.
“La priorità principale della comunità internazionale dovrebbe essere quella di investire in programmi di lungo periodo per la protezione e la reintegrazione dei bambini colpiti dai conflitti armati. Questo implica non solo aumentare i finanziamenti, ma soprattutto renderli stabili, prevedibili e adeguati alla durata reale dei processi di reintegrazione”, osserva Laura Guercio, segretaria generale di UNETCHAC e professoressa associata all’Università Link di Roma.
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