La guerra all’Iran, la minaccia sullo Stretto di Hormuz e le tensioni dentro l’Opec mostrano che il petrolio resta uno dei terreni decisivi della competizione globale. Per lo storico Giuliano Garavini, la crisi attuale non va letta solo come un nuovo shock energetico, ma come un passaggio nei rapporti di forza tra Stati Uniti, Paesi produttori e potenze emergenti. Una partita che richiama il 1973, ma che si gioca in un mondo ormai molto diverso.
Professor Garavini, che cosa distingue questa crisi petrolifera da quelle del 1973 e del 1979?
«Il 1973 e il 1979 sono due crisi molto diverse tra loro. Quella del 1973 viene chiamata “crisi petrolifera” soprattutto dal punto di vista dei Paesi importatori. Per i Paesi produttori, invece, fu anche un momento di trasformazione dei rapporti di forza. I prezzi del petrolio aumentarono di circa quattro volte per volontà dei Paesi esportatori, in particolare dei Paesi dell’Opec, che comprendevano sia Paesi arabi sia Paesi non arabi. L’Iran, per esempio, era uno dei “falchi” dei prezzi: voleva aumentare il prezzo del petrolio per sostenere più rapidamente i processi di industrializzazione dei Paesi produttori. All’epoca pesava anche un’altra convinzione: molti pensavano, anche sulla scia del rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, che nel giro di pochi anni il petrolio sarebbe diventato scarso. Il 1979, invece, ha un’altra dinamica. Anche in quel caso i prezzi salirono, ma il punto fu soprattutto l’Iran. Prima ancora della rivoluzione ci fu un grande sciopero nel settore petrolifero iraniano. L’Iran, che allora era il secondo esportatore mondiale dopo l’Arabia Saudita, ridusse quasi a zero le esportazioni. Quindi fu uno shock, non una scelta coordinata dei Paesi esportatori. Oggi la differenza è ancora un’altra. L’aumento dei prezzi non nasce dalla volontà dei Paesi esportatori, ma da una guerra portata dagli Stati Uniti. Da questo punto di vista la crisi attuale è diversa sia dal 1973 sia dal 1979».
Nel 1973 i Paesi produttori cambiarono i rapporti di forza con l’Occidente. Oggi sta accadendo qualcosa di simile?
«Nel 1973 siamo nella fase ascendente del tentativo, da parte di molti Paesi di quello che allora veniva chiamato Terzo Mondo, di prendere il controllo delle proprie risorse naturali. Non aumentarono solo i prezzi: in molti casi venne nazionalizzata l’industria petrolifera. Lo fecero l’Algeria, l’Iraq, l’Arabia Saudita, il Venezuela nel 1975. I Paesi produttori cacciarono le multinazionali e presero il controllo del settore. Oggi siamo in uno scenario molto diverso. Si può sostenere che gli Stati Uniti stiano cercando di riottenere qualche forma di controllo su settori petroliferi da cui erano stati espulsi. Il caso del Venezuela è significativo, anche perché il Venezuela fu uno degli attori più importanti nella nascita dell’Opec nel 1960. In Iran si gioca una parte importante di questa partita: capire se gli Stati Uniti riusciranno o meno a riottenere un controllo, anche parziale, sul settore petrolifero fuori dai propri confini e se resteranno l’attore determinante della sicurezza nel Golfo Persico, che è ancora oggi la principale area petrolifera mondiale. Non è detto che ci riescano. È un momento in cui questo ruolo è fortemente messo in questione».
La guerra all’Iran riguarda soprattutto il controllo dell’ordine energetico mondiale?
«Come per tutti gli episodi di questa rilevanza, non si può dare una spiegazione fondata su un solo fattore. C’è certamente il rapporto con Israele, c’è l’influenza della politica israeliana sull’amministrazione americana, e c’è anche il tema del cambio di regime. Se gli Stati Uniti riuscissero a ottenere un cambio di regime in Iran, dopo la pressione esercitata sul governo Maduro in Venezuela e mentre Cuba resta sotto pressione, otterrebbero un risultato enorme dal punto di vista della loro politica estera e della loro propaganda. Ci sarebbe anche una logica coerente con l’idea di “Make America Great Again”: cambiare i governi di regimi considerati nemici dagli Stati Uniti. Poi c’è il dossier nucleare, anche se appare paradossale un intervento per risolvere la questione nucleare iraniana dopo che Trump era uscito dagli accordi firmati durante l’amministrazione Obama. Infine, c’è sicuramente la dimensione energetica. Il settore petrolifero è centrale per l’amministrazione americana. Uno degli slogan di Trump è stato “energy dominance”, e tutta la sua strategia insiste molto sull’importanza del petrolio. Quindi le questioni energetiche non sono irrilevanti, ma non spiegano da sole l’intera crisi».
Il blocco dello Stretto di Hormuz è un’arma reale o soprattutto una leva politica sui mercati?
