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    Gli accordi commerciali segreti

    Europa e Stati Uniti stanno negoziando in segreto i più importanti trattati di sempre per lo scambio di merci e servizi

    Di Alvaro Guzman Bastida
    Pubblicato il 10 Lug. 2015 alle 13:45 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 08:00

    Nell’agosto 2007, l’allora candidato alla presidenza statunitense Barack Obama promise che, se fosse stato eletto, avrebbe “immediatamente” modificato il North American Free Trade Agreement (Nafta), firmato da Stati Uniti, Messico e Canada 13 anni prima.

    “I nostri accordi commerciali non dovrebbero essere vantaggiosi soltanto per Wall Street. Dovrebbero essere vantaggiosi anche per Main Street”, ha detto, obiettando all’influenza delle lobby aziendali sui sindacati dei lavoratori e altri gruppi nella negoziazione degli accordi.

    Sei anni dopo, con il Nafta ancora intatto, Obama si è trovato davanti alla decisione di nominare i capi negoziatori, per parte statunitense, dei due accordi commerciali più grandi della storia. E ha scelto due banchieri di Wall Street.

    Michael Froman, l’attuale rappresentante per il commercio degli Stati Uniti d’America, ha ricevuto oltre 4 milioni di dollari nel 2009 dal suo datore di lavoro precedente, CitiGroup, quando è entrato a far parte del governo. Stefan Selig, sottosegretario Usa per il commercio internazionale ed ex-banchiere della Bank of America, ha ricevuto 14.1 milioni di dollari di bonus in busta paga quando ha lasciato il suo vecchio lavoro.

    Per gli ultimi quattro anni, Froman e Selig hanno guidato il team di rappresentanti americani non eletti che stanno negoziando in segreto i due accordi commerciali più grandi di sempre.

    Se entrambi i trattati, redatti a nome di 1.6 miliardi di persone, verranno approvati, regoleranno quasi tre quarti di tutti gli scambi commerciali e gli investimenti nel mondo. Gli accordi renderebbero nulle le legislazioni nazionali dei Paesi firmatari nei campi della politica ambientale, dei diritti dei lavoratori, della regolamentazione finanziaria e della proprietà intellettuale.

    La Trans-Pacific Partnership (Tpp) include Stati Uniti, Canada e 10 Paesi tra il Sud America e la regione dell’Asia Pacifico. I negoziatori sperano di raggiungere un’intesa entro la fine di quest’anno, dopo 21 round di incontri a partire dal 2009.

    La Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) includerebbe gli Stati Uniti e i 28 Paesi membri dell’Unione Europea. Entrambi gli accordi escludono i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina).

    Le linee guida ufficiali degli accordi parlano di una riduzione delle barriere al commercio, per generare direttamente una crescita economica, “creando nuove opportunità per i lavori e per le aziende”. Alcuni analisti ottimisti prevedono una crescita cumulativa del Pil americano dello 0,13 per cento entro il 2025 nel caso in cui il Tpp venisse attuato.

    Altri analisti si spingono anche oltre, sostenendo che gli accordi rimpiazzeranno l’attuale, zoppicante, sistema economico del commercio internazionale con qualcosa che sarà in grado di prevenire politiche protezioniste.

    “La parte degli accordi che non possiamo identificare, ma che potrebbe essere molto significativa, è la conseguenza del fatto che viviamo la contrapposizione tra un mondo dove il commercio è regolato e un mondo che ricorre al protezionismo”, dice Peter Petri, un professore di finanza internazionale alla Brandeis University.

    Petri sostiene che gli accordi prenderanno il posto del World Trade Organization (Wto), il cui processo decisionale per istituzionalizzare gli accordi di commercio – fondato sul consenso –  è stato ritenuto poco pratico da molti economisti.

    Ma con le tariffe globali che sono già a un record minimo e centinaia di tonnellate di merce scambiata tra l’Atlantico e il Pacifico ogni giorno, secondo alcuni dietro ai negoziati ci sarebbe l’intenzione di deregolare alcuni aspetti cruciali delle politiche pubbliche, da cui beneficerebbero le elite globali, alle spalle della società intera.

