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    Il Giappone ha ucciso più di 300 balene in 4 mesi

    Nonostante i divieti della comunità internazionale, il governo sostiene che il programma di caccia sia giustificato da ragioni scientifiche

    Di TPI
    Pubblicato il 25 Mar. 2016 alle 12:13 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 16:28

    Il Giappone ha confermato che giovedì 24 marzo una flotta di
    quattro navi ha fatto ritorno nel paese dopo una spedizione di caccia alla
    balena in Antartide durante la quale 333 esemplari dei cetacei in questione sarebbero
    stati uccisi.

    Il numero non è casuale, ma rappresenta il tetto massimo che
    il paese asiatico si è concesso per legge nell’ambito del suo programma di
    caccia alla balena che continua a difendere per ragioni scientifiche.

    Non tutti
    sono però d’accordo, compresa la Corte Internazionale di Giustizia delle
    Nazioni Unite, che nel 2014 ha ordinato al Giappone di fermare il programma
    dopo aver concluso che la ricerca non poteva giustificare questo numero di
    uccisioni.

    Il sospetto di molti osservatori è che la caccia alle
    balena non abbia alcun legame con la scienza, ma sia soltanto una scusa per far
    sì che la carne di balena possa essere venduta presso i ristoranti del paese,
    dove è uno dei cibi tradizionali più amati.

    Dopo le accuse internazionali al riguardo, il Giappone interruppe
    temporaneamente la caccia fino al 2015 e propose un nuovo piano, consistente
    nell’uccisione di 4mila balene nel corso di 12 anni.

    Il piano non è sembrato
    sufficiente alle autorità competenti, ma nonostante questo, il Giappone ha
    ripreso la caccia a dicembre dello scorso anno, lasciando che la flotta appena
    tornata restasse per quattro mesi in Antartide.

    Secondo gli ambientalisti, la definizione di caccia “scientifica”
    è un modo per aggirare le norme internazionali, vista la possibilità di un
    esenzione dal divieto di caccia a scopi commerciali del 1986 quando vi siano
    ragioni di ricerca scientifica dietro alle spedizioni.

    In questo senso, l’Australia sta apertamente contrastando
    questa politica, come dichiarato dal ministro dell’Ambiente Greg Hunt.

    “Non accettiamo in alcun modo il concetto di uccidere balene per la cosiddetta
    ricerca scientifica. Le tecniche di ricerca non letali sono il metodo più
    efficace ed efficiente di studiare qualsiasi cetaceo”, ha detto il ministro.

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