«Il blocco di Hormuz, nel quadro delle strategie del governo iraniano, è una delle leve che ha avuto più successo. Ha mostrato due cose. Da un lato, gli Stati Uniti non sembrano in grado di garantire pienamente la sicurezza dei governi arabi della regione, pur avendo una presenza militare molto ampia. Dall’altro, non sembrano nemmeno in grado di garantire completamente il flusso di petrolio, prodotti petrolchimici e altre merci che passano da Hormuz. È quindi una leva politica e strategica molto forte. Inoltre, la gestione di Hormuz, anche dopo la fine della fase più strettamente militare, potrebbe restare un problema aperto. Prima era percepito come un passaggio critico ma relativamente gestibile. Ora appare come un punto molto più sensibile e difficile da controllare».
L’Iran, quindi, ha mostrato di essere una potenza con cui bisogna trattare?
«Sì. Ha dimostrato di essere una potenza regionale con cui è impossibile non avere un rapporto. Non si può semplicemente imporre una soluzione dall’America o dall’Europa. Almeno per ora. Naturalmente il rischio di escalation militare resta sempre possibile. Negli ultimi giorni, leggendo le agenzie, sembrerebbe meno probabile, ma la situazione è molto imprevedibile. I soldati sono presenti sul terreno e nella regione. Se le prospettive di negoziato fossero quelle che oggi si intravedono — un accordo sul nucleare, la rimozione delle sanzioni, la liberazione dei fondi iraniani all’estero, la libertà di commerciare petrolio e gas con i propri clienti e un qualche ruolo sullo Stretto di Hormuz — sarebbe difficile non leggerle come una sostanziale vittoria iraniana. E non credo che una cosa del genere sarebbe facilmente accettata dagli Stati Uniti».
Si parla molto di crisi dell’Opec. È davvero così?
«La crisi dell’Opec è stata proclamata molte volte, ma non è facile stabilirla in anticipo. L’Opec è un’organizzazione profonda, che si è sempre reinventata. Se uscisse il secondo o il terzo produttore più grande, sarebbe ovviamente un problema. Però bisogna valutare il contesto. Oggi il problema del mondo non è la sovrabbondanza di offerta, ma la scarsità di petrolio. In questa fase, quindi, l’eventuale uscita o allontanamento di un Paese dall’Opec è certamente un problema politico, ma resta ancora una dichiarazione abbastanza astratta. Il punto decisivo si vedrà più avanti. Se le scorte di petrolio dovessero riempirsi e se i Paesi produttori iniziassero una guerra per le quote di mercato, allora sì che si capirebbe quanto l’Opec sia ancora capace di reggere. Per ora, però, è presto per dirlo».
La transizione energetica rende il petrolio meno importante o ancora più strategico?
«Il petrolio resterà una risorsa importante. Questa crisi lo mostra bene: non conta solo come risorsa energetica, ma anche come materia prima. Dall’industria petrolchimica derivano prodotti fondamentali, come l’urea per i fertilizzanti, le plastiche e molte altre materie. Come materia prima, quindi, il petrolio resterà rilevante. Come risorsa energetica, invece, dovrebbe diventare meno centrale, auspicabilmente, perché la crisi climatica lo impone. Questo avverrà quando raggiungeremo il famoso picco della domanda di petrolio. Finora, però, la domanda mondiale ha continuato a crescere e l’anno scorso era intorno ai 103-104 milioni di barili al giorno. Quando la domanda inizierà a calare, l’importanza energetica del petrolio non scomparirà di colpo, ma si ridimensionerà lentamente. Bisogna però stare attenti: finora abbiamo sperimentato un mondo che usa sempre più tutte le risorse energetiche. Anche il carbone continua a essere consumato in quantità enormi. Quindi il passaggio sarà lento. Il petrolio rimarrà parte del mix energetico e continuerà a richiedere forme di cooperazione internazionale, anche se forse meno centrali di oggi».
In che modo questa crisi può cambiare gli equilibri strategici mondiali tra Stati Uniti, Cina, Russia e Paesi produttori?
«La cosa più semplice da dire è questa: se gli Stati Uniti non escono da questa guerra con una chiara vittoria, l’Iran dimostra che non è così facile imporre a un Paese dei BRICS un indirizzo di politica internazionale. L’Iran è entrato nei BRICS nel 2024, e questo conta non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello militare e politico. I BRICS sono un gruppo molto eterogeneo e non sempre solidale. Dentro ci sono anche gli Emirati Arabi, che vedono l’Iran come un nemico. Però, se l’Iran riuscisse a resistere alle scelte americane e a uscire dalla crisi con un accordo favorevole, questo gruppo non occidentale mostrerebbe che non è più possibile imporre direttamente una linea politica dall’esterno. Sarebbe un passaggio storico. E credo che questa crisi verrebbe sicuramente ricordata».
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