Trovare un compromesso o riprendere la guerra per imporre un diverso status quo. Il nuovo ordine emerso da 38 giorni di bombardamenti di Stati Uniti e Israele sull’Iran, iniziati con la decapitazione della leadership della Repubblica islamica e proseguiti con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, ha posto l’amministrazione Trump di fronte a un dilemma a cui ha faticato a trovare risposte. Da una parte la possibilità di prolungare la guerra, con il rischio di compromettere ulteriormente la sicurezza degli alleati nel Golfo persico e la posizione statunitense nel Pacifico, oltre a quello di scatenare una crisi economica globale. Dall’altra, quella di accettare un nuovo equilibrio in Asia occidentale, che prima del conflitto era persino difficile ipotizzare. Ma i dubbi riguardano anche il fronte interno, attraversato da spaccature che potrebbero mettere a dura prova i repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.
Quello di novembre è un passaggio cruciale per il futuro dell’amministrazione Trump e del suo programma anti-immigrazione, pro-dazi e pro-tagli, riassunto nello slogan Make America Great Again (Maga) in cui si riconosce la base che ha sostenuto Donald Trump fin dalla sua prima, clamorosa vittoria alle presidenziali del 2016. Proprio la débacle nel Golfo ha infatti spinto molti volti noti della galassia Maga a prendere pubblicamente le distanze da Trump, aprendo una crisi all’interno dell’establishment repubblicano a sette mesi dalle midterm. Un appuntamento che tipicamente favorisce il partito di opposizione, in questo caso i democratici, che avranno quindi l’opportunità di riprendere il controllo della Camera e insidiare la maggioranza repubblicana al Senato, privando la seconda amministrazione Trump della libertà d’azione, per molti versi senza precedenti, di cui ha goduto in questi primi 16 mesi.
Il calo nei sondaggi
Spesso considerate un referendum sulla figura del presidente, Trump rischia di arrivare alle midterm con la popolarità vicina ai minimi storici, stando perlomeno ai sondaggi degli ultimi mesi. Gallup rileva un gradimento del 36%, il livello più basso da quando ha iniziato il suo secondo mandato e appena due punti in più rispetto al peggior dato della sua prima amministrazione, finita con la sconfitta contro Joe Biden.
A pesare sul consenso di Trump non è solo la gestione della guerra, avversata dalla maggior parte dei cittadini statunitensi, ma anche preoccupazioni legate al costo della vita, componente centrale della sua proposta elettorale, e l’impopolarità delle retate della Immigration & Customs Enforcement (Ice), che hanno eroso il vantaggio di cui godeva sul tema dell’immigrazione. Difficoltà che i democratici contano di sfruttare a novembre, quando si rinnoveranno tutti i seggi della Camera dei rappresentanti e poco più di un terzo di quelli del Senato, dove al momento i repubblicani hanno una maggioranza di 53 senatori, rispetto ai 47 dell’opposizione. Mentre i dem sono da tempo considerati favoriti per la conquista della Camera, fino ad alcuni mesi fa, l’establishment repubblicano era fiducioso che il partito non avrebbe perso il controllo del Senato, a cui spetta la conferma della nomina dei membri dell’amministrazione e dei giudici della Corte suprema. Gli sconvolgimenti delle ultime settimane hanno invece spinto i pronostici ancora più a favore dell’opposizione, mettendo in discussione anche il controllo del Senato.
Al momento, secondo l’analista del Cook Political Report Jessica Taylor, «l’esito più probabile» è che i democratici conquistino da uno a tre seggi, meno dei quattro necessari per la maggioranza. Ma l’opposizione sembra avere il vento in poppa: nelle ultime settimane i democratici hanno migliorato le proprie chance nelle corse per il Senato in Ohio, Georgia e Carolina del Nord e Nevada, Stati in cui Trump vinse nel 2024, mettendo in gioco anche la corsa per il governatore dell’Iowa, dove il tycoon trionfò con un margine di 13 punti.
A detta degli stessi politici conservatori, il malcontento degli elettori sta superando il livello di guardia. Questo finora non ha impedito a deputati e senatori repubblicani di bloccare i tentativi democratici di limitare i poteri di Trump e obbligare il presidente a ottenere l’autorizzazione del Congresso. Ma questa fermezza, avvertono alcuni, potrebbe attenuarsi nelle prossime settimane, in particolare se la durata del conflitto dovesse superare la soglia dei 60 giorni. «È ora di chiudere la questione il più in fretta possibile», ha avvertito il senatore Todd Young, ipotizzando che alcuni repubblicani potrebbero chiedere «un’autorizzazione formale» alla guerra, come previsto dalla legge.
Le spaccature interne
Il dissenso si è allargato anche ad alcune delle personalità più in vista del mondo Maga, che hanno rinfacciato a Trump la promessa, ribadita in campagna elettorale, di non iniziare nuove guerre. Critiche diventate ancora più rumorose dopo il post social con cui Trump aveva minacciato di eliminare «un’intera civiltà» se l’Iran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz.
In prima linea c’è il giornalista conservatore Tucker Carlson, che ha invitato a disobbedire agli ordini del presidente qualora questi ordinasse di attaccare i civili. «Ora è il momento di dire no e dirlo direttamente al presidente», ha affermato Carlson, che negli ultimi mesi ha criticato duramente l’amministrazione per la sua vicinanza a Israele. Altri, come il conduttore di talk show Alex Jones, hanno invocato il ricorso al 25esimo emendamento della Costituzione statunitense per rimuovere Trump dal suo incarico. Tra questi, l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, in passato una delle più strenue sostenitrici di Trump, che sui social ha parlato di «follia». Megyn Kelly, ex volto di Fox News, ha invece definito le parole di Trump «irresponsabili e disgustose», mentre Joe Kent, che dopo lo scoppio della guerra ha rassegnato le dimissioni da direttore del Centro nazionale antiterrorismo, ha affermato che gli Stati Uniti rischiano di essere percepiti «come un agente del caos» e di mettere a repentaglio lo «status di maggiore superpotenza mondiale».
Un’ondata di critiche a cui Trump ha risposto in maniera feroce accusando alcuni dei suoi ex sostenitori di avere «un QI basso» e di essere dei «pazzi». «Sono dei perdenti, cercano solo di aggrapparsi al movimento Maga», ha scritto in un post sul suo social Truth. «Sono degli stupidi, lo sanno loro, lo sanno le loro famiglie e lo sanno tutti gli altri!», ha poi aggiunto, sostenendo che Carlson «dovrebbe consultare un bravo psichiatra».
Nonostante la spaccatura, dettata anche dal tentativo di posizionarsi in vista delle elezioni del 2028, lo zoccolo duro Maga sembra per il momento fedele al tycoon newyorkese. Solo il 32% degli statunitensi, secondo una rilevazione The Economist/YouGov, è favorevole alla guerra, un dato che però nasconde differenze nette tra gli schieramenti. Mentre tra i repubblicani non-Maga il sostegno alla guerra è pari al 43%, tra i fedeli di Trump la percentuale, invariata dalle prime fasi del conflitto, sale all’83%, mentre per i democratici è solo al 7%. Forse anche per questo, dopo aver subito l’ira di Trump per le sue critiche, Megyn Kelly ha dichiarato che non esiterebbe comunque a sostenere il tycoon newyorkese anche se dovesse «sganciare una bomba atomica».