Negli ultimi vent’anni le grandi piattaforme digitali, note anche come il gruppo Big Tech – Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft, affiancate dai giganti cinesi come Alibaba, Tencent e JD – sono diventate il cuore pulsante dell’economia globale. La loro capitalizzazione ha ormai raggiunto o superato il Pil di Paesi come Germania, India o Giappone. Nvidia, valutata dieci miliardi nel 2015, nel 2025 ha oltrepassato i cinquemila miliardi: se fosse uno Stato, sarebbe la terza economia mondiale. La somma dei profitti operativi delle prime dieci aziende tecnologiche sfiora i mille miliardi di dollari l’anno, senza debiti netti.
Piattaformizzazione sociale
Al centro di questa ricchezza straordinaria si trova un controllo altrettanto straordinario di conoscenza, infrastrutture e, soprattutto, tecnologie dual use – cloud, intelligenza artificiale, sistemi satellitari – cruciali tanto per l’economia civile quanto per quella militare. Big Tech detiene una quota dominante dei brevetti e degli investimenti globali in ricerca e sviluppo (R&D), soprattutto nei settori di frontiera come l’IA generativa. Non sorprende dunque che sia diventata l’attore chiave nella rivalità tra Stati Uniti e Cina, un vero e proprio “duello tra complessi digitali-militari” che sta ridenfinendo la competizione per l’egemonia mondiale.
La cosiddetta piattaformizzazione della società ha inoltre reso queste aziende infrastrutture imprescindibili della nostra vita quotidiana: dai trasporti all’istruzione, dalla sanità all’informazione. Airbnb, Uber, LinkedIn o Instagram operano come interfacce obbligate attraverso cui milioni di persone lavorano, comunicano, consumano e apprendono. Con la stessa naturalezza, i sistemi IA delle Big Tech sono diventati strumenti essenziali per la ricerca scientifica e l’analisi dei dati pubblici, trasformando queste imprese nei nuovi “gatekeeper” dell’epistemologia politica: controllano non solo ciò che sappiamo, ma come lo sappiamo.
La privatizzazione del potere
Questa concentrazione di potere ha già iniziato a sfumare i confini tra Stato e corporation. Un caso emblematico si è verificato nel luglio 2025, quando l’esercito statunitense ha firmato un contratto da 10 miliardi di dollari con Palantir, accorpando 75 accordi precedenti: un trasferimento di funzioni strategiche di fatto affidato a un’azienda privata, il cui fondatore, Peter Thiel, ha messo esplicitamente in dubbio la compatibilità tra libertà e democrazia. Ancora più rivelatore è il ruolo assunto da Elon Musk all’interno della nuova amministrazione Trump: i suoi asset spaziali e la piattaforma X non solo supportano infrastrutture critiche, ma contribuiscono alla costruzione del consenso politico.
La similitudine con le corporation transnazionali del secondo Novecento è evidente, ma oggi l’intreccio è molto più profondo. In Occidente, polizia e intelligence dipendono da sistemi algoritmici per il riconoscimento delle immagini e dei suoni, per la previsione dei comportamenti e per il targeting militare; allo stesso tempo, la capacità delle piattaforme social di modellare l’opinione pubblica ha portato in essere un nuovo tipo di potere politico privato. In Cina, la fusione tra Stato e Big Tech è ancor più compiuta, con le imprese digitali integrate negli apparati del Partito comunista.
La Silicon Valley al governo
Il ritorno del protezionismo dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato questa ibridazione. Washington ha imposto restrizioni ai chip avanzati e sostenuto con miliardi la ricostruzione di filiere strategiche; Pechino ha risposto puntando sull’autosufficienza tecnologica e frenando i propri colossi interni. Ne è nato un sistema frammentato in cui i “campioni nazionali”, come Microsoft e Palantir, prosperano grazie alla loro vicinanza allo Stato, mentre aziende globaliste come Apple o Tesla devono reinventare i propri modelli di business.
Intanto, alcuni protagonisti della Silicon Valley sembrano aver abbandonato il sogno libertario secondo cui la tecnologia avrebbe reso superflui i governi. Oggi puntano piuttosto a conquistare il potere politico stesso. Le tecnologie pionieristiche richiedono risorse pubbliche enormi, e nel contesto della competizione con la Cina il controllo dell’apparato statale promette vantaggi decisivi. Il risultato è un’inquietante convergenza tra potere pubblico e potere privato: una sorta di Leviatano ibrido, dove le istituzioni democratiche rischiano di piegarsi agli obiettivi strategici ed economici di una ristretta élite tecnologica.
Autoritarismo “intelligente”
Sul piano globale emerge così un ordine bifronte: da un lato gli Stati Uniti, sempre più tecnopolarizzati; dall’altro la Cina, dove la tecnologia è un’estensione organica dello Stato. In mezzo, un’Europa che invoca sovranità digitale senza possedere i colossi necessari a realizzarla, e un Sud globale conteso tra i due modelli. E mentre i sistemi appaiono diversi nei principi, nella pratica convergono: entrambi privilegiano efficienza, controllo e sicurezza a scapito di trasparenza, responsabilità e libertà.
Da Pechino a Londra, democrazie e autocrazie stanno implementando gli stessi sistemi di controllo basati sull’intelligenza artificiale — e utilizzano lo stesso copione per giustificarne l’adozione: sostenere che si tratta di misure necessarie per la sicurezza. I sistemi di sorveglianza cinesi stanno trovando corrispettivi anche a Hong Kong, dove entro la fine dell’anno saranno installate decine di migliaia di telecamere dotate di riconoscimento facciale in tempo reale basato su IA. Il Regno Unito è diventato il primo Paese in Europa a utilizzare su larga scala la stessa tecnologia, monitorando le folle durante il Notting Hill Carnival di Londra dello scorso agosto.
Negli Stati Uniti, la sorveglianza basata sull’IA è in rapida espansione. Nel 2025, ad esempio, l’Agenzia per l’immigrazione e le dogane (Ice) ha firmato una serie di contratti multimilionari con le aziende del settore: 5,7 milioni di dollari con Zignal Labs per un software che «sfrutta l’intelligenza artificiale e il machine learning» per analizzare ogni giorno miliardi di post sui social media; 7,2 milioni con Trust Stamp per utilizzare l’IA nel tracciamento Gps dei presunti migranti irregolari; 9,2 milioni con Clearview AI per il riconoscimento facciale; 30 milioni con Palantir per sviluppare un «panopticon digitale» chiamato Immigration OS; e 2 milioni per riattivare un accordo con l’azienda di spyware israeliana Paragon con l’obiettivo di hackerare gli smartphone. Quest’anno invece ha raggiunto un’altra intesa da 6 milioni con una sussidiaria di Thomson Reuters per accedere a un sistema di lettura automatica delle targhe. La domanda decisiva non è più se gli Stati Uniti riusciranno a contenere le Big tech, ma se le democrazie aperte riusciranno a sopravvivere alla fusione tra Stato e piattaforme, in particolare quelle per la sorveglianza. La risposta, oggi, è tutt’altro che scontata.