    “Ci sono 2 miliardi di dollari di scambi tra Europa e Stati Uniti ogni giorno”, ha detto Susan George, autrice del libro Le loro crisi, le nostre soluzioni.

    Anziché stimolare il commercio – sostiene la George – gli accordi amplificano gli interessi delle compagnie. “Non sono contro il commercio, non è questo il punto del trattato. Ma dovete capire che il 60 per cento degli scambi avvengono tra filiali della stessa compagnia. Non è esattamente commercio. È Renault che scambia con Renault, Ibm che scambia con Ibm. Il punto sono le regole”.

    È impossibile conoscere i dettagli degli accordi, dal momento che i testi non verranno pubblicati fino a dopo essere stati finalizzati dai negoziatori. Ma dopo che i documenti del Tpp sono stati resi pubblici in una fuga di notizie, attivisti, sindacati e gruppi della società civile si sono lamentati per la mancanza di impegno nei campi della creazione del lavoro, la riduzione del deficit commerciale e la prevenzione della manipolazione delle valute.

    I consumatori e gli ambientalisti temono che gli accordi commerciali possano indebolire le protezioni dei consumatori stessi, in particolar modo dopo i recenti scandali relativi all’importazione di cibo tossico per cani, dentifricio velenoso e le diatribe circa l’etichettatura sulle origini di manzo e tonno.

    Buona parte del dibattito riguardo ai negoziati in corso si concentra sui 566 membri dell’U.S. Trade Advisory Committee, un organo governativo incaricato di assicurarsi che le politiche commerciali statunitensi riflettano gli interessi dei settori pubblici e privati.

    L’85 per cento del comitato è composto da membri del settore privato e gruppi commerciali, una percentuale molto più significativa di quella che spetta ai rappresentanti dei lavoratori, Ong, accademici e governo che costituisce il resto del comitato.

    “I pochi rappresentanti che parlano a nome dei lavoratori e delle organizzazioni ambientaliste sono praticamente ghettizzati”, ha detto Melinda St. Louis, direttrice internazionale dell’Ong Public Citizen’s Global Trade Watch. “Parlano soltanto tra loro. È normale pensare che chi siede effettivamente al tavolo dei negoziati avrà un’influenza ingiustificata sul processo decisionale che produrrà le regole future”.

    I sostenitori degli accordi rifiutano questo tipo di critiche. “Tutti i temi più controversi, dalla proprietà intellettuale ai rapporti tra investitore e stato, sono stati svelati dalla fuga di notizie”, ha detto Claude Barfield, professore dell’American Enterprise Institute. “Inoltre l’amministrazione Obama ha tenuto più di un incontro con Ong, membri del Congresso, gruppi aziendali e con qualsiasi altra parte interessata. Stiamo parlando di un’amministrazione di sinistra”.

    Ciononostante, 18 membri dell’Industry Trade Advisory Committe on Intellectual Property Rights provengono da gruppi industriali come la Recording Industry Associaton of America e la Pharmaceutical Research and Manufacturers of America.

    I lobbisti delle industrie sono presenti anche dall’altra sponda dell’Atlantico. Su 130 incontri segreti che sono avvenuti tra i negoziatori della Commissione Europea e le parti interessate per quanto riguarda il Ttip, almeno 119 hanno coinvolto grandi aziende e le loro lobby.

    Leggi cos’è il Ttip, spiegato senza giri di parole
    L’industria finanziaria non è l’unica che sfrutta le cosiddette porte girevoli tra chi svolge la funzione di negoziatore per il proprio governo e chi invece sarà soggetto alle nuove regole.

    A marzo, la Motion Picture Association of America – un’associazione formata per promuovere gli interessi degli studi cinematografici – ha ingaggiato Stan McCoy come vice presidente e direttore delle politiche regionali per Europa, Medio Oriente e Africa. McCoy, che è stato assistente rappresentante del commercio statunitense e negoziatore di spicco dell’amministrazione Obama sui temi riguardanti il copyright, ha costruito la sua reputazione difendendo l’industria farmaceutica e Hollywood.

    Il predecessore di McCoy nelle vesti di principale mediatore da parte del governo americano sui temi riguardanti il copyright, Victoria Espinel, è adesso amministratore delegato della Business Software Alliance (Bsa), un gruppo commerciale che rappresenta i più grandi sviluppatori di software a livello mondiale. Robert Holleyman, il predecessore di Espinel alla Bsa, è stato nominato da Obama vice rappresentante per il commercio degli Stati Uniti d’America lo scorso febbraio.

    Laddove il materiale promozionale del Tpp parla di promuovere la partecipazione americana nelle “catene di valore globali”, i sindacati dei lavoratori temono che i negoziatori che si stiano riferendo allo spostamento della produzione offshore verso Paesi con salari medi e standard lavorativi più bassi.

    “Se il capitale è più mobile, il potere contrattuale dei lavoratori è sotto minaccia”, ha detto Thea Lee, vice capo dello staff della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (Afl-Cio). “Se sei un lavoratore in una fabbrica di automobili e il capo viene a dirti ‘Se formate un sindacato, chiudiamo i battenti e ce ne andiamo in un Paese X, dove non ci sono sindacati e il governo ci ha promesso che non ce ne saranno mai’, ti trovi in una pessima situazione”.

    I rappresentanti dei lavoratori rimangono scettici riguardo l’effetto che avranno gli accordi commerciali sulla disuguaglianza. “Se si guarda ai salari, allora nessuno può dire che il sistema di scambi ha effettivamente aiutato i lavoratori”, ha dichiarato Sharan Burrow, segretario generale dell’International Trade Union Confederation. “Negli ultimi 30 anni si è verificato un crollo mondiale degli stipendi, che coincide con l’enorme crescita del commercio globale”.

    Mentre i sindacati si preoccupano di un’eventuale perdita di influenza, l’industria finanziaria sembra destinata a consolidare il proprio potere. Alcuni dei documenti dei negoziati del Tpp che sono trapelati mostrano come l’amministrazione Obama stia provando a evitare che i governi stranieri impongano nuove regole per prevenire un’altra crisi finanziaria.

    I negoziatori statunitensi si oppongono a limitare il libero movimento di capitali finanziari, che in passato ha reso Paesi come Messico, Corea e Grecia vulnerabili a crisi bancarie.

    Il Ttip potrebbe portare alla riduzione di altri regolamenti finanziari, inclusa la molto attesa Volcker Rule, che impedirebbe alle banche di effettuare alcuni tipi di investimenti speculativi soltanto per il proprio guadagno. I negoziatori statunitensi stanno proponendo limiti ai divieti sui titoli derivati tossici e alle restrizioni sulle banche too big to fail. Dall’altra sponda dell’Atlantico, i negoziatori europei stanno spingendo per limitare i regolamenti sul settore bancario e assicurativo.

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    Mentre gli esperti sostengono che il Tpp sia quasi pronto per essere approvato, i negoziati del Ttip procedono a rilento a causa dell’intervento di gruppi della società civile europea. Questo potrebbe portare alla richiesta da parte dei singoli governi di far votare i propri parlamenti per ratificare l’accordo, anzichè permettere al corpo non eletto della Commissione Europea e al Parlamento Europeo di negoziare e decidere.

    Secondo il professore della Brandeis University Peter Petri, il dibattito si può riassumere in maniera relativamente semplice. “Da una parte c’è chi crede egoisticamente che l’economia americana sarebbe più solida se andasse per la propria strada, dall’altra c’è chi crede che l’economia internazionale sia un sistema a somma positiva dove i Paesi possono lavorare l’uno con l’altro”.

    Altri, come l’International Trade Union Confederation’s Burrow, rifiutano una nozione del genere. “Non è in ballo il commercio globale o la competizione. Si tratta dell’avidità delle grandi aziende interessate solo al profitto e al loro predominio sui governi”.

    Alvaro Guzman Bastida è un reporter spagnolo di Al Jazeera America. Pubblichiamo la sua inchiesta in esclusiva in Italia.